domenica 31 dicembre 2023

"Fare bene", dai Promessi Sposi.

Alcuni giorni fa, in occasione dei 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, Sergio Castellitto ha letto in Senato un passaggio dei Promessi Sposi (conclusione, cap.28), in cui Manzoni fa un'interessante digressione sulla natura umana, che mi sembra sempre molto attuale e che vorrei condividere con tutti voi, lasciandone traccia in questi Appunti.
Ne approfitto per augurare a tutti i miei lettori un 2024 pieno di curiosità, di musica, di salute e di energia per affrontare le sfide che si presenteranno o che noi stessi ci sceglieremo.

Buona lettura!

L'uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo piú o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s'è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca che lo punge, lí un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l'anonimo, si dovrebbe pensare piú a far bene, che a star bene: e cosí si finirebbe anche a star meglio.

sabato 23 dicembre 2023

"AUGURI!": da dove viene questa parola?

E' probabilmente la parola che pronunciamo di più in questi giorni: "Auguri". Con tutte le altre declinazioni del caso: "a te e famiglia", "sinceri", "di cuore", "-issimi", "-oni", ecc ecc.

Ma dove viene questa parola? Saperne qualcosa di più può renderci più consapevoli quando la pronunciamo.

L’etimologia del termine Auguri deriva dall’unione di due vocaboli latini: av-is (o au-is) = uccello, volatile + gero = portare, rivelare, compiere, mostrare o agire. Nell’antica Roma (e anche tra gli Etruschi), l’àugure era un sacerdote il cui compito era interpretare la volontà e i segni degli dèi. Tali sacerdoti dovevano trarre gli auspicia, una sorta di segni, dall’interpretazione del comportamento degli uccelli: in particolare il volo, i versi e il modo di fare dell’animale. Monitorare i loro segnali serviva a capire se gli dèi approvassero o meno l’agire degli umani sia in ambito pubblico che privato. Auspicia, infatti, deriva da aves specere, ovvero “osservare gli uccelli” . Il sacerdote non doveva lasciarsi sfuggire alcun suggerimento ma solo comunicare se qualcosa su cui si era già deciso o era imminente nel compiersi, incontrasse l’approvazione o lo sdegno degli dei.

Detto questo, la parola "Auguri", per come la usiamo oggi e collegandola al significato originario, dovrebbe significare qualcosa tipo "prevedo che ciò che hai deciso o deciderai di fare si realizzerà e andrà molto bene, perchè il favore degli Dei (o di Dio) è con te".

E allora...AUGURI a tutti i lettori di Appunti Pindarici!

martedì 1 agosto 2023

Incendi a Piazza Armerina - Report ISPRA

1 agosto 2023: continuano gli incendi a Piazza Armerina. 

Ormai sono diventati quasi "prevedibili". Dal 2018 sono stati circa 50 i grandi incendi che hanno interessato l'area boschiva di Piazza Armerina.

Io poi ho un motivo particolare in più per ricordarmelo: il 4 agosto 2017 mi sposavo a Piazza Armerina e intanto la città era circondata dalle fiamme, con alcuni invitati che dovettero perfino essere evacuati dalle strutture in cui si trovavano.

E' ormai evidente a tutti che quest'area è sotto attacco da diversi anni. Recentemente ISPRA ha pubblicato un report con un focus sugli incendi avvenuti a Piazza Armerina negli ultimi anni.

Le aree interessate da incendio, anno dopo anno, sembrano i precisi pezzi di un puzzle che pian piano sta coprendo tutta l'area della RNO "Rossomanno-Grottascura-Bellia".

Possibile che non si riesca a fermare (o se non altro limitare il più possibile) questo progetto criminale?

Di seguito le figure tratte dal report di ISPRA (scaricabile a questo link) che mostrano l'evoluzione delle aree interessate da incendio nel 2021 e nel 2022. 

Non servono ulteriori commenti.


2021: gli incendi sono le aree grigie con bordo nero e la RNO "Rossomanno-Grottascura-Bellia" è l'area con bordo blu.


2022: gli incendi sono le aree grigie con bordo nero e la RNO "Rossomanno-Grottascura-Bellia" è l'area con bordo blu.


2023: gli incendi del 23-25 luglio sono quelli nell'area con bordo blu, e la RNO "Rossomanno-Grottascura-Bellia" è l'area verde









sabato 21 maggio 2022

24° Salone del Libro di Torino 2022 - Il diario di Giovanni Mattia

In questi giorni si sta svolgendo a Torino il XXIV Salone internazionale del Libro di Torino.

Il mio amico Giovanni Mattia, scrittore emergente con alcuni libri già pubblicati, si trova proprio lì e allora gli ho proposto di scrivere un breve diario di questa sua visita al Salone 2022. 

Lui ha accettato di buon grado e quindi oggi e domani pubblicherò questo diario, che spero avrete il piacere di leggere.

Buona lettura da me e Giovanni!


20 maggio 2022

Questa mattina sveglia presto. C'è il Salone del libro e il primo obiettivo è evitare la fila chilometrica. 

Esco di casa, sono le 8.45. Il caldo ancora non è torrido. Il mio alloggio si trova ad un chilometro e mezzo da Lingotto, il luogo che ospita il grande evento. Sono contento, felice, estatico.

Arrivo all'entrata che sono le 9.00. Sono il primo e un sospiro di sollievo mi fa sentire più leggero.

Unico problema: l'ingresso si apre alle 10.00. Faccio amicizia con gli addetti all'ingresso che temono già il momento in cui inizieranno ad arrivare tante persone e si creerà la fila. Iniziano a vedersi addetti ai lavori. C'è chi si presenta con "Siamo della Rai" e io li guardo e li invidio un po'. Penso che un giorno - magari il prossimo anno - forse anche io potrò presentarmi dicendo "sono un autore". 

Finalmente le 10.00. Entro. Tanta gente elegante che attende il gentile pubblico. 

La prima cosa che faccio è andare ad un evento che mi sembra interessante, si parla di Calvino. Due docenti della Luiss ne sviscerano le Sei lezioni americane. Si parla di innovazione, siamo pochi a partecipare ma mi dico: meglio così. Poi esco, godo della magia di ogni libro che vedo e che mi dice a chiare lettere: "comprami!". 

Si sente un grande applauso, grande entusiasmo. Mi chiedo per chi sia. 

È arrivato Alessandro Barbero, il grande storico amato per la sua capacità di raccontare la storia a tutti. Ascolto un po', è un piacere. 

Immagino, sogno e sospiro. Magari un giorno potrei esserci io a raccontare un mio libro. Lo desidero e questo posto i desideri te li fa accarezzare, non te li nasconde.

Anzi, ti strizza l'occhio e ti dice: "provaci!".

È il Salone, glamour e popolare allo stesso tempo che ti afferra per un braccio e ti avvicina al mondo che ruota intorno al più grande compagno di avventure: il libro.

Adesso mi alzo, vado verso la Sellerio e so già che lì passerò parecchi minuti rimanendo estasiato...

sabato 23 aprile 2022

Resistenza ieri e oggi: le parole di Mattarella, Segre e don Milani.

Uno degli appuntamenti fissi tra me e questo mio blog è il 25 aprile.

Quest'anno il 25 aprile ha un significato e una prospettiva ulteriore, a causa della guerra in Ucraina (o meglio, il significato è sempre lo stesso, siamo noi che forse quest'anno dovremmo riuscire a individuarlo più chiaro e netto).

Per questo motivo, ho deciso di riportare qui alcune dichiarazioni (del passato e del presente) finalizzate a far si che questa data non serva soltanto a "fare memoria" (che è comunque importante), ma anche ad evitare di essere indifferenti quando qualcosa del genere succede ancora da qualche parte del mondo, e a saperci schierare dalla parte giusta della storia.

Buona lettura

Sergio Mattarella, 22/04/2022

Ricordiamo la rivolta in armi contro l’oppressore. Rivolta che fu morale, anzitutto - come ha ricordato il Presidente Buscemi - e poi difesa strenua del nostro popolo dalla violenza che veniva scatenata contro di esso.

Il 25 aprile rappresenta la data fondativa della nostra democrazia, oltre che di ricomposizione dell’unità nazionale. Una data in cui il popolo e le Forze Alleate liberarono la nostra Patria dal giogo imposto dal nazifascismo. Un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista.

Un’esperienza terribile; che sembra dimenticata, in queste settimane, da chi manifesta disinteresse per le sorti e la libertà delle persone, accantonando valori comuni su cui si era faticosamente costruita, negli ultimi decenni, la pacifica convivenza tra i popoli.

Abbiamo assistito, in queste settimane– con un profondo senso di angoscia - a scene di violenza sui civili, anziani donne e bambini, all’uso di armi che devastano senza discrimine, senza alcuna pietà.

L’attacco violento della Federazione Russa al popolo ucraino non ha alcuna giustificazione, come è emerso dalle parole del Ministro Guerini, poc’anzi. La pretesa di dominare un altro popolo, di invadere uno Stato indipendente, ci riporta alle pagine più buie dell’imperialismo e del colonialismo.

L’incendio appiccato alle regole della comunità internazionale appare devastante; destinato a propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermarlo subito, scongiurando il pericolo del moltiplicarsi, dalla stessa parte, di avventure belliche di cui sarebbe difficile contenere i confini. Per tutte queste ragioni la solidarietà, che va espressa e praticata nei confronti dell’Ucraina, deve essere ferma e coesa.

È possibile che questo comporti alcuni sacrifici. Ma questi avrebbero portata di gran lunga inferiore rispetto a quelli che sarebbe inevitabile subire se quella deriva di aggressività bellica non venisse fermata subito.

Dal “nostro” 25 aprile, nella ricorrenza della data che mise fine alle ostilità sul nostro territorio, viene un appello alla pace. Alla pace, non ad arrendersi di fronte alla prepotenza. A praticare il coraggio di una de-escalation della violenza, il coraggio di interrompere le ostilità, il coraggio di ritirare le forze di invasione. Il coraggio di ricostruire.

La straordinaria conquista della libertà, costata sacrifici e sangue ai popoli europei - e condivisa per molti decenni - non può essere rimossa né cancellata.

Sappiamo anche che la libertà non è mai acquisita una volta per sempre e che, per essa, occorre sapersi impegnare senza riserve.

Vale ovunque. In Europa, in Italia. Il convinto e incondizionato rifiuto di ogni sopraffazione totalitaria, unitamente alla consapevolezza dell’importanza della democrazia, all’affermazione coraggiosa e intransigente del rispetto della dignità umana, al rifiuto di ogni razzismo, alla fedeltà ai propri ideali, sono i valori che ci sono stati affidati dalla Liberazione; e che avvertiamo di dover trasmettere ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai giovani europei perché si scongiuri l’atrocità inescusabile della guerra.

Lottare contro la sopraffazione, in aperta violazione del diritto internazionale, scongiurare morti ulteriori e sofferenze ulteriori di un popolo aggredito, è una causa comune che ci interpella e ci vede impegnati.

Riflettere sul valore dei diritti dell’uomo, primo fra tutti quello di poter vivere in pace, è il forte messaggio che ci ha consegnato la Resistenza.


Liliana Segre  - 25/03/2022

La guerra assurda e sanguinosa che all’improvviso è tornata a sconvolgere il cuore della nostra Europa provoca in me un orrore che non mi è facile descrivere: quelle bombe sulle case, quelle famiglie in fuga, quei padri che baciano i figli forse per l’ultima volta e tornano indietro per combattere… quanti ricordi di un terribile passato, che non avrei mai, mai immaginato di rivedere così vicino a tutti noi!

Anche rispetto a questa mostruosità della guerra, la nostra Costituzione ci offre una guida sicura, se riusciamo a declinare in chiave universale i suoi precetti. Infatti, l’aggressione immotivata e ingiustificabile contro la sovranità dell’Ucraina rappresenta proprio l’esempio evidente del tipo di guerra che, più di ogni altro, l’articolo 11 della Costituzione ci insegna a «ripudiare»: la guerra come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli».

E la resistenza del popolo invaso rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria patria, che l’articolo 52 prescrive addirittura come «sacro dovere».

Dunque, non è concepibile nessuna equidistanza; se vogliamo essere fedeli ai nostri valori, dobbiamo sostenere il popolo ucraino che lotta per non soccombere all’invasione, per non perdere la propria libertà.

Questo sostegno non può e non deve significare inimicizia nei confronti del grande popolo russo, anzi. Anche questo popolo subisce le conseguenze nefaste delle scelte e della condotta disumana dei suoi governanti. Condotta che reca offesa alla memoria dei 20 milioni di caduti dell’Unione Sovietica – dunque russi e ucraini insieme – nella guerra vittoriosa contro il nazifascismo.

Credo che proviamo tutti lo stesso senso di ripugnanza, di angoscia e anche di impotenza di fronte a questa guerra. Possiamo solo unirci nel chiedere un immediato cessate il fuoco, la fine dell’invasione russa, l’invio di rapidi aiuti alla popolazione civile, l’avvio di trattative a oltranza, l’affidamento all’Onu di un ruolo di interposizione, il ristabilimento di una pace autentica basata sulla giustizia e il rispetto dei diritti dei popoli.


Don Milani, 1965 (qui link al mio precedente articolo che parla di Don Milani).

Era nel 1922 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza "cieca, pronta e assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina, e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non in mente e sulla bocca che la parola sacra "Patria", quelli che di quella parla non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come fate voi, fecero un male immenso alla Patria (e, sia detto incidentalemente, disonorarono anche la Chiesa).

Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevno certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra "giusta" (se guerra giusta esiste).

L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i "regolari"? E' una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. [...] Poi, per Grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo, dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.


sabato 16 aprile 2022

Guerra, Fede, Resistenza: cosa ci dice Don Milani

In queste settimane di guerra in Ucraina, e soprattutto negli ultimi giorni, da più parti si sono sentiti appelli contro la guerra "senza se e senza ma" (qualche vecchio e marcio bolscevico ha anche scritto "senza Ze e Vla"...).
Anche il Papa ha giustamente affermato più volte il concetto. Da cattolico (o meglio, da uno che tenta di esserlo) mi sono chiesto cosa fosse "giusto"? Mi sono chiesto se in una situazione di evidente "aggressore e vittima" come nella guerra Russia vs Ucraina, ci possa essere spazio per un concetto di guerra "giusta", con riferimento alla Resistenza Ucraina (non me ne voglia l'ANPI che invece continua a fare distinguo tra la "nostra" e la "loro" Resistenza). Se questo spazio c'è, allora non posso più dire che da entrambe la parti sbagliano nell'utilizzo della violenza. D'altronde, è più o meno il concetto che sta alla base della famosa "legittima difesa", no?

In cerca di risposta a queste mie domande, ho preso dalla mia libreria un libretto comprato ormai dieci anni fa durante gli anni universitari e di impegno scout, che raccoglie alcuni tra gli scritti principali di Don Lorenzo Milani. Il titolo del libro è "A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca" (espressione di don Milani stesso), editrice ChiareLettere.
Per chi non lo ricordasse, Don Milani difendeva la causa dell'obiezione di coscienza in quanto rappresentazione della capacità di discernimento rispetto alla cieca obbedienza. Per difendere la scelta dell'obiezione scriss una lettera ai cappellani militari italiani, i quali avevano invece affermato che consideravano "un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano del'amore, è espressione di viltà".
A causa della lettera di risposta che scrisse, fu incriminato per apologia di reato (correva l'anno 1965). Durante il processo, Don Milani con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana scrisse quella che poi divento la famosa lettera intitolata "L'obbedienza non è più una virtù".
Evidentemente quindi, non era assolutamente uno a cui piaceva la guerra, anzi la "ripudiava" proprio. Ciononostante, si possono ritrovare in alcuni passaggi dei suoi scritti delle affermazioni che, tipiche della sua libertà di pensiero, arrivano a discernere tra guerre totalmente sbagliate e guerre che, se non giuste, quantomeno non erano sbagliate.

Di seguito riporto alcuni passaggi tratti dalla prima lettera che Don Milani, insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana, inviò ai cappellani militari, cioè la "lettera incriminata" che fu poi alla base del successivo processo. La lettera, tra le altre cose, effettua un'analisi di cento anni di storia italiana, in cerca di qualcosa che possa essere definita una guerra "giusta" da combattere alla luce degli art. 11 e 52 della Costituzione.

Buona lettura.


Era nel 1922 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza "cieca, pronta e assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina, e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non in mente e sulla bocca che la parola sacra "Patria", quelli che di quella parla non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come fate voi, fecero un male immenso alla Patria (e, sia detto incidentalemente, disonorarono anche la Chiesa).

[...]

Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevno certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

[...]

Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra "giusta" (se guerra giusta esiste).
L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i "regolari"? E' una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. [...] Poi, per Grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo, dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare.

[...]

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.


PS:
Forse pochi lo hanno notato, ma circa dieci giorni fa il presidente del consiglio europeo Michel ha invitato i soldati russi a disertare (proponendo di concedere loro asilo in Europa), per non partecipare ai crimini di guerra che stiamo purtroppo scoprendo in questi giorni.


domenica 3 aprile 2022

L'ultimo delitto d'onore fu in Sicilia nel '64: la tresca tra il professore universitario e Maria Catena Furnari, di Piazza Armerina.

Il "delitto d'onore" è qualcosa che sembra rimandare a tempi lontani, lontanissimi. Eppure tale fattispecie di omicidio - con le relative attenuanti dovute proprio alle ragioni "d'onore" - è stato presente nel Codice Penale italiano fino al 1981, anno della sua abolizione.

Oggi mi è capitato di leggere sul sito "Balarm" un interessante articolo di Maria Olivieri, che mi ha fatto scoprire che l'ultimo delitto d'onore (ufficialmente riconosciuto come tale in esito ad un processo) è stato commesso a Catania da un abitante di Piazza Armerina, la mia città natale. Di seguito riporto per intero l'articolo citato.

Buona lettura


L'ultimo delitto d'onore fu in Sicilia nel '64: la tresca tra il professore universitario e Mariatena

- di Maria Olivieri -

È un'Italia in rapida trasformazione quella degli anni Sessanta: gli italiani sperimentano grandi cambiamenti nel loro stile di vita e nei loro consumi. Sono gli anni del boom economico, del progresso e del benessere alla portata di tutti, ma sono anche gli anni della feroce critica sociale.


Nel 1961 esce nelle sale cinematografiche “Divorzio all’italiana”, graffiante pellicola di Pietro Germi candidata a tre premi oscar che ridicolizza il delitto d’onore: un reato con pena ridotta, commesso per vendicare l'onorabilità del proprio nome o della propria famiglia (art. 587 del codice penale). Alla commedia fa seguito nel 1964 un altro film al vetriolo di Germi “Sedotta e abbandonata”, analisi impietosa dell'ipocrisia di una Sicilia dominata da un grottesco senso dell'onore.

L’opinione pubblica è divisa; come emerge in un’inchiesta di AZ, un noto rotocalco del 1969, per la maggior parte degli anziani “l’onore è sacro”, è un valore profondamente radicato nella psicologia del popolo siciliano, va difeso sempre e comunque, anche a costo di compiere gesti estremi. I giovani invece considerano l’onore come qualcosa di legato solo a un concetto morale, non fisico e giudicano il delitto d’onore una forma di arretratezza culturale. In questo acceso dibattito che infiamma gli animi a metter legna sul fuoco è il discusso caso Furnari.

La sera del 20 Ottobre 1964, intorno alle ore 18,00 all’università di Catania, in un’aula affollata da numerosi studenti per gli esami della sessione autunnale, il professore Francesco Speranza che ha 48 anni ed è titolare della cattedra di geografia presso l’istituto di magistero, presiede la commissione esaminatrice. I docenti hanno appena finito di interrogare uno studente quando improvvisamente la porta dell’aula si spalanca e tra lo stupore e la curiosità dei presenti un uomo maturo si dirige con piglio deciso verso la cattedra. È magro, stempiato, pallido… è vestito di nero e tiene una mano in tasca. Si ferma di fronte a Speranza, estrae una beretta 7,65 (che come si scoprirà veniva detenuta illegalmente) e la punta contro il docente esclamando: “La conosci questa?”

Prima che Speranza riesca anche solo a esclamare qualcosa, l’uomo preme il grilletto e spara cinque colpi, uccidendo il docente. Gli studenti sono in preda al panico: si odono grida, vi è un gran trambusto. Qualcuno cerca invano di soccorrere il professore, che si è accasciato in un mare di sangue, ma ormai non c’è più nulla da fare…

A compiere l'insano gesto è stato il padre di una studentessa, il maestro elementare Gaetano Furnari, che ha voluto punire il seduttore che ha “disonorato” la sua figliola. Nella confusione generale Furnari fugge a precipizio dal palazzo e poi vaga senza meta per una decina di minuti; infine si costituisce in una caserma dei carabinieri: “L’ho ucciso per vendicare l’onore della mia figliola” dichiara ai militari che cercheranno di ricostruire l’antefatto del delitto.

Furnari abita a Piazza Armerina, in provincia di Enna, nella palazzina di famiglia dove sul portone vi sono ancora le iniziali di suo padre: Filippo Furnari. Da due anni la figlia diciannovenne Maria Catena, che tutti chiamano Maritena, si è trasferita a Catania per poter proseguire gli studi all’Università e vive in una pensione.

La studentessa teme a causa di un ritardo del ciclo di aspettare un bambino e lei stessa rivela al padre, di ritorno da scuola, di essere stata sedotta contro la sua volontà dal professore Speranza. La ragazza parla di un unico episodio di violenza. Il genitore rimane stravolto, piomba nella più cupa disperazione, si mette le mani sul viso e poi le dice “Vestiti e andiamo a Catania. Dato che tu si stata posseduta dal professore Speranza è giusto che io vada da lui e che ti consegni a lui perché si prenda cura di te.” I piani di Furnari tuttavia sono diversi da quelli che espone alla figlia, probabilmente per non metterla in allarme.

Il maestro e la figlia partono nel primo pomeriggio, prendono un’automobile a noleggio e chiedono all’autista di dirigersi direttamente al Magistero, dove nel pomeriggio Speranza deve fare gli esami. Poi l’arrivo in aula e la tragedia che la figlia non aveva previsto né immaginato. L’imputato, che presta fede al racconto di Maritena atteggiatasi a vittima di violenza carnale, durante il processo scoprirà che i fatti sono andati diversamente e che la ragazza era consenziente: tra il professore e la sua studentessa Maritena c'era una relazione.

Speranza era un uomo affascinante, elegante, dimostrava meno dei suoi 48 anni, ci sapeva fare con le studentesse (e ne aveva sempre qualcuna intorno); tra queste c’era la Furnari ragazza esuberante, spigliata, fuggita dalla vita del paese e da una famiglia troppo all’antica.

Maritena si è concessa volentieri quando si è accorta di aver suscitato l'interesse del professore e i due si sono incontrati in una stanza dell'hotel Paradiso dell'Etna, “per ottenere un 30 e lode sul libretto” aggiungono i maligni. Scoperta la verità sulla tresca lo stesso Furnari, pentito del suo gesto, esclama con amarezza: «Se l'avessi saputo, non l'avrei fatto!»

Il maestro di Piazza Armerina viene processato nel novembre del 1965 per omicidio volontario. Furnari cerca di spiegare al processo la sua posizione: “Quello che per me era un dubbio il giorno successivo quando mia figlia mi ha fatto la confessione è diventata una realtà… Mia figlia aveva 19 anni, era una signorina, era l’ultimogenita, l’unica figlia femmina… era tutto per me! Era quella che alimentavo direi quasi con il mio alito per portarla avanti. Avevo contato nello studio perché si portasse avanti, senza pretese comunque: quando lo vuoi fare l’esame lo fai, se non sei sufficientemente preparata ci rinunci, tanto il tempo non ha valore nel raggiungimento di uno scopo.”

La stampa mostra comprensione per l’assassino dai modi pacati e dalla voce flemmatica. I giornalisti scrivono che Furnari è un insegnante severo ma buono che viene guardato con rispetto a Piazza Armerina dove lo definiscono leale, equilibrato, comprensivo. Persino il pubblico ministero, il giovane Lorenzo Inserra, sembra cercare delle attenuanti al delitto e definisce il maestro «l'unico vero galantuomo del processo», colpevole solo di non aver saputo controllare la sua ira.

Giuseppe Alessi che regge il collegio di difesa afferma in modo teatrale che “Il peccato e il delitto sono nati ed esplosi nella scuola: insegnante è l'omicida; docente universitario l'ucciso; studentessa del Magistero la sedotta; il banco, la cattedra, gli esami sono stati l'occasione e la degradante condizione del disonore e dell'omicidio! Ebbene, il Furnari, primo gradino della scala, ha incarnato la norma morale; ai vertici di quella piramide il professore di Università la ha infranto!».

La colpa moralmente più grave secondo la difesa è dunque quella di Speranza, che ha abusato della sua posizione per poter soddisfare le sue voglie.

Alcuni giornali invece attaccano Maria Catena, definita “la ragazza trenta e lode”, che avrebbe ceduto alle avances del professore solo per ottenere un buon voto e che non ha esitato ad armare la mano dell’assassino, ricorrendo a una menzogna: ai giornalisti non è sfuggito lo schiaffo del giovane Dario Speranza, figlio del professore, alla studentessa nell’aula del processo. Del resto quando di questione di onore trattasi è opinione diffusa che la donna non sia mai esente da colpa…

Il 23 dicembre 1965, dopo 12 udienze, l'imputato viene riconosciuto colpevole ma i giudici gli concedono tutte le attenuanti del delitto d’onore: Furnari viene condannato a due anni e undici mesi di reclusione. Una pena mite, che fa del maestro di Piazza Armerina l' ultimo giusto vendicatore dell' onore. Il pubblico applaude la sentenza eppure l' avversione per l’art. 587 lentamente comincia a farsi strada. Nel clima crescente di indignazione di una parte dell’opinione pubblica interviene anche Leonardo Sciascia per esprimere un giudizio critico sull'assurdità e stupidità del delitto d'onore e sulla inciviltà dell'articolo di legge che lo contempla.

La sentenza Furnari del 1965 fu "l'ultima volta" del delitto d'onore in Italia: l’art. 587 non verrà più applicato, nel 1981 finalmente verrà abolito.

venerdì 4 febbraio 2022

Buon compleanno Grand Central

Dopo tanto tempo, ritorno a pubblicare qualcosa su questo blog. Da un po' ne sentivo il richiamo e oggi ho finalmente trovato il tempo e (spero) la storia giusta.

Si tratta del 109° "compleanno" della stazione Grand Central di New York City. 

Chiunque sia andato a New York ci sarà passato almeno una volta, e anche chi non ha mai visitato la città, l'avrà quasi sicuramente vista in uno dei tanti film - anche animazioni, per esempio Madagascar - ambientate in questa suggestiva stazione ferroviaria.

Di seguito vi riporto l'interessante racconto pubblicato in proposito da Mario Calabresi nella sua newsletter Altre/Storie (alla quale vi consiglio di dare un'occhiata cliccando qui)

Buona lettura (e spero a presto!)


Buon compleanno Grand Central

di Mario Calabresi

Da 109 anni (il compleanno è stato proprio due giorni fa) è attraversata da un instancabile flusso di persone: ondate di passeggeri, pendolari, turisti, che si ripetono sistematiche e costanti da prima dell’alba fino all’ora di cena. Per anni ho coltivato il rito di andare ad osservare questa massa, ad un primo sguardo indistinta, di persone. Affascinato, per usare le parole di una canzone meravigliosa di Franco Battiato (Gli uccelli), dalle “traiettorie impercettibili” e dai “codici di geometrie esistenziali” con cui si muovono. Ognuno alla sua velocità, dettata dagli appuntamenti, dalla fretta, dai ritardi, ma nessuno mai si sfiora o si scontra, proprio come gli uccelli dai “voli imprevedibili e dalle ascese velocissime”.

Da più di due anni, da quando la pandemia ha fermato le nostre ali e non ho più attraversato l’Oceano, il mio rito di osservazione è sospeso e questo luogo del cuore lo visito solo nella memoria.

Sto parlando di Grand Central, una stazione, anzi un Terminal come lo chiamano i newyorkesi, che abita nel cuore di Manhattan, in una casa meravigliosa che mescola stili architettonici completamente diversi e che nell’eleganza del suo marmo era nata per essere “il salotto dei viaggiatori” e la porta d’ingresso dell’America.

Il primo treno che partì 109 anni fa era diretto a Boston e da qui si saliva su convogli che attraversavano tutti gli Stati Uniti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale ha cambiato funzione, diventando la casa per eccellenza dei pendolari che ogni giorno vanno a lavorare a New York dalla valle del fiume Hudson, da Long Island o dal Connecticut. Ma il cambio dei nomi sul tabellone, dove non ci sono più Miami, Washington o Chicago ma Yonkers, New Canaan e Poughkeepsie (sede negli Anni Venti e Trenta del secolo scorso dell’unica fabbrica americana della Fiat) non ha minimante scalfito il suo fascino e nemmeno diminuito il numero di coloro che l’attraversano. Resta la stazione con più binari al mondo, sono ben sessantasette disposti su due livelli, e nelle ore di punta arriva un treno ogni 58 secondi.

Grand Central è un posto speciale, che si ribella alle regole stabilite dalla sociologia per stazioni, aeroporti, autogrill, che vengono considerati luoghi di passaggio senza identità dove non si socializza e non si costruiscono relazioni. È stato l’antropologo francese Marc Augè a codificare queste regole in un libro fondamentale pubblicato trent’anni fa e intitolato per l’appunto “Nonluoghi”. 

Ma Grand Central non è un nonluogo, se potesse parlare ve lo racconterebbe l’orologio d’ottone a quattro facce che segna l’ora esatta dalla mezzanotte del 2 febbraio 1913: quanti incontri, appuntamenti, baci rubati, scambi di fiori, di regali, litigate, abbracci, pianti sono avvenuti in questo secolo sotto le sue lancette.

Non solo ci passano 750mila viaggiatori al giorno, ma anche più di venti milioni di turisti e curiosi ogni anno.

I nonluoghi sono caratterizzati dalla precarietà e dalla mancanza di storia, perché sempre condannati all’attimo presente, all’istante. Ma a Grand Central la storia invece si forma e si ferma, qui si radunavano i soldati che dovevano partire per il fronte europeo nella Seconda Guerra Mondiale, qui trovarono rifugio i senzatetto durante la feroce crisi che colpì New York negli Anni Settanta, qui è stato aperto uno dei primi centri vaccinali d’America, qui si trova uno dei più caratteristici e tradizionali ristoranti di Manhattan (l’Oyster Bar, dove si può mangiare la New England Clam Chowder, la famosa zuppa di vongole, cipolle e latte che il marinaio Ismaele mangia nel Moby Dick di Melville) e qui si può fare la spesa, comprare un mazzo di fiori, una bottiglia di vino e trovare un regalo.

Ma non solo, secondo Marc Augè nei nonluoghi le persone transitano ma nessuno vi abita, qui invece per alcuni decenni i tunnel sono stati la casa di homeless che vivevano di tutto ciò che la stazione poteva offrire e la loro presenza è sempre stata il sismografo delle crisi, l’indicatore dello stato di salute della città e dell’America tutta.

Sotto questo cielo, è il caso di dirlo perché l’immenso soffitto rappresenta una volta stellata con i segni zodiacali, la vita è reale e prende infinite direzioni.

Proprio in questi giorni del compleanno sono tornato a Grand Central grazie a un libro (Grand Central dream) uscito da pochi mesi, scritto da due giornalisti appassionati di arte cinema e letteratura, Stella Cervasio e Alessandro Vaccaro, che sono stati capaci di raccogliere una straordinaria quantità di storie e informazioni piene di fascino. 

Ho scoperto il reparto oggetti smarriti che si trova al binario 100, dove ne vengono raccolti ventimila l’anno e dove è arrivato di tutto: da una gamba di legno a una tartaruga, da un certificato di matrimonio a un gatto. O la storia di Lester Onderdonk, il responsabile del tabellone ferroviario che ogni giorno si posizionava con gessetto e microfono davanti a una lavagna e scriveva a mano con una bellissima grafia gli orari degli arrivi e delle partenze ma anche una serie di note come le previsioni metereologiche avverse a causa delle quali le corse sarebbero state soppresse. All'età di 58 anni la sua carriera terminò in virtù del processo di automazione: Grand Central adottò nel 1967 un display a cristalli liquidi prodotto da un’azienda italiana, la friulana Solari che ha fatto anche i tabelloni dell’aeroporto JFK di New York.

Degli uomini che scrivevano gli orari a mano resta traccia in una bellissima copertina del New Yorker del maggio del 1933, di un tempo in cui donne e uomini portavano il cappello e l’attesa si ingannava leggendo i giornali e non chini con gli occhi sugli smartphone.

Il più illustre e sofisticato settimanale americano ha dedicato tantissime copertine a Grand Central, a partire da quella del 1927 realizzata da Theodore Gilbert Haupt, pittore di matrice surrealista che regalò una visione completa del Main Concourse, l’immenso salone delle partenze, mostrando anche il cielo stellato. Cervasio e Vaccaro raccontano nel loro libro che lo stesso pittore realizzò anche un murale per lo zoo di Central Park che purtroppo fu distrutto dai lavori di restauro.

La copertina più potente è però la più recente: pubblicata il 30 Marzo del 2020, durante il primo lockdown, è il simbolo di ciò che abbiamo vissuto negli ultimi due anni. Si vede il grande atrio della stazione completamente deserto, unica presenza quella di un uomo delle pulizie che sta lavando il pavimento. L'orologio, solitario e quasi sperduto, sembra interrogarsi su ciò che sta succedendo. Mai nella sua storia aveva visto quello spazio vuoto e desolato, mai i treni si erano fermati, mai i negozi, i bar e i ristoranti non avevano aperto all’alba. Non è un caso che per raccontare il momento più drammatico della storia della città dopo l’11 settembre il New Yorker abbia scelto proprio Grand Central.

Ora la vita è tornata, lo smart working ha diminuito la forza delle ondate di pendolari e i turisti sono pochi, mancano gli europei, gli asiatici e i sudamericani, ma ogni giorno si aggiunge qualcuno. L’Oyster Bar ha sfruttato questo tempo per ristrutturarsi e modernizzare i suoi 440 coperti, anche se un negozio su tre nell’area intorno alla stazione non ha più riaperto. Ma chi ha memoria e conosce la storia della città sa che si rialzerà anche questa volta. 

Intanto per festeggiare il 109esimo compleanno, questa settimana in ogni bar della stazione una tazza di caffè americano costava solo 1,09 dollari. 

Io aspetto fiducioso di tornare a scegliere un angolo delle scale o di una delle balconate, prendere un caffè e mettermi a osservare la folla indistinta e cercare di intuire storie, vite e incontri. E di tornare a salutare l’orologio.

domenica 25 aprile 2021

Oltre il ponte - Italo Calvino

Questo è il testo di un canto scritto da Italo Calvino e messo in musica da Sergio Liberovici nel 1959.

La versione originale si puo' ascoltare cliccando qui. Vi consiglio di ascoltare anche la versione dei Modena City Ramblers, contenuta nel loro album del 2005 "Appunti Partigiani". E' la versione alla quale sono più legato e che mi accompagna fin dal momento della pubblicazione di quell'album.

Ma soprattutto le parole sono da leggere e rileggere.

Come ci ricorda Calvino, il modo migliore per onorare quegli uomini è continuare a tenere vive le loro idee, che anche nella realtà di oggi sono valide, seppur in contesti che sembrano (e talvolta sono) differenti. 

"E vorrei che quei nostri pensieri, quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell'aurora."

Buona lettura e buon 25 aprile 2021 a tutti!


O ragazza dalle guance di pesca

o ragazza dalle guance d'aurora

io spero che a narrarti riesca

la mia vita all'eta` che tu hai ora.


Coprifuoco, la truppa tedesca

la citta` dominava, siam pronti:

chi non vuole chinare la testa

con noi prenda la strada dei monti.


Avevamo vent'anni e oltre il ponte

oltre il ponte ch'e` in mano nemica

vedevam l'altra riva, la vita

tutto il bene del mondo oltre il ponte.


Tutto il male avevamo di fronte

tutto il bene avevamo nel cuore

a vent'anni la vita e` oltre il ponte

oltre il fuoco comincia l'amore.


Silenziosa sugli aghi di pino

su spinosi ricci di castagna

una squadra nel buio mattino

discendeva l'oscura montagna.


La speranza era nostra compagna

a assaltar caposaldi nemici

conquistandoci l'armi in battaglia

scalzi e laceri eppure felici.


Avevamo vent'anni...


Non e` detto che fossimo santi

l'eroismo non e` sovrumano

corri, abbassati, dai corri avanti!

ogni passo che fai non e` vano.


Vedevamo a portata di mano

oltre il tronco il cespuglio il canneto

l'avvenire di un giorno piu' umano

e piu' giusto piu' libero e lieto.


Avevamo vent'anni...


Ormai tutti han famiglia hanno figli

che non sanno la storia di ieri

io son solo e passeggio fra i tigli

con te cara che allora non c'eri.


E vorrei che quei nostri pensieri

quelle nostre speranze di allora

rivivessero in quel che tu speri

o ragazza color dell'aurora.


Avevamo vent'anni...

domenica 10 gennaio 2021

Odio il Capodanno, firmato Antonio Gramsci

 Alcuni giorni fa mi sono imbattutto in questo articolo tratto da l'Internazionale: riporta un articolo scritto da Gramsci il 1 gennaio 1916 sull'Avanti (rubrica "Sotto la Mole")

Il messaggio di Gramsci è idealmente collegabile con il suo celebre "Odio gli indifferenti", che trovate su questo stesso blog, cliccando qui.

Buona lettura!


Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

sabato 11 aprile 2020

U Sabadì d Pasqua - Pino Testa

Quest'anno è una Pasqua diversa per tutti, a causa del COVID19.
Anche tanti anni fa a Piazza Armerina la Pasqua era diversa da quella a cui siamo abituati, per le tante tradizioni che avevamo e che pian piano si sono perse.
In un periodo di isolamento (e lontananza) forzata da Piazza Armerina, leggere questo brano di Pino Testa mi ha riportato, con un po' di immaginazione, per le vie antiche del nostro paese, piena di gente allegra che riempie le strade e festeggia la resurrezione di Gesù Cristo con il suo grande messaggio di Speranza. 
Lo stesso messaggio di Speranza che anche noi oggi cerchiamo.

Il brano è estratto dalla raccolta "Sfanfùgghiuli" di Pino Testa. Questa raccolta mi venne regalata nel 2012 da Filippo Acquachiara, un uomo che sono felice di aver conosciuto (e per questo devo ringraziare i miei genitori). Un uomo che amava Piazza Armerina e che sentiva la necessità di conservare il nostro patrimonio culturale. Per questo mi regalò questo libro (e anche altri), e io sento che oggi pubblicandone un brano sul mio blog farò un po' contento anche lui.

Se siete piazzesi e avete dei parenti (soprattutto se anziani e magari da soli in questo momento), provate a leggergli qualcosa di queste righe, e forse gli farete così un bel regalo di Pasqua.

Buona Pasqua a tutti

 


venerdì 8 novembre 2019

Un volo pindarico da Battiato a Catullo

Stamattina mentre andavo al lavoro ho ascoltato la canzone di Battiato "Amore che vieni, amore che vai": la parte iniziale del testo mi è sempre piaciuta, e oggi in particolare ho fatto caso ai primi due versi "quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento...", che come sempre mi fa pensare ad una delle più famose poesie di Catullo, che ripropongo qui in latino e in italiano. (La traduzione è presa direttamente dal web, mi scuserete se non è la migliore possibile).

Buona lettura!

Vivamus mea Lesbia 

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviamo, mia Lesbia

Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci,
e le dicerie dei vecchi severi
consideriamole tutte di valore pari a un soldo.
I soli possono tramontare e risorgere;
noi, quando una buona volta finirà questa breve luce,
dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Dammi mille baci, poi cento,
poi ancora mille, poi di nuovo cento,
poi senza smettere altri mille, poi cento;
poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
li rimescoleremo, per non sapere (quanti sono)
e perché nessun malvagio ci possa guardare male,
sapendo che ci siamo dati tanti baci.

giovedì 23 agosto 2018

"Fragile, Reverendo nel West": intervista all'autore Giovanni Mattia


Dopo più di un anno, torno a scrivere sulle pagine del mio blog. 
L'occasione mi è stata data dalla pubblicazione del romanzo "Fragile, Reverendo nel West" che ha scritto il mio vecchio amico Giovanni Mattia.
Dopo aver letto il libro, ho pensato di fare un'intervista a Giovanni, visto che non capita tutti i giorni di avere "a portata di penna" l'autore del libro appena letto.
Come sempre...buona lettura!

  • Ciao Giovanni, innanzitutto ti chiedo: perché scrivi?
Ciao Marco, questa è una bella domanda. È successo per caso. Ad un certo punto, qualcosa è nato dentro di me: avevo un mondo tutto nuovo che aveva bisogno di esprimersi e ha cercato ogni mezzo per farlo, fino al momento in cui ho iniziato a scrivere.

  • Hai da poco pubblicato un romanzo western, dal titolo “Fragile, Reverendo nel West”. La scelta del genere Western può apparire singolare, e perfino non molto popolare, quindi perché un Western?
Perché il Far West è un mondo che è solo in apparenza così lontano. Quanti di noi hanno sognato di esplorare nuove terre? La segregazione subita dai nativi americani non rimanda a qualcosa di simile che avviene oggi? E il modo di comunicare così muscolare e poco pensante di quei tempi non ricorda una certa forma di propaganda alla quale assistiamo tutti i giorni? Questi sono solo alcuni dei tanti esempi di vicinanza tra Far West e giorno d’oggi.  

Un ulteriore motivo per cui ho scelto il Western riguarda la possibilità di imporre regole nuove ad un mondo che ha leggi tutte sue. Mi piaceva l’idea di offrire un punto di vista e una chiave di lettura diversa su questo genere molto standardizzato.

  • Perché hai scelto questo nome, Fragile, per il tuo personaggio principale?
La tecnica è del grande Pirandello, cioè prendere dei cognomi che evidenziano alcune caratteristiche dei personaggi. Fragile non è solo il protagonista, ma anche l’umanità del romanzo e l’equilibrio di un mondo al tempo stesso spietato e affascinante.

  • Fragile è un reverendo che improvvisamente sente che la sua città gli sta stretta, e decide quindi di partire verso le lontane terre dell’ovest, per la sua missione di evangelizzazione. Questo evento, che è la causa scatenante di tutto il romanzo, cosa ci racconta di te e della tua vita?
Il mito della Frontiera vive in ognuno di noi. Gli americani storicamente nell’800 ebbero l’esigenza di spingersi oltre, verso le terre selvagge. Come i protagonisti del libro, anche io spesso sento questa voglia di esplorare, conoscere, vivere in posti ai confini del mondo e attraverso “Fragile Reverendo nel West” sono riuscito a soddisfare un po’ della mia fame, per così dire, di terra.

  • Quindi anche tu, come i tuoi personaggi, ti senti stretto a Piazza Armerina e vorresti fuggire?
Un tempo avevo voglia di fuggire dal mio paese. Andare via, partire, viaggiare senza fermarmi. Adesso, invece, ho voglia di vivere un luogo che diventi mio. Fuggire non è più la soluzione.

  • Il romanzo è costellato di personaggi che inizialmente sembrano cattivi, depravati o pericolosi, che poi però spesso si rivelano delle brave persone, e i loro atteggiamenti sono sempre dovuti a qualcosa che hanno vissuto in passato. Cosa ci vuoi dire? Ci sono riferimenti alla tua esperienza di vita? Qualcuno potrebbe addirittura definire “buonista” un punto di vista simile. Cosa risponderesti?
Semplicemente non ho mai amato il manicheismo e il bene e il male senza sfumature. I personaggi del romanzo oscillano quasi tutti tra bene e male: a volte compiono efferatezze e altre invece si riscattano. Willie James, il più fedele scudiero del Reverendo, è emblematico. È un personaggio che sembra bonaccione e pacato, ma invece anche lui ondeggia tra bene e male. Mi piace, infatti, che un uomo non sia soltanto buono o cattivo ma abbia invece una sua complessità.
Più che buonista, il punto di vista del romanzo dà fiducia e possibilità di redenzione ai personaggi “negativi” del romanzo, non lasciando il cattivo nel suo stato originale ma raccontando la sua evoluzione.

  • I western di solito sono caratterizzati da pistoleri e saloon (che non mancano nel tuo romanzo) piuttosto che da preti. Il protagonista del tuo romanzo è invece un reverendo che vuole evangelizzare le masse: perché hai scelto questo tema? Perché la religione?
Considera che l’idea di questo romanzo nasce dal titolo di un film degli anni 70’: “Scusi ma dov’è il West”. Il film descriveva in chiave comica le avventure di un rabbino nel Far West. Da questo nacque l’idea. La religione è soltanto un modo per mettere a soqquadro il Far West e dare risalto alla Fragilità umana. Lo immagini un Reverendo che “All’O.K. Corral” dà ordini a John Wayne? Lo immagineresti Burt Lancaster prostrarsi a un prete cattolico?

Inoltre questo tema mi ha permesso di indagare sulle difficoltà di ogni essere umano di accettare il diverso. Nel Far West un Reverendo era un diverso. La paura del diverso fomenta il nostro odio verso qualcosa che noi non codifichiamo come familiare. Credo che ai nostri tempi abbiamo bisogno di parlare e analizzare la paura del diverso. Io ho provato a raccontare come le leggi del West abbiano individuato in un reverendo un personaggio ostile.

  • Spesso il reverendo dichiara di essere convinto che la potenza del messaggio evangelico può sconfiggere tutto e superare qualsiasi ostacolo, ma a volte sembra dirlo più che altro per cercare di autoconvincersi. Cosa significa? Anche tu hai le stesse convinzioni di Fragile?
Significa che la fede non è un principio statico, bensì un elemento dinamico nella vita di ogni persona. I tentativi di autoconvinzione di Fragile avvengono nei momenti di maggiore difficoltà. Io, a differenza di Fragile, non ho ancora deciso di intraprendere un mio cammino di fede e probabilmente questo punto di vista mi ha permesso di raccontare meglio un personaggio lontano come il reverendo. Enk è un uomo e in quanto uomo non ha una fede incorruttibile, ma ha delle debolezze che in fondo lo rendono ancora più simpatico.

  • Lungo il libro, emerge inoltre la tua predilezione per i personaggi vagabondi, sfaticati, buoni a nulla e perdi-tempo. Quelli che in un certo senso sono “fuori dal sistema” (per scelta propria o altrui). Da dove viene questa tua preferenza nel creare tali personaggi?
Un personaggio fuori sistema funge spesso da narratore. Rappresenta un polo di attrazione sia per chi scrive che per chi legge. Il vagabondo è una figura che mi ha sempre affascinato, soprattutto quando, in passato, volevo fuggire dal mio presente e vivere senza regole.
Quando andando in giro vedevo uomini ridotti all’osso nei bar e rimanere immoti per ore e ore a osservare non si sa che cosa, mi sono chiesto: cosa starà pensando? Perché vive in questo suo strano mondo? Perché si è ridotto così? Ciò mi ha spinto a inserire sfaticati e perdigiorno come personaggi in molti miei scritti o a renderli a protagonisti. Chi è fuori dal sistema nei miei scritti ha subito un danno irreparabile dal sistema stesso, che lo ha spinto a fuggire e cercare altre strade.

  • Se esiste, qual è il messaggio complessivo che vuoi trasmettere con la storia di Fragile?
Il romanzo vuole raccontare, attraverso il Far West, una storia umana. Vuole evidenziare come si possa integrare un uomo considerato diverso in una società meschina e spietata come nel Vecchio West. L’integrazione di Fragile nella California del 1880 è una cosa molto difficile ed è un processo lungo e tortuoso che tocca anime abituate a vivere senza regole. Lo sceriffo stesso è uno sconfitto che si ritira perché non è riuscito a garantire il rispetto delle leggi. Fragile, tuttavia, lo smuove, lo risveglia.
In fondo, il titolo dà un’idea di cosa si possa trovare nel romanzo: può un uomo Fragile essere degno di reverenza nel West? E se poi è considerato un diverso? Nel mondo di oggi riusciamo ad accettare le nostre debolezze e quelle altrui?

  • Capisco. Tu stesso ti senti fragile e indeciso?
Non ogni giorno, altrimenti non vivrei più. Però mi è capitato di passare periodi di grande incertezza. Il senso di precarietà che si vive oggi non si percepiva minimamente alcuni anni fa.

  • Ok, adesso dimmi una canzone, un film e un quadro che si potrebbero collegare al tuo libro.

Una canzone che si potrebbe collegare al mio libro è uno dei pezzi più tradizionali e replicati dagli americani: “Man in constant sorrow”.

Il film è “Fratello dove sei” (titolo originale “O Brother, Where Art Thou?”, la cui colonna sonora è proprio Man in constant sorrow). Il film racconta di un’odissea di tre uomini alla ricerca di un tesoro che non c’è. Un viaggio, un punto di arrivo, una ricerca in un mondo mitico e nel quale è possibile raccontare mille storie.

Il quadro a cui penso e che mi ha sempre accompagnato negli anni in molte riflessioni è “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?” di Paul Gauguin, che pone tre domande esistenziali che da secoli mettono in dubbio le reali potenzialità dell’uomo.

  • Bene, grazie per la disponibilità. Prima di salutarci un’ultima domanda: stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
Si. Sto lavorando a tre possibili romanzi. Uno è il seguito di “Fragile Reverendo nel West” che vorrei approfondire anche per raccontare ancora di più personaggi che nel primo libro hanno avuto un ruolo importante, ma di secondo piano. Quindi…a presto!


giovedì 30 marzo 2017

Le politiche di Trump non salveranno il carbone - dal Sole 24Ore

Si sta parlando molto in questi giorni degli atti del presidente USA Trump contro le precedenti scelte di Obama in tema di ambiente e clima. Ma di che si tratta veramente? Quali possono essere gli effetti?
Riporto di seguito un interssante articolo di Sissi Bellomo del Sole24Ore (leggibile qui).

Buona lettura

Non saranno gli editti di Donald Trump, ma le leggi dell’economia a decidere il destino del carbone e degli altri combustibili fossili. È questa l’opinione prevalente nel mondo dell’energia all’indomani del colpo di spugna alle politiche ambientali negli Stati Uniti.

Il nuovo presidente americano, proclamando la «fine della guerra contro il carbone», ha avviato un processo che negli Usa potrebbe effettivamente prolungare la vita a qualche vecchia e inquinante centrale. Le sue mosse non sembrano però sufficienti ad alterare in modo decisivo gli scenari di domanda e offerta, né a livello nazionale, né tanto meno su scala globale. Non a caso i mercati non hanno avuto reazioni rilevanti agli ultimi sviluppi della politica Usa.

La reazione del mercato 
I titoli di alcune società carbonifere – reduci da una crisi drammatica, che ha provocato numerosi casi di bancarotta e migliaia di licenziamenti – si sono rafforzati a Wall Street: in particolare Peabody Energy ha registrato un rialzo di oltre il 10% nelle ultime due sedute. Ma le quotazioni del carbone non hanno registrato grosse variazioni, salvo che in Asia, dove però sono in rialzo per via del ciclone Debbie, che ha costretto a chiudere diverse miniere in Australia.

Il gas, diretto concorrente del carbone nella generazione elettrica, si è mantenuto ai massimi da oltre un mese al Nymex, oltre 3 $/Mtbu, mentre il petrolio – anch’esso in rialzo, sopra 49 $/barile nel caso del Wti – sta rispondendo soprattutto al crollo della produzione in Libia, cui si è unito ieri un forte calo delle scorte di benzina negli Usa.

I rischi – non solo per gli scenari previsionali, ma anche e soprattutto per l’ambiente – diventerebbero molto più concreti se scattasse un effetto emulazione, ossia se altri Paesi decidessero di abbandonare la lotta contro il cambiamento climatico.

Washington non ha ancora deciso se ritirare ufficialmente l’adesione agli Accordi di Parigi, come Trump aveva promesso di fare in campagna elettorale: un passo che persino il gigante del petrolio ExxonMobil esorta ad evitare. Comunque sia, una volta smantellate le misure di Obama per la riduzione dei gas serra, è ben difficile che riesca a rispettare gli impegni di Parigi (gli accordi peraltro non prevedono sanzioni).

Tempi lunghi 
Il Clean Power Plan, in particolare, imponeva alle utilities di ridurre le emissioni di Co2 delle centrali elettriche del 32% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. Trump comunque non ha potuto abrogarlo per decreto, ma solo avviare la sua revisione. «Questa è solo la prima mossa di una lunga partita a scacchi, che durerà anni – avverte Richard Revesz, giurista della New York University – La questione potrebbe non essere risolta prima del 2020, quando ci saranno nuove elezioni presidenziali». Sarà infatti necessario avviare nuovi processi di consultazione, complicati dall’opposizione degli ambientalisti e di molte forze politiche, ed è probabile che ci saranno anche numerose battaglie in tribunale.

Nel frattempo difficilmente le utilities cambieranno i piani di investimento, che rispondono a strategie economiche di lungo periodo. Il ceo di Duke Energy Corp, Lynn Good, è stato molto chiaro in proposito: «Visto il prezzo competitivo del gas e la discesa dei costi delle rinnovabili continuare a tagliare le emissioni di Co2 per noi ha senso». La società non rinuncerà quindi al piano decennale, che prevede di investire 11 miliardi di dollari in centrali a gas o fonti rinnovabili (a scapito del carbone).

Quello di Duke Energy è un orientamento molto diffuso nel settore, rafforzato dal fatto che alcuni Stati – come la California e lo Stato di New York – non hanno alcuna intenzione di fare passi indietro nelle politiche contro il climate change. Anzi, proprio in questi giorni le hanno rafforzate.

La chiave è nei prezzi 
Al di là degli aspetti regolatori, le variabili chiave sono comunque da un lato il prezzo delle risorse e dall’altro il costo e il grado di sviluppo delle tecnologie. Del resto è stato durante la presidenza di Obama, più sensibile ai temi ambientali, che la produzione di idrocarburi negli Usa ha vissuto uno dei periodi di maggiore sviluppo nella storia, grazie allo sfruttamento dello shale gas e dello shale oil. E negli stessi anni il carbone ha perso terreno nella competizione tra fonti: la sua quota nel mix di generazione Usa è scesa dal 50% di una decina di anni fa al 30% nel 2016, quando è stato superato dal gas, che essendo più economico è salito al 34%.

La produzione di carbone negli Usa – non certo per colpa di regolatori occhiuti – è crollata ai minimi da quarant’anni nel 2016 e dal 2011 l’industria ha perso circa 60mila addetti, vittime della crisi ma anche dell’automazione dei processi estrattivi. Ora restano appena 77mila minatori nel Paese e nonostante la propaganda di Trump è improbabile che il loro numero crescerà. Anche la rimozione della moratoria sulle licenze minerarie in terreni federali per ora non interessare a nessuno: le società carbonifere assicurano di avere riserve più che sufficienti per molti anni a venire.

mercoledì 1 febbraio 2017

Benefici ambientali ed energetici dell'auto elettrica

La mobilità elettrica può garantire sostanziali benefici ambientali ed energetici, soprattutto in ambito urbano, e può costituire nel medio periodo un’importante leva per il conseguimento degli obiettivi che l’Italia condivide con l’Unione Europea dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Parigi sul cambiamento climatico.
Il sistema dei trasporti si inserisce infatti nel più ampio target della decarbonizzazione assunto dall’Europa e dai paesi europei. Per raggiungere tale obiettivo, è necessario incrementare in maniera sostanziale il livello di elettrificazione dei consumi finali, in particolare nel settore termico e dei trasporti.  

La mobilità elettrica consente in sostanza di riportare anche nei trasporti le riduzioni di intensità di emissioni di anidride carbonica, che derivano dallo sviluppo di impianti termoelettrici ad alta efficienza ed a gas naturale, dallo sviluppo delle fonti rinnovabili, dalla preferenza accordata a meccanismi di mercato come l’ETS. I benefici che deriverebbero da una crescita significativa della mobilità elettrica si possono quantificare in maniera precisa. Il basso impatto ambientale derivante dall’utilizzo di un veicolo elettrico è infatti dovuto alla disponibilità di energia necessaria al suo funzionamento che ha ormai limitati impatti ambientali e climalteranti. Infatti il settore elettrico italiano sta attraversando una fase di profondo cambiamento, caratterizzata da un forte aumento della quota di produzione da fonti rinnovabili e questo trend è destinato a continuare in futuro, in linea con i nuovi obiettivi europei al 2030, che prevedono un incremento del peso delle fonti rinnovabili destinate alla produzione di energia elettrica, fino al 45% del consumo finale lordo. Il risultato è che, per il 2015, il fattore medio di emissione sui consumi finali è stato pari a 316 gCO2/kWh (-45% rispetto al 1990!), mentre è ragionevole ipotizzare al 2030 un fattore medio di emissione sui consumi finali dell’ordine di 280 gCO2/kWh.
In questo contesto, la diffusione dei veicoli elettrici – proprio perché accoppiata alla crescente generazione da fonti rinnovabili e da un impianti termoelettrici ad alta efficienza – contribuirebbe sia alla riduzione nell’utilizzo di fonti primarie fossili (e quindi ad un miglioramento della “bolletta energetica”) sia al raggiungimento degli obiettivi afferenti le emissioni climalteranti.
Il veicolo elettrico è già oggi in vantaggio rispetto alle altre tipologie di veicoli: sulla base delle emissioni 2015, un veicolo elettrico emette indirettamente tra 40 e 60 grammi di CO2 per chilometro, a fronte dei 115 grammi medi dei veicoli mossi da motori a combustione interna, mentre sulla base delle emissioni al 2030 questi valori saranno pari, rispettivamente, a 30/40  e 95 grammiCO2/km (quest’ultimo è l’obiettivo europeo sulle emissioni di CO2 del parco veicolare nuovo a partire dal 2021). .
Altro sostanziale vantaggio è quello assicurato sulla qualità dell’aria, che assume importanza fondamentale nei centri urbani e nelle are densamente popolate. I veicoli elettrici allo scarico semplicemente non emettono nessuno degli inquinanti atmosferici che hanno diretto impatto sulla salute come il particolato (PM10, PM 2,5), gli ossidi di azoto (NOx), gli ossidi di zolfo (SOx), gli idrocarburi incombusti (THC), il monossido di carbonio (CO) e i composti organici volatili (COV).
Infine, si deve sottolineare la   forte riduzione dell’impatto acustico, scomparendo quello dovuto alla combustione e che quindi  limitato unicamente a quello dovuto  al rotolamento dei pneumatici.In sostanza  i benefici ambientali in ambito urbano, dove più pressante è il problema dell’inquinamento atmosferico, sarebbero consistenti e migliori anche rispetto ai più moderni veicoli EURO 6.

In questo quadro, vale la pena di sviluppare un esercizio di stima e valorizzazione, verificando quali effetti avrebbe la ipotetica e semplice sostituzione degli autoveicoli in circolazione “euro 2” immatricolati nel 2000 (si ipotizza una percorrenza media di 5000 km, cioè di un utilizzo in ambito urbano). Nel caso di introduzione di veicoli EURO 6 con emissioni di CO2 in linea con gli obiettivi di emissione al 2020, si avrebbe una riduzione complessiva di circa il 40% di CO2, del 70% di NOx&THC ed un risparmio energetico del 35%. Mentre nel caso di introduzione di veicoli elettrici, si avrebbe una riduzione complessiva del 70% di CO2, del 100% di NOx&THC ed un risparmio energetico di circa il 70%.


Certamente, la mobilità elettrica imporrà un significativo sviluppo infrastrutturale, ma si tratta di interventi relativamente semplici da adottare, a fronte dei quali si paleseranno importanti vantaggi rispetto ad ogni altra tecnologia, anche senza salti tecnologici, per l’assenza di emissioni di sostanze inquinanti e la costante riduzione dell’impatto climalterante dovuto  al continuo trend di decarbonizzazione della generazione elettrica.

venerdì 23 dicembre 2016

I dati sulla gestione dei rifiuti in Italia, Sicilia, provincia di Enna e Piazza Armerina.

L’ISPRA ha presentato alcuni giorni fa il Rapporto Rifiuti Urbani 2016. Ho dato un’occhiata per fare un quadro della situazione nazionale, regionale (Sicilia), provinciale (Enna) e comunale (Piazza Armerina). Ecco cosa ne è uscito fuori.

Italia

La fotografia scattata dall'Ispra mostra un calo nella produzione nazionale di rifiuti: 29,5 mln di tonnellate nel 2015, -0,4% rispetto al 2014. Nell’ultimo triennio, la produzione pro capite (cioè i kg di rifiuti urbani prodotti in un anno da ogni abitante) rimane sostanzialmente invariata, attestandosi, nel 2015, a 487 kg/abitante per anno. La contrazione più contenuta del dato pro capite rispetto a quello di produzione assoluta è dovuta a una contestuale decrescita della popolazione residente (-0,2% tra il 2014 e il 2015).



Lo smaltimento in discarica è diminuito del 16% ma interessa ancora il 26% dei rifiuti urbani. Il 18% dei rifiuti è invece avviato a recupero di materia della frazione organica e oltre il 26% al recupero delle altre frazioni merceologiche. Il 19% è incenerito, mentre circa il 2% è destinato a impianti produttivi, come cementifici e centrali termoelettriche, per essere utilizzato all'interno del ciclo produttivo e per produrre energia. Il 3%, infine, è inviato a ulteriori trattamenti quali la raffinazione per la produzione di CSS o la biostabilizzazione, mentre l'1% è esportato, principalmente verso Austria e Ungheria.

Cresce la quota di raccolta differenziata, che si attesta al 47,5% della produzione, +2,3% sul 2014.



L’analisi dei dati mostra anche che l’incenerimento non sembra determinare un disincentivo alla raccolta differenziata, come risulta evidente per alcune regioni quali Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Campania e Sardegna. In queste regioni, infatti, a fronte di percentuali di incenerimento pari rispettivamente al 45%, 22%, al 33%, 28% ed al 21% del totale dei rifiuti prodotti, la raccolta differenziata raggiunge valori elevati (rispettivamente del 59%, 63%, 57%, 48%, 56%). 

Segnalo comunque che la direttiva 2008/98/CE non prevede obiettivi di raccolta differenziata ma fissa specifici target per la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di specifici flussi di rifiuti, quali i rifiuti urbani e i rifiuti da attività di costruzione e demolizione.
Infatti Raccolta differenziata e riciclaggio non sono affatto la stessa cosa: la prima è un sistema di gestione/raccolta dei rifiuti, il secondo è invece un sistema di smaltimento vero e proprio dei rifiuti. Nel 2015, ad esempio, a fronte di una percentuale di raccolta differenziata del 47,5%, si è avuta una percentuale di riciclaggio del 44%.

Dati negativi riguardano il costo medio pro capite dei servizi di igiene urbana, che sale a 167,97 euro/anno nel 2015, +1,7% sull'anno precedente.



Regione Sicilia 

In Sicilia nel 2015 sono stati prodotti totale 2.350.191 tonnellate, valore praticamente stabile rispetto al 2014. Quindi la Sicilia produce circa l’8% dei rifiuti urbani nazionali. La produzione pro-capite è di 463 kg/ab*anno, quindi un valore più basso di circa il 5% rispetto alla media nazionale, e minore di quasi il 30% rispetto all’Emilia Romagna, che è la regione con il valore di produzione pro-capite più alto di tutta Italia (642 kg/ab*anno). 

L’83% dei rifiuti è ancora smaltito in discarica (nel 2013 era il 93%), contro il 5% della Lombardia. La Sicilia inoltre continua ad essere il fanalino di coda italiano per le percentuali di Raccolta Differenziata: 12,8% nel 2015, con un progresso praticamente nullo dal 12,5 % del 2014. La Calabria, che è la penultima regione in classifica, ha una percentuale di raccolta differenziata di circa il doppio. 

L’ISPRA segnala che “In alcune regioni come Lazio, Campania, Sicilia, lo scarso sviluppo impiantistico delle infrastrutture deputate al trattamento della frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata rappresenta un elemento che sta fortemente condizionando l’attuazione di un ciclo di gestione corretto.”


Provincia di Enna

Nella provincia di Enna, nel 2015 sono state prodotte 60.913 tonnellate di RU, in calo di circa il 3% rispetto al 2014. La provincia di Enna è la provincia siciliana con la più bassa produzione totale di rifiuti urbani.

La percentuale di raccolta differenziata nella provincia di Enna è, ahimè, tra le più basse d’Italia: 10,8% nel 2015. Tale dato va però un po’ contestualizzato, segnalando che si è avuto un incremento di quasi 5 punti percentuali in un solo anno (nel 2014 la percentuale era infatti del 6,1%): nel 2014 la provincia di Enna era ultima in Sicilia (e in tutta Italia!!), invece nel 2015 è “salita” al 6° posto su 9 province.


Piazza Armerina

A Piazza Armerina da circa due anni è iniziata la raccolta differenziata, arrivando ad un percentuale del 56%, secondo gli ultimi dati (non ISPRA). Guardando i dati della figura soprastante, ci accorgiamo come nel nostro paese abbiamo raggiunto livelli pari a quelli di regioni virtuose come Emilia Romagna, Sardegna e Piemonte. Va inoltre segnalata la bella realtà dell’Ecopunto, che ha ricevuto menzioni particolari anche a livello nazionale. 

Ciononostante, non vanno dimenticate le tante inciviltà che ogni giorno vediamo accadere sulle nostre strade, e davanti alle quali dovremmo forse alzare un po’ più la voce facendo rispettare le regole, piuttosto che girarci dall’altra parte. 


In conclusione, per la Sicilia la situazione è tutt’altro che rosea, anche se alcuni buoni segnali ci sono (come nel caso di Piazza Armerina) ma il lavoro da fare è ancora tantissimo e a tutti i livelli: culturale, politico e tecnologico. Quindi…Buon lavoro a tutti!!

venerdì 2 dicembre 2016

I du v'cchiareddi

Pi strata visti du v'cchiareddi,
maritu e mugghieri.
Passiav'nu piano piano
'n menzu i genti,
ca comu sempri curriv'nu svelti.
Idda faciva pass'teddi p'cciddi
e str'ngiva u brazz' d so' marì,
e accussì avanzav'nu,
tutt'i'dui iutann's c'u bastun.

Mi firmaiu p' taliarli:
'n menzu a lu sciumi
ca scurriva di genti
iddi camminav'nu lenti lenti,
a pass'teddi nichi,
comu ni n'autra dimensioni,
ma annav'nu comunque avanti.
V'sgini v'sgini,
c'u brazzu da mugghieri
strittu forti
'a chiddu do maritu.

E p'nzai:
chissa è la vera forza,
chissu è lu veru Amuri.



giovedì 29 settembre 2016

Il Ministro dell'ambiente Galletti al Senato sul tema dei rifiuti in Sicilia

Qualche giorno fa il Ministro Galletti è stato ascoltato dalla XIII Commissione in Senato riguardo il tema della gestione dei rifiuti a Roma, in Sicilia e in Puglia.

Di seguito riporto la parte riguardante la Regione Sicilia, poichè mi sembra utile per capire e tenersi informati su una vicenda che riguarda tutti noi.

Buona lettura.

GESTIONE DEI RIFIUTI NELLA REGIONE SICILIANA

Produzione dei rifiuti urbani a livello regionale e raccolta differenziata.

La produzione dei rifiuti in Sicilia ammonta per l’anno 2014 a 2.342.219 tonnellate. Tale quantità corrisponde ad una produzione pro capite pari a circa 462 kg/abitante anno. La produzione dei rifiuti in Sicilia è diminuita dal 2010 al 2014 del 10,3%. Tale andamento riflette quello della produzione a livello nazionale, correlato al trend degli indicatori socio-economici ed al consumo delle famiglie.

La raccolta differenziata nella Regione Siciliana nel 2014 ammontava a 292.972 tonnellate. Tale quantità rappresenta solo il 12,5 % del totale dei rifiuti prodotti, valore molto al di sotto dell’obbligo di legge del 65%.

Nel 2014, in controtendenza rispetto al resto del territorio nazionale, la quantità di rifiuti raccolti in modo differenziato si è ridotta di oltre un punto percentuale, al 12,5% dal 13,2% dell’anno precedente.


Rifiuti differenziati

Le quantità raccolte in maniera differenziata nel 2014 sono pari complessivamente a 292.972 tonnellate di cui 125.829 sono costituite da frazione organica e 167.143 da frazione secca riciclabile.

La frazione secca viene conferita alle piattaforme Conai e quindi riciclata o recuperata al netto degli scarti.

In molti Comuni del territorio regionale la raccolta differenziata non viene ancora realizzata.

Rifiuti indifferenziati

Le quantità di rifiuto indifferenziato prodotte nel 2014 ammontano a 2.049.247 tonnellate. Questi rappresentano una quota pari all’89 % dei rifiuti urbani prodotti in Regione.

Di tali quantità solo 349.774 tonnellate sono state inviate, secondo modalità ordinarie, agli impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB) prima di essere inviate al successivo smaltimento.

La restante quota, pari a 1.003.302 tonnellate, è stata quindi smaltita in deroga alle prescrizioni, ricorrendo a forme speciali di gestione dei rifiuti attraverso Ordinanze del Presidente della Regione ai sensi dell’articolo 191 del d.lgs. n. 152 del 2006.

Assetto impiantistico regionale

La frazione umida raccolta in modo separato è conferita nei 15 impianti di compostaggio presenti sul territorio, molti dei quali risultano non operativi per mancanza di materiale da trattare. 

Tali impianti, sebbene presentino nominalmente una potenzialità complessiva autorizzata pari a 416.967 tonnellate annue, hanno trattato nel 2014 una quantità di rifiuti pari a circa 160.000 tonnellate.

Appare evidente che gli stessi siano sottoutilizzati e che l’attuale capacità installata potrebbe far fronte ad un flusso maggiore di frazione organica derivante da un auspicato incremento della raccolta differenziata. La capacità autorizzata degli impianti di compostaggio garantisce l’autosufficienza regionale anche al raggiungimento del 30% di raccolta differenziata.

Inoltre, la Regione prevede di realizzare ulteriori impianti di compostaggio per garantire il corretto trattamento della frazione organica anche al crescere della raccolta differenziata.

La gestione del rifiuto indifferenziato, solo a seguito dell’emissione dell’Ordinanza n. 5 del 2016, emanata previo rilascio dell’Intesa ai sensi dell’articolo 191 (comma 4) del Codice dell’Ambiente, avviene secondo quanto prescritto dalla medesima Ordinanza garantendo un pre-trattamento al rifiuto conferito in discarica. Ciò grazie all’installazione di impianti mobili di biostabilizzazione che, nelle more della realizzazione dei TMB previsti dalla pianificazione regionale, operano il pretrattamento del rifiuto. Al riguardo, si precisa comunque che in alcune aree vi sono degli approfondimenti tecnici in corso da parte delle autorità territoriali competenti, per verificare se vi è stato il pieno adeguamento rispetto alle previsioni della citata Ordinanza.

Gli impianti mobili rappresentano una soluzione tampone e provvisoria per garantire la corretta gestione del rifiuto fino al completamento della realizzazione degli impianti, dell’attivazione dei provvedimenti necessari per l’invio fuori Regione del rifiuto.

La Regione, nel contempo, sta provvedendo alla realizzazione e messa in esercizio degli impianti di TMB necessari al trattamento di tutti i rifiuti indifferenziati prodotti in Regione, in particolare presso le piattaforme integrate pubbliche di Enna, Gela e Messina, nonché presso la piattaforma privata sita a Siculiana.

Lo smaltimento dei rifiuti avviene esclusivamente tramite conferimento in discarica.

La capacità residua di trattamento in discarica, agli attuali livelli di smaltimento, garantisce l’autonomia regionale solo per 6 mesi e l’assenza di impianti di termovalorizzazione rende ancora più critica la situazione. Lo schema di decreto di cui all’art. 35 dello “sblocca Italia” ha individuato, per la Regione Siciliana, fabbisogni residui di incenerimento molto rilevanti (circa 700.000 t).

Stato attuale della pianificazione territoriale.

L’attuale piano regionale per la gestione dei rifiuti è stato predisposto dal Presidente della Regione Siciliana, nominato pro tempore Commissario Delegato per l’Emergenza Rifiuti in Sicilia. Tale piano è stato approvato con Decreto del Ministero dell’ambiente nel mese di luglio 2012, previo parere vincolante del Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio. Con specifica prescrizione si è disposto che “Il Piano regionale per la gestione dei rifiuti in Sicilia dovrà essere sottoposto alle previste procedure di Valutazione Ambientale Strategica (VAS)”.

Nel mese di gennaio 2014, il Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti della Regione Siciliana ha avviato la fase preliminare della VAS, procedura che si è conclusa con l’emanazione del Decreto da parte del Ministero dell’ambiente nel mese di maggio 2015. La Regione, a seguito anche della diffida del Presidente del Consiglio dei Ministri del mese di agosto 2015, ha approvato, con propria delibera (n. 2 del 18 gennaio 2016) il Piano regionale per la gestione dei rifiuti urbani in Sicilia.

Il Piano approvato fa solo riferimento alla gestione dei rifiuti urbani, demandando ad altro documento quella dei rifiuti speciali.

Con la già richiamata Ordinanza n. 5 del 2016, il Presidente della Regione ha  disposto l’aggiornamento del Piano regionale, anche alla luce dell’emanando  DPCM  ai sensi dell’articolo 35, comma 1, del decreto legge n. 133 del 2014 che contiene la ricognizione del fabbisogno di impianti di incenerimento di rifiuti a livello nazionale. In tale DPCM è prevista la realizzazione in Sicilia di una capacità complessiva di 700.000 tonnellate di incenerimento. L’Ordinanza stabilisce che l’approvazione del nuovo Piano possa avvenire con tempi ridotti rispetto a quelli previsti dal Codice dell’Ambiente, in modo da arrivare alla realizzazione di tutta l’impiantistica necessaria. 

Stato emergenziale e Ordinanze contingibili ed urgenti ex art. 191 del d.lgs. n. 152 del 2006.

Per quanto riguarda la gestione dello smaltimento dei rifiuti nella Regione Siciliana, si fa presente che a partire dall’anno 2009 fino al 2014  tale gestione è stata caratterizzata da uno stato emergenziale, anno in cui è stata adottata una nuova ordinanza del Capo del Dipartimento della Protezione civile per favorire e regolare il subentro della Regione Siciliana nelle iniziative finalizzate al superamento della situazione di criticità in regime ordinario. Tuttavia, occorre segnalare  che il 2014 e il 2015 sono stati di fatto contraddistinti da un  regime straordinario autorizzato mediante ordinanze ai sensi dell’articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006 da Presidente della Regione Siciliana.[3]

Tanto premesso, si va ad illustrare il percorso seguito dalla Regione Siciliana nel 2016 nell’ambito della gestione dei rifiuti.

Nello specifico, il 23 marzo 2016 il Presidente delle Regione Siciliana, con propria nota indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha richiesto lo stato di emergenza nel sistema di gestione dei rifiuti vista la scadenza dei termini di reitero dell’Ordinanza (emessa ai sensi dell’articolo 191 del d.lgs. n. 152/2006, il 31 maggio 2016).

A seguito di tale richiesta e all’esito della riunione tenutasi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Protezione Civile, si è verificata la non sussistenza delle condizioni per l’attivazione dei poteri straordinari ai sensi della Legge n. 225 del 1992. Per il caso di specie si è ritenuto, quindi, più opportuno il ricorso alle ordinanze contingibili ed urgenti ex art. 191 del Codice ambientale.

Con nota del 5 maggio, il Presidente della Regione ha nuovamente evidenziato la situazione di emergenza del settore rifiuti alla quale sarebbe andata incontro la Regione qualora non avesse potuto reiterare gli effetti dell’Ordinanza. Senza le misure straordinarie contenute in quest’ultimo atto, circa 3.000 tonnellate, delle 6.000 tonnellate di rifiuti prodotti al giorno, non avrebbero trovato impianti di smaltimento disponibili in Regione.

Alla luce di ciò, il Ministero dell’ambiente, con nota del 31 maggio 2016, ha inviato alla Regione le prescrizioni tecniche che necessariamente doveva contenere l’Ordinanza per aspirare al rilascio dell’Intesa ai sensi dell’art. 191, comma 4 del Codice dell’Ambiente, nonché le condizione che avrebbero necessariamente dovuto essere adempiute per il permanere della medesima.

Le prescrizioni contenute nella nota non solo stabilivano le condizioni tecniche per le quali sarebbe stato possibile il reitero dell’ordinanza ma chiedevano anche alla Regione un impegno concreto al riassetto della governance regionale, tenendo conto anche delle diffide della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 7 agosto 2015, nelle quali veniva richiesto alla Regione di procedere immediatamente alla riperimetrazione delle ATO.

In data 7 giugno 2016, il Ministero dell’ambiente ha concesso l’Intesa ai sensi del citato comma 4, dell’art. 191, sull’Ordinanza n. 5 del 7 giugno 2016 del Presidente della Regione. Nell’Ordinanza sono contenute le misure straordinarie per la gestione dei rifiuti, conformemente alle prescrizioni Ministeriali, nel rispetto della normativa comunitaria, ed un fitto programma di impegni ed azioni che la Regione è chiamata a mettere in atto nei 6 mesi di validità del provvedimento. Eventuali inadempienze determinano il venir meno dell’Intesa.

Le prescrizioni contenute nella nota ministeriale del 31 maggio 2016 si possono suddividere in tre categorie. Alla prima categoria appartengono gli adempimenti di ordine generale, volti alla necessaria riorganizzazione del sistema regionale di gestione dei rifiuti. Alla seconda categoria appartengono le prescrizioni necessarie a dare impulso alla raccolta differenziata. Infine, alla terza categoria appartengono le prescrizioni per il corretto pretrattamento dei rifiuti indifferenziati e il loro smaltimento in coerenza con le previsioni normative europee.

Le principali azioni che la Regione deve mettere in atto sono:


  • approvazione del disegno di legge di riorganizzazione delle governance regionale in giunta regionale e successiva approvazione della Legge dall’ARS;
  • presentazione di un programma di azioni per l’immediata realizzazione della rete impiantistica in grado di trattare i rifiuti prodotti in Regione nel rispetto della normativa europea;
  • aggiornamento del Piano di gestione dei rifiuti per adeguarlo alle prescrizioni dell’emanando DPCM, redatto ai sensi dell’art. 35, comma 1, del d.l. n. 133 del 2014;
  • attivazione della raccolta differenziata in tutti i Comuni della Regione ed in particolare nelle aree metropolitane, con l’obiettivo di incrementare la raccolta differenziata di un punto percentuale al mese;
  • attivare le misure necessarie al corretto pretrattamento dei rifiuti indifferenziati prima del loro invio allo smaltimento;
  • stipula di accordi regionali per lo smaltimento/recupero dei rifiuti in altre regioni;
  • procedure di gara internazionali per lo smaltimento/recupero dei rifiuti in altri stati membri o in altre Regioni.

Il monitoraggio delle azioni e la verifica del rispetto della tempistica contenuta nelle disposizioni della predetta Ordinanza n.5 del 2016 sono svolti dalla Direzione Generale del Ministero dell’ambiente per i rifiuti e l’inquinamento (RIN) con il supporto dell’ANAC. La verifica intermedia dei risultati è stata fissata al 15 settembre 2016. Allo stato si è ancora in attesa di conoscere l’avviso dell’ANAC.

Dalle risultanze della Direzione Generale competente, ad oggi, risulta quanto segue.

Dall’attuazione dell’Ordinanza 5 del 2016 sono derivati i seguenti effetti positivi, che meritano di essere valorizzati:

a) pretrattamento del rifiuto prima dello smaltimento in discarica, grazie alla installazione degli impianti mobili, fermo restando quanto già detto in merito ad approfondimenti tecnici in corso in alcune aree della Regione;
b) adozione di un crono-programma concreto degli interventi necessari al rientro ad un regime ordinario di gestione dei rifiuti;
c) attivazione di un Ufficio per il coordinamento delle attività sulla raccolta differenziata;
d) approvazione in Giunta, e presentazione all’Assemblea Regionale siciliana, di un disegno di legge che provvede alla riorganizzazione della governance regionale nel settore, in conformità ai principi posti dalla legislazione statale;
e) presentazione di una proposta di aggiornamento del Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti Urbani, in conformità ai contenuti dell’emanando  DPCM  ai sensi dell’articolo 35, comma 1, del d.l. n. 133 del 2014;
f) avvio dei lavori per la realizzazione delle piattaforme integrate di Enna e Gela;
g) avvio dei procedimenti di rilascio delle autorizzazioni e di modifica delle stesse per la realizzazione di nuove capacità per il trattamento dei rifiuti.

Tuttavia, complessivamente, le attività poste in essere dalla Regione non hanno ottemperato del tutto agli impegni assunti con l’Ordinanza n.5 del 2016. Tali risultanze, ad ogni modo, non possono considerarsi definitive stante l’istruttoria ancora in corso.

In particolare, sulla raccolta differenziata non sono stati raggiunti gli obiettivi previsti. La Regione, infatti, non ha messo in campo tutte le azioni di potenziamento della raccolta differenziata. Inoltre, pur avendo richiesto la disponibilità alle altre Regioni d’Italia, la Regione Siciliana non ha poi stipulato gli accordi per l’invio fuori dal suo territorio dei rifiuti. Né, tantomeno, ha avviato le procedure per lo smaltimento in altri impianti nazionali o esteri dei rifiuti prodotti in Regione.

In considerazione di ciò, la situazione esistente nella Regione Siciliana continua a necessitare di misure straordinarie, nonostante l’attività posta in essere dall’Amministrazione regionale abbia consentito di tamponare gli aspetti più gravi della situazione emergenziale.

All’esito dell’istruttoria, che dovrà tener conto delle valutazioni dell’Autorità Anticorruzione, si valuterà se reiterare tali poteri e con quali strumenti eventualmente farlo.

Procedure di infrazione

La Commissione europea ha aperto uno specifico progetto pilota (EU pilot 6582/14) sulla gestione dei rifiuti in Sicilia e sul mancato rispetto delle procedure di VIA e VAS nella fase di adozione del Piano di gestione dei rifiuti urbani nonché per la mancata realizzazione degli impianti di gestione dei rifiuti previsti dal Piano stesso.

Peraltro, occorre segnalare che il Servizio competente della Commissione europea ha archiviato il caso indicato con le seguenti precisazioni: “La Commissione ha deciso di chiudere questa investigazione EU-Pilot, in quanto la procedura di VAS è stata espletata a posteriori per quanto riguarda il piano di gestione dei rifiuti. Tuttavia, poiché la Commissione ha delle perplessità in merito al sistema  di gestione dei rifiuti nella Regione Siciliana, essa si riserva di esaminare in seguito il contenuto del Piano di gestione dei rifiuti”.

È invece in corso un altro contenzioso con la Commissione europea (EU pilot 7043/14) che riguarda i Piani di gestione dei rifiuti di molte Regioni e, nello specifico, anche il Piano di gestione dei rifiuti speciali della Regione Siciliana. La Regione è stata quindi più volte sollecitata a provvedere all’aggiornamento del Piano dei rifiuti speciali. Tuttavia sembra essere ancora molto indietro nella predisposizione dello stesso.

La Regione è, inoltre, inserita nella procedura di infrazione “Discariche abusive” con 10 discariche (di cui 1 ricadente in un SIN e 1 sita nel Comune di Racalmuto). L’Amministrazione regionale ha inviato certificazione di conclusione del procedimento ambientale, che è stato peraltro inoltrato in data 31 maggio scorso ai servizi tecnici della Commissione Europea per lo stralcio del pagamento della sanzione semestrale.

I Comuni e la Regione sono stati destinatari, nello scorso dicembre, di un atto di diffida ad adempiere alle attività per la risoluzione della procedura di infrazione in parola. Tuttavia, i termini sono trascorsi infruttuosamente ed è stata avanzata la proposta di commissariamento.