venerdì 22 marzo 2013

Notizie sull'acqua - Erri De Luca

Erri De Luca è ormai un "ospite" usuale dei miei appunti.
La sua poetica semplice, l'utilizzo dell'indicativo (in particolare del presente e del passato remoto, che mi piace tanto), e le tematiche scelte fanno sì che i suoi componimenti mi colpiscano spesso.

Oggi è la Giornata Internazionale dell'Acqua.

Buona lettura.

Sta nella nuvola e nel pozzo,
nella neve e nella noce di cocco,
negli occhi e nel fiume,
nell’arcobaleno e nel lago,
nel ghiaccio e nel vapore della pentola sul fuoco,
nella bocca.
È la maggioranza della superficie.
È la maggioranza del corpo.
Una persona è acqua che cammina, dall’acqua di placenta all’acqua del sudario.
In ebraico è plurale, màim, acque.
In francese è una vocale sola, eau, ô.
In greco e in tedesco è neutra.
In russo e nelle latine è femminile.
Dal fondo del pozzo avverte il terremoto.
Fa tremare il ramo scortecciato in mano al rabdomante.
La sua avventura chimica è prodigio, ossigeno più idrogeno,
ad accostarli, esplodono.
Spegne fuoco, anche quello dei vulcani.
Fa il pane, fa la pasta.
È nel bianco e nel rosso dell’uovo. È nella sua buccia.
È nella carta e nel vino, nelle ciliege e nelle comete.
Chi la spreca verrà assetato.
Ho visto città al buio andare coi secchi al fiume,
ho visto Mostar e Belgrado.
Ho visto il Danubio avvelenato dalle rovine di Pancevo.
Chi sporca l’acqua verrà sporcato.
Secondo Geremia la voce di Dio è chiasso di acque nei cieli.
Giusta sarà la sorpresa di chi ascolterà la prima domanda, appena morto:
«Quant’acqua hai versato?».
Ognuno di noi sarà pesato a gocce.

martedì 12 marzo 2013

La Statistica secondo Trilussa

Dopo tanto tempo, finalmente (e lo dico soprattutto per me stesso), arriva un nuovo post. 
Un nuovo "appunto pindarico" trovato per caso. Da qualche tempo vivo a Roma, quindi, per immergermi nell'atmosfera romanesca, cosa c'è di meglio di una poesia di Trilussa??
In pochissimi e musicali versi, ci viene spiegata cos'è la "Statistica".

Il finale, amarissimo, è un concentrato della visione trilussiana.

Buona lettura.

Sai che d'è la statistica? è na' cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch'è c'è un antro che ne magna due.

giovedì 3 gennaio 2013

Domande di S.Agostino sull'origine del male - Le confessioni


Riporto uno delle mie parti preferite delle Confessioni.
Agostino è implacabile con le sue domande e con la sua voglia insaziabile di sapere, di capire.
Di domanda in domanda ci porta per mano sempre più in profondità.

Buona lettura.

Ecco Dio, ed ecco le creature di Dio. Dio è buono, potentissimamente e larghissimamente superiore ad esse. Ma in quanto buono creò cose buone e così le avvolge e riempie. Allora dov’è il male, da dove e per dove è penetrato qui dentro? Qual è la sua radice, quale il suo seme? O forse non esiste affatto? Perché allora temere ed evitare una cosa inesistente? Se lo temiamo senza ragione, è certamente male il nostro stesso timore, che punge e tormenta invano il nostro cuore, e un male tanto più grave, in quanto non c’è nulla da temere, eppure noi temiamo. Quindi o esiste un male oggetto del nostro timore, o il male è il nostro stesso timore. Ma da dove proviene il male, se Dio ha fatto, lui buono, buone tutte queste cose? Certamente egli è un bene più grande, il sommo bene, e meno buone sono le cose che fece; tuttavia e creatore e creature tutto è bene. Da dove viene dunque il male? Forse da dove le fece, perché nella materia c’era del male, e Dio nel darle una forma, un ordine, vi lasciò qualche parte che non mutò in bene? Ma anche questo, perché? Era forse impotente l’onnipotente a convertirla e trasformarla tutta, in modo che non vi rimanesse nulla di male? Infine, perché volle trarne qualcosa e non impiegò piuttosto la sua onnipotenza per annientarla del tutto? O forse la materia poteva esistere contro il suo volere? O, se la materia era eterna, perché la lasciò sussistere in questo stato così a lungo, attraverso gli spazi su su infiniti dei tempi, e dopo tanto decise di trarne qualcosa? O ancora, se gli venne un desiderio improvviso di agire, perché con la sua onnipotenza non agì piuttosto nel senso di annientare la materia e rimanere lui solo, bene integralmente vero, sommo, infinito? O, se non era ben fatto che chi era buono non edificasse, anche, qualcosa di buono, non avrebbe dovuto eliminare e annientare la materia cattiva, per istituirne da capo una buona. da cui trarre ogni cosa? Quale onnipotenza infatti era la sua, se non poteva creare alcun bene senza l’aiuto di una materia non creata da lui?". Questi pensieri rimescolavo nel mio povero cuore gravido di assilli pungentissimi, frutto del timore della morte e della mancata scoperta della verità. Rimaneva tuttavia saldamente radicata nel mio cuore la fede nella Chiesa cattolica del Cristo tuo, signore e salvatore nostro. Certo una fede ancora rozza in molti punti e fluttuante oltre il limite della giusta dottrina; però il mio spirito non l’abbandonava, anzi se ne imbeveva ogni giorno di più.

venerdì 12 ottobre 2012

Il discorso alla luna - Papa Giovanni XXIII


Un discorso che racchiude tutto lo spirito del Concilio Vaticano II.
La semplicità e l'affetto di queste parole superano, in potenza espressiva, a mio avviso, qualsiasi ghost-writer specializzato nella scrittura di discorsi.

Buona lettura.

Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la ‘Roma caput mundi’, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.
La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specie nelle ore della mestizia e dell’amarezza… E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino. Addio, figlioli. Alla benedizione aggiungo l’augurio della buona notte”.

lunedì 1 ottobre 2012

Lettera ad un kamikaze - Khaled Fouad Allam


Un interessantissimo brano tratto dal libro "Lettera ad un kamikaze" di Khaled Fouad Allam.
I Radiodervish l'hanno inserita in un loro cd, e così l'ho conosciuta anche io, qualche anno fa.
La lettera fornisce ottimi spunti.

"La pluralità delle fedi è la traduzione dell'unicità divina".

Buona lettura.

Sono le cinque del mattino. Ti alzi, fai le tue abluzioni rituali, hai già recitato la Salat al-Janazah, la preghiera dei morti, tra poco inizierai Salat al-Fajr, la preghiera dell'alba. Fuori il mattino sorge, ma è la notte che si stenderà sul mondo.
Prendi il tuo ultimo bicchiere di tè, sei solo con te stesso. Hai ripetuto mille volte i gesti dalla tua missione, mentalmente conosci i mille passi che devi compiere e ti senti investito di potenza.
Sono le cinque del mattino a Gerusalemme, le quattro a Roma e Parigi, le ventidue a New York. Esci di casa, ti senti leggero, libero più che mai perché da questo momento i tuoi gesti saranno irripetibili.
Ti scrivo, mentre stai camminando con passo rapido, meccanicamente. Tra poco consegnerai al mondo angoscia e orrore. Certo, ti hanno detto che tutto questo lo farai in nome dell'Islam, sarai uno …shahid, un martire. Per lunghi mesi ti hanno insegnato, fino a scolpirlo nella tua mente che Dio sceglie chi deve restituirgli la vita che lui ha dato e che la sua grazia che attraversa la vita si prolunga oltre la morte resuscitando l'uomo in paradiso. 
Ma questi maestri dell'orrore non hanno fatto altro che rubarti la vita e trasformare il tuo corpo in uno strumento per i loro piani di distruzione. Credimi sono stati abili nel convincerti a toglierti quel soffio di vita, quella sostanza con cui Dio ci ha mandati sulla terra.
La morte non è mai una vittoria, quando trascina con se le ombre inquiete della nostra incapacità di capire. Quante volte mi sono chiesto come tutto ciò sia potuto accadere. Quante volte mi sono chiesto se è perchè il dolore del mondo è così grande che la distruzione sembra rappresentare l'unica reazione possibile. E' perché sono infelici che gli uomini sono così crudeli.
Così ti scrivo, che tu sia di Cecenia, di Palestina , di Indonesia, di Iraq o di qualche paese d'Europa o d'Occidente.
Ti scrivo perché forse per tutti noi Musulmani è venuto il tempo di confrontarci, di spezzare un lungo silenzio pieno di immani tragedie , di sofferenze, di dolore. Ma il mondo intorno a noi ci chiede di testimoniare che la violenza non può essere lo strumento per risolvere i conflitti, che la pluralità delle fedi è la traduzione dell'unicità divina.
Perché Dio non può mostrarci la sua unicità se non attraverso la molteplicità delle esistenze e delle testimonianze.

martedì 14 agosto 2012

Il portiere - Vladimir Nabokov


Altro regalo firmato Radio 1.
Per un portiere, queste parole non possono non emozionare.

Buona lettura

Dei giochi praticati a Cambridge, il calcio è rimasto per me un terreno spazzato dal vento nel mezzo di un periodo piuttosto confuso. Stravedevo per il ruolo di portiere.
In Russia e nei paesi latini quella nobile arte è sempre stata circondata da un'aura di particolare fascino. Appartato, solitario,impassibile, il portiere fuoriclasse è seguito per strada da ragazzini estasiati. Oggetto di eccitata adulazione, si trova a competere con il matador e con l'asso dell'aeronautica. La maglia, il berretto a visiera, le ginocchiere, i guanti che gli spuntano dalla tasca dei pantaloncini lo distinguono dal resto della squadra.
È l'aquila solitaria, l'uomo del mistero, il difensore estremo. I fotografi, piegando con reverenza un ginocchio, gli scattano un'istantanea nell'attimo in cui lui si tuffa davanti alla porta deviando con la punta delle dita un fulmineo tiro rasoterra, e lo stadio ruggisce d'approvazione mentre lui resta lungo disteso per qualche istante nel punto in cui è caduto, la porta ancora inviolata.

domenica 12 agosto 2012

Tredicesima partita - Umberto Saba


Ieri Radio 1 mi ha regalato questa poesia.
Chi, da ragazzo, ha giocato a calcio con gli amici fino a quando era tanto buio da non vedere più la palla, forse sentirà la stessa la sensazione che ho provato io nell'ascoltarla.

Buona lettura


Sui gradini un manipolo sparuto
si riscaldava di se stesso.
E quando
- smisurata raggiera – il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarì il presentimento della notte.
Correvano sue e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Piaceva
essere così pochi intirizziti
uniti,
come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.