venerdì 12 ottobre 2012

Il discorso alla luna - Papa Giovanni XXIII


Un discorso che racchiude tutto lo spirito del Concilio Vaticano II.
La semplicità e l'affetto di queste parole superano, in potenza espressiva, a mio avviso, qualsiasi ghost-writer specializzato nella scrittura di discorsi.

Buona lettura.

Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la ‘Roma caput mundi’, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.
La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specie nelle ore della mestizia e dell’amarezza… E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino. Addio, figlioli. Alla benedizione aggiungo l’augurio della buona notte”.

lunedì 1 ottobre 2012

Lettera ad un kamikaze - Khaled Fouad Allam


Un interessantissimo brano tratto dal libro "Lettera ad un kamikaze" di Khaled Fouad Allam.
I Radiodervish l'hanno inserita in un loro cd, e così l'ho conosciuta anche io, qualche anno fa.
La lettera fornisce ottimi spunti.

"La pluralità delle fedi è la traduzione dell'unicità divina".

Buona lettura.

Sono le cinque del mattino. Ti alzi, fai le tue abluzioni rituali, hai già recitato la Salat al-Janazah, la preghiera dei morti, tra poco inizierai Salat al-Fajr, la preghiera dell'alba. Fuori il mattino sorge, ma è la notte che si stenderà sul mondo.
Prendi il tuo ultimo bicchiere di tè, sei solo con te stesso. Hai ripetuto mille volte i gesti dalla tua missione, mentalmente conosci i mille passi che devi compiere e ti senti investito di potenza.
Sono le cinque del mattino a Gerusalemme, le quattro a Roma e Parigi, le ventidue a New York. Esci di casa, ti senti leggero, libero più che mai perché da questo momento i tuoi gesti saranno irripetibili.
Ti scrivo, mentre stai camminando con passo rapido, meccanicamente. Tra poco consegnerai al mondo angoscia e orrore. Certo, ti hanno detto che tutto questo lo farai in nome dell'Islam, sarai uno …shahid, un martire. Per lunghi mesi ti hanno insegnato, fino a scolpirlo nella tua mente che Dio sceglie chi deve restituirgli la vita che lui ha dato e che la sua grazia che attraversa la vita si prolunga oltre la morte resuscitando l'uomo in paradiso. 
Ma questi maestri dell'orrore non hanno fatto altro che rubarti la vita e trasformare il tuo corpo in uno strumento per i loro piani di distruzione. Credimi sono stati abili nel convincerti a toglierti quel soffio di vita, quella sostanza con cui Dio ci ha mandati sulla terra.
La morte non è mai una vittoria, quando trascina con se le ombre inquiete della nostra incapacità di capire. Quante volte mi sono chiesto come tutto ciò sia potuto accadere. Quante volte mi sono chiesto se è perchè il dolore del mondo è così grande che la distruzione sembra rappresentare l'unica reazione possibile. E' perché sono infelici che gli uomini sono così crudeli.
Così ti scrivo, che tu sia di Cecenia, di Palestina , di Indonesia, di Iraq o di qualche paese d'Europa o d'Occidente.
Ti scrivo perché forse per tutti noi Musulmani è venuto il tempo di confrontarci, di spezzare un lungo silenzio pieno di immani tragedie , di sofferenze, di dolore. Ma il mondo intorno a noi ci chiede di testimoniare che la violenza non può essere lo strumento per risolvere i conflitti, che la pluralità delle fedi è la traduzione dell'unicità divina.
Perché Dio non può mostrarci la sua unicità se non attraverso la molteplicità delle esistenze e delle testimonianze.

martedì 14 agosto 2012

Il portiere - Vladimir Nabokov


Altro regalo firmato Radio 1.
Per un portiere, queste parole non possono non emozionare.

Buona lettura

Dei giochi praticati a Cambridge, il calcio è rimasto per me un terreno spazzato dal vento nel mezzo di un periodo piuttosto confuso. Stravedevo per il ruolo di portiere.
In Russia e nei paesi latini quella nobile arte è sempre stata circondata da un'aura di particolare fascino. Appartato, solitario,impassibile, il portiere fuoriclasse è seguito per strada da ragazzini estasiati. Oggetto di eccitata adulazione, si trova a competere con il matador e con l'asso dell'aeronautica. La maglia, il berretto a visiera, le ginocchiere, i guanti che gli spuntano dalla tasca dei pantaloncini lo distinguono dal resto della squadra.
È l'aquila solitaria, l'uomo del mistero, il difensore estremo. I fotografi, piegando con reverenza un ginocchio, gli scattano un'istantanea nell'attimo in cui lui si tuffa davanti alla porta deviando con la punta delle dita un fulmineo tiro rasoterra, e lo stadio ruggisce d'approvazione mentre lui resta lungo disteso per qualche istante nel punto in cui è caduto, la porta ancora inviolata.

domenica 12 agosto 2012

Tredicesima partita - Umberto Saba


Ieri Radio 1 mi ha regalato questa poesia.
Chi, da ragazzo, ha giocato a calcio con gli amici fino a quando era tanto buio da non vedere più la palla, forse sentirà la stessa la sensazione che ho provato io nell'ascoltarla.

Buona lettura


Sui gradini un manipolo sparuto
si riscaldava di se stesso.
E quando
- smisurata raggiera – il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarì il presentimento della notte.
Correvano sue e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Piaceva
essere così pochi intirizziti
uniti,
come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.

sabato 23 giugno 2012

Piaceri - Bertolt Brecht -

Ritorno ad "appuntare" un'opera di Brecht. Questa poesia me l'ha fatta leggere un'amica, proprio qualche minuto fa.
Nella parte finale, quell'uso dell'infinito mi ha fatto sentire gli ultimi versi quasi come un'esortazione: 
"viaggiare, cantare, essere gentili". O forse sono io che li voglio vedere così.
Ma il bello della poesia non è proprio questo?
Mi piacerebbe chiedere ad ognuno di voi che leggerà, qual è, tra questi versi, il "piacere" o (i piaceri) che preferisce.

Buona lettura.

Il primo sguardo dalla finestra al mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili.


venerdì 1 giugno 2012

Carlo Alberto dalla Chiesa ai suoi uomini.

Questi non sono i dialoghi di un film americano, nè mission impossible.
Questo è il discorso che Carlo Alberto dalla Chiesa ha fatto ai suoi 150 uomini del Nucleo Speciale Antiterrorismo, prima di iniziare lo scontro finale con le Brigate Rosse (il termine "scontro finale" non è affatto esagerato). Era il giugno del 1978.
Questa è la realtà.

Da oggi nessuno di voi ha più un nome, una famiglia, una casa. Da adesso dovete considerarvi in clandestinità. Io sono il vostro unico punto di riferimento. Io vi darò una casa, io vi ordinerò dove andare e cosa fare.
Il Paese è terrorizzato dai brigatisti.

Da oggi saranno loro che devono cominciare ad avere paura di noi e dello Stato.


giovedì 31 maggio 2012

Ricordi su Pio La Torre

Ho appena letto una breve testimonianza su Pio La Torre.
Si parla di lui, del suo assassinio e della manifestazione di Comiso contro i missili americani.
C'erano pure i miei genitori a quella manifestazione.
Chi parla è Rosolino Cottone, amico intimo di Pio, ex partigiano. 
Nome di battaglia: "Esempio".


Mi chiamo Rosolino Cottone, di Palermo, ho 80 anni. Ho fatto il partigiano sull'Appennino tosco-emiliano con la 31° Brigata Garibaldi. Per quell'esperienza mi hanno fatto fare la guardia del corpo prima a Li Causi e poi a La Torre...
Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l'arma non me la vedevano mai.
Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente. Poi io sono diventato anziano.
La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? L'autista di La Torre si chiamava Di Salvo, e a lui non ci arrivò la mente che quando camminava con la macchina, quella mattina un'altra macchina ci andava dietro.
La Torre abitava in corso Pisani e la sera prima mi dice a me: "Cottone, mi raccomando, domani mattina verso le otto a casa mia". Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù.
In casa La Torre dice a Di Salvo: "Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni". Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla:"Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo".
"Ma cosa dici?", urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.
La Torre è sepolto qui, ai Cappuccini. Si può entrare ai Cappuccini, sulla lapide c'è scritto il suo nome. Era un bravissimo compagno, duro e forte.
Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C'erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno.
Allora La Torre mi dice a me: "Comandante ma pecchè sono accussì poco?", così mi parlava, e io gli faccio: "Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?", ci faccio a lui.
Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare.