lunedì 13 febbraio 2012

Ab urbe condita (praefatio 1-3) - Tito Livio -


Facendo "zapping" sul web sono giunto al portale wikipedia "Antica Roma".
Questa è l'introduzione.
Non storcete il naso se l'ultima frase non è proprio un esempio di "sobrietà". 

Qualcuno può pensare che quell'ultima frase è semplice "captatio benevolentiae".
Grosso errore.

Questa era Roma.

Non so se valga davvero la pena raccontare fin dai primordi l'insieme della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile.

Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra.


Il gorgo - Beppe Fenoglio -


Oggi sentivo la voglia di pubblicare qualcosa, ed ecco che salta fuori questo racconto di Beppe Fenoglio, ascoltato anni fa grazie ad un album dei CSI, in cui il testo viene letto da Giovanni Lindo Ferretti con una voce e un arpeggio come sottofondo da far venire i brividi.
Propongo però una lettura individuale, con la propria voce interiore. 
Ognuno avrà i suoi personali brividi.

Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo.
In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente; chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza.
Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo piú grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella.
Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo piú posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le piú grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani.
Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia.
Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il pri¬mo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me.
Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentí, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi piú sotto, mi ripeté di tornarmene su ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli piú grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa .
Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentí al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbatté tre passi su.
Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero piú sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lí intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: “Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa”, ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca.
Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e sopratutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo.
Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lí, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina.
Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.

lunedì 2 gennaio 2012

Il tagliapietre - Anthony de Mello


Come spesso accade durante la preparazione delle attività da fare al campo, ci si imbatte in scritti  e brani interessanti.
Stavolta ho trovato questo racconto di Anthony de Mello.

Con l'augurio che anche noi riusciamo ad essere un pò come il tagliapietre alla fine di questo racconto, vi auguro Buon Anno !!!!!

C'era una volta un tagliapietre, il quale si recava ogni giorno sulla montagna a scavare la roccia.
Mentre lavorava, cantava, poiché anche se era povero,non desiderava nulla di più di quello che aveva e perciò non aveva alcuna preoccupazione al mondo.
Un giorno fu chiamato a lavorare nel palazzo di un nobile signore.
Quando vide la magnificenza di quella dimora, per la prima volta in vita sua provò la sofferenza del desiderio e sospirò:
- Se solo fossi ricco! Non avrei bisogno di guadagnarmi da vivere con il sudore della fronte come faccio ora.
Quale non fu la sua sorpresa quando udì una voce che diceva:
- Il tuo desiderio è stato esaudito. D'ora in poi ti sarà concesso tutto ciò che vorrai -.
Non sapeva che pensare.
Questa parole gli apparvero incomprensibili finché quella sera fece ritorno alla sua capanna e al suo posto trovò un palazzo splendido come quello in cui aveva lavorato.
Smise allora di fare il tagliapietre e visse nella ricchezza.
Un giorno, in un pomeriggio caldo e umido, diede uno sguardo fuori dalla finestra e vide passare il re seguito da un lungo corteo di nobili e di schiavi.
Pensò: - Come mi piacerebbe essere un re e stare seduto al fresco dentro il cocchio reale! -.
Il suo desiderio fu subito esaudito ed egli si ritrovò sdraiato nella lussuosa carrozza.
Scoprì però che là dentro faceva più caldo di quanto pensasse, allora guardò fuori dal finestrino e cominciò a meravigliarsi della potenza del sole che con il suo calore riusciva a penetrare persino attraverso le spesse pareti del cocchio.
- Vorrei essere il sole -, disse fra sé a sé.
Il suo desiderio fu ancora una volta esaudito ed egli divenne una fonte di calore che si diffondeva in tutto l'universo.
Per un po' tutto andò bene.
Poi, un giorno di pioggia, egli cercò di passare attraverso un fitto banco di nuvole senza riuscirvi.
Allora chiese di essere tramutato in nuvola e si vantò del suo potere di oscurare il sole, finché divenne pioggia e, con sua grande rabbia, trovò una roccia assai solida che gli sbarrò il cammino e lo costrinse a scorrerle intorno.
- Cosa? - gridò. - Un semplice sasso è più potente di me? Allora io voglio essere una roccia -.
E subito eccolo lassù in alto, in cima alla montagna.
Non aveva però ancora avuto il tempo di pavoneggiarsi, quando udì uno strano rumore come di scalpello che proveniva dal basso.
Guardò giù e scorse con sgomento un minuscolo essere umano che stava seduto lì sotto a tagliare pezzi di sasso.
- Cosa? - gridò. - Una misera creatura del genere è più potente di me? Voglio diventare un uomo! -
Così fu di nuovo uno scalpellino che lavorava sulla montagna a tagliare pietre guadagnandosi da vivere con il sudore della fronte, ma con la voglia di cantare nell'anima, perché era contento di essere ciò che era e di vivere con quello che aveva.





sabato 24 dicembre 2011

Dedica di "Giù al Sud" - Pino Aprile -

Oggi una mia amica siciliana che si trova ad Istanbul ha scritto questa dedica su FB, mi è piaciuta e non me la voglio lasciar scappare, ergo la pubblico sui miei appunti.
E' la dedica che Pino Aprile ha scritto nell'apertura del suo libro "Giù al Sud" .

Buona lettura e Buon Natale, a chi è a casa e a chi si trova lontano da casa ma la porta sempre dentro il cuore.


Dedicato a chi resta, perché sceglie di restare.

Dedicato a chi torna, perché sceglie di tornare.

Dedicato a chi guarda casa sua con la meraviglia del forestiero.

Dedicato a chi, da lontano, non la perde di vista.



venerdì 2 dicembre 2011

Lettera ad una mamma tedesca - Ignazio Buttitta -


Per caso è partita una canzone di Nonò Salomone nel mio pc: è una poesia di Ignazio Buttita.
Lettera ad una mamma tedesca.
Ignazio Buttitta è un grande poeta siciliano, ma a scuola molto difficilmente ne sentiamo parlare.
Buttitta combattè la prima guerra mondiale, e quando tornò a casa non riuscì mai a dimenticare la gente che aveva ammazzato, soprattutto un ragazzo di 17 anni tedesco, caduto proprio a qualche passo dalla sua mitragliatrice. 
Ebbe il tempo di vedere i suoi occhi azzurri chiudersi per sempre.
Come consuetudine, gli frugò nelle tasche in cerca di qualcosa di utile, ma trovò solo una sua foto abbracciato con la madre: la prese.
Quando tornò a casa la mise al muro con una cornice.
Alcuni anni dopo, tornando a casa, trovò sua moglie addormentata con i suoi figli vicino, e li abbracciava nello stesso identico modo con cui la mamma tedesca abbracciava suo figlio.
Ignazio guarda sua moglie e vede la mamma tedesca a cui ha ammazzato il figlio.
Si siede e scrive una lettera che invia all'indirizzo riportato sulla foto. Non riceverà mai nessuna risposta.
Più volte lui stesso raccontò questa vicenda, finendo sempre con il ripetere:

"Guardavo mia moglie e guardavo la madre a cui avevo ammazzato il figlio."

Questa è la lettera che scrisse.

Mamma tedesca,
ti scrivi ddu surdatu talianu
chi t’ammazzò lu figghiu.
Mmaliditta dda notti
e l’acqui di lu Piavi
e li cannuna e li bummi
e li luci chi c’eranu;
mmaliditti li stiddi 
e li prigheri e li vuci
e lu chiantu e li lamenti
e l’odiu, mmaliditti!

Mamma tedesca,
iu, l’assassinu
ca t’ammazai lu figghiu:
comu pozzu dòrmiri
ed abbrazzari li me picciriddi?
Comu pozzu passari
mmezzu a l’omini boni
senz’essiri assicutatu,
e crucifissu a lu muru?

Mamma tedesca,
matri di tuttu lu munnu,
vi chiamu!
Ognuna, 
la petra cchiù grossa
vinissi a ghittalla
supra di mia:
muntagni di petra,
muntagni di petra,
scacciati la guerra.

domenica 20 novembre 2011

Salmo 22.

Pubblico questo Salmo perché significa molto per me, soprattutto qui ad Istanbul.


Il Signore è il mio pastore: 
non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare, 
ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l'anima mia,
mi guida per il giusto cammino 
a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me. 
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa 
sotto gli occhi dei miei nemici. 
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne 
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore 
per lunghi giorni.

sabato 19 novembre 2011

Benedetto XVI ogni tanto ci azzecca!!

Il titolo del post è un pò provocatorio,  comunque devo ammettere che la limpidezza, la bellezza e la dolcezza di pensiero di Benedetto mi colpiscono, di tanto in tanto.  ;) 

La Chiesa non offre alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica. Essa ripete: non abbiate paura! L’umanità non è sola davanti alle sfide del mondo. Dio è presente». Questo è un messaggio di speranza, una speranza generatrice di energia, che stimola l’intelligenza e conferisce alla volontà tutto il suo dinamismo. La disperazione è individualista. La speranza è comunione. Non è questa una via splendida che ci è proposta? Invito ad essa tutti i responsabili politici, economici, così come il mondo universitario e quello della cultura. Siate, anche voi, seminatori di speranza!

Benedetto XVI - Discorso durante la visita in Benin.