lunedì 22 luglio 2013

Mini-Rapporto sulle energie rinnovabili in provincia di Enna e a Piazza Armerina.

Qualche giorno fa mi chiedevo quale fosse la situazione delle energie rinnovabili in provincia di Enna ed in particolare nel mio paese, Piazza Armerina. Mi sono messo al lavoro ed ecco cosa ho ottenuto con qualche ricerca e alcuni calcoli.

Buona lettura.

Una volta le chiamavano energie “alternative”. Oggi qualcuno inizia a chiedersi chi sia alternativo a chi.
Energia solare fotovoltaica e termica, eolica, biomasse, idroelettrico e altre ancora: meglio chiamarle semplicemente “rinnovabili” (o FER, Fonti Energetiche Rinnovabili).
In Europa l’obiettivo è di arrivare al 2020 con un produzione di energia da FER pari al 20% di tutti i consumi energetici (non solo elettrici, quindi).
Ed una volta tanto l’Italia non è affatto indietro, anzi. Diamo solo un dato come esempio: la potenza fotovoltaica installata in Italia è la seconda al MONDO, abbiamo solo la Germania davanti. Sì, avete letto proprio bene, secondi al mondo: questo significa che alcuni “piccoli” paesi come Cina, USA, Russia e Giappone ne hanno meno di noi. Non mancano in effetti le polemiche su chi ritiene che forse in Italia ci sia stato un incremento fin troppo vertiginoso, guidato da una incentivazione troppo generosa. Ma questa è un’altra storia.
Quanta energia si produce da fonte rinnovabile in Italia?
E’ presto detto, prima va solo fatta una distinzione tra “Consumo Finale Lordo” di energia (CFL) e “Consumo Finale Lordo di Energia elettrica” (CFL E). La differenza è banale: il CFL rappresenta tutti i consumi di energia, sia elettrici che termici (riscaldamento e trasporti); il CFL E rappresenta invece solo i consumi di energia elettrica, dovuti a tutti i tipi di usi (agricoli, industriali e tutto il resto, domestico compreso).
Detto questo, passiamo a rispondere alla nostra domanda: in Italia si produce con fonti rinnovabili l’11,5% di tutta l’energia utilizzata. Passando invece solo all’energia elettrica, ben il 23,5% del consumo totale è coperto da fonti rinnovabili (Dati GSE 2011). Di questo passo raggiungeremo tranquillamente l’obiettivo europeo del 2020.
Riguardo il settore elettrico, il GSE (Gestore dei Servizi Energetici) fornisce dati anche a livello regionale: la quota FER rispetto il consumo elettrico totale della regione Sicilia è del 14,5%. A questo punto mi sono chiesto: ma qual è la situazione nella provincia di Enna  e nel comune di Piazza Armerina? Trovare tutti i dati necessari non è sempre facilissimo, anche perché non esiste una stima dei consumi elettrici a livello comunale. Vanno quindi ottenuti in maniera indiretta, ma utilizzando alcuni semplici algoritmi già utilizzati in altre regioni questo ostacolo può essere superato.
Ecco quindi i risultati di questo mio “Mini-rapporto sulle FER in provincia di Enna e a Piazza Armerina”.
Nella provincia di Enna sono presenti 1541 impianti fotovoltaici, per una potenza totale di 66 MW, ed inoltre è presente una potenza eolica installata di 201 MW. Questi impianti generano una produzione annua di circa 391 GWh, ovvero il 21% di tutta l’energia consumata in provincia.
Per Piazza Armerina sono rintracciabili solo i dati riguardanti la produzione fotovoltaica (tra l’altro non mi risulta la presenza di impianti eolici). Nel comune piazzese sono presenti 199 impianti solari, per una potenza installata complessiva di 7,1 MW, di cui un ben 3,6 MW dovuti ad un solo impianto. Stimando un consumo elettrico annuo dovuto al settore agricolo, industriale, pubblico, dei servizi e domestico pari a circa 48,5 GWh, si ottiene che il 19% di questa energia è prodotta da energia solare. Solo qualche punto percentuale al di sotto della media nazionale.

Per concludere va ricordato che la produzione di energia da fonte rinnovabile non finisce qui: tutta l’energia termica per riscaldamento domestico prodotta con stufe e termocamini a legna, pellet e, più in generale, biomasse, è infatti anch’essa energia rinnovabile.

domenica 21 luglio 2013

Il lavoro di una donna. La realtà distorta di una giornalista freelance in Siria, di Francesca Borri.

Un articolo che mi ha decisamente colpito.
L'originale in inglese è apparso sul  Columbia Journalism Review e lo potete trovare cliccando qui. Questa è la versione comparsa sulla Stampa, tradotta da Bernardo Parrella.
E' un po' lungo, ma ne vale la pena.

Buona lettura.

Finalmente si è fatto vivo. Dopo oltre un anno che lavoravo per lui come freelance, periodo in cui mi sono beccata il tifo e un proiettile nel ginocchio, il mio editor avrà visto le ultime notizie e, pensando che fossi tra i quattro giornalisti italiani brevemente rapiti a inizio aprile, mi ha mandato una mail chiedendo: “Riesci a connetterti? Puoi mandare tweet sulla situazione?”   

La sera stessa sono tornata nella base dei ribelli che mi ospita, nel bel mezzo dell’inferno che è Aleppo, e tra la polvere e la fame e la paura, speravo di trovare un amico, una parola gentile, un abbraccio. Invece mi aspettava soltanto l’ennesima mail da Clara, che sta trascorrendo le vacanze a casa mia in Italia. Mi aveva già mandato otto messaggi con il titolo “Urgente!”. Oggi non riesce a trovare la mia tessera per la sauna, così da andarci gratis. Le altre mail erano del tipo: “Ottimo pezzo oggi; brillante come il tuo libro sull’Iraq”. Peccato che il mio non era un libro sull’Iraq, bensì sul Kosovo.  

La gente coltiva quest’immagine romantica del giornalista freelance che ha barattato la sicurezza dello stipendio fisso per la libertà di seguire quelle storie che l’affascinano di più. Ma noi non siamo affatto liberi; piuttosto, l’esatto contrario. La verità è che l’unico lavoro che oggi mi sia capitato è quello di trovarmi in Siria, dove non vuole andarci nessuno. E non si tratta neppure di Aleppo, per essere precisi; è la linea del fronte. Perché gli editor in Italia non chiedono altro che il sangue, gli scontri a fuoco. Io parlo degli Islamisti e della loro rete di servizi sociali, le radici del loro potere – un articolo decisamente più complesso da costruire di un racconto in prima linea. Mi arrovello per spiegare al meglio, non solo per commuovere, per colpire chi legge, e mi sento rispondere: “Cos’è 'sta roba? Seimila parole e non c’è nessun morto?”  

In realtà avrei dovuto capire come stavano le cose quella volta che il mio editor mi chiese un pezzo su Gaza, perché, come al solito, era lì che piovevano le bombe. Ecco cosa mi ha scritto: “Conosci Gaza a occhi chiusi. Che importa se ora sei ad Aleppo?” Giusto. La verità è che sono finita in Siria dopo aver visto le fotografie di Alessio Romenzi su Time, il quale era riuscito a raggiungere Homs seguendo le condutture dell’acqua, quando nessuno aveva la più pallida idea di dove fosse Homs. Guardavo le sue istantanee al suono dei Radiohead, quegli occhi che mi penetravano, gli occhi delle persone massacrate dall’esercito di Assad, una dopo l’altra, e nessuno aveva mai sentito parlare di un posto chiamato Homs. Una morsa che mi stringeva la coscienza: dovevo andare immediatamente in Siria.   

Ma per gli editor non fa differenza se scrivi da Aleppo o da Gaza o da Roma. Tanto ti pagano la stessa cifra: 70 dollari. Anche in Siria, dove i prezzi triplicano per via della speculazione diffusa. Per esempio, solo dormire in questa base dei ribelli, sotto il fuoco dei mortai, con un materasso sul pavimento e l’acqua infettata da cui mi sono presa il tifo, costa 50 dollari a notte; 250 dollari al giorno per una macchina. Anziché ridurre i rischi si finisce così per massimizzarli. Non soltanto non puoi permetterti alcun tipo di assicurazione – quasi mille dollari al mese – ma neppure un aiutante o un traduttore sul campo. Ti trovi completamente sola nell’ignoto. Gli editor sanno bene che con 70 dollari a pezzo sei costretta a risparmiare su tutto. Sanno pure che se dovesse capitarti di essere ferita gravemente, emerge quella strana speranza di non sopravvivere, perché non puoi permetterti neppure di essere ferita. Però ti comprano lo stesso l’articolo, pur se non si sognerebbero mai di comprare un pallone di calco della Nike fatto a mano da un bambino pakistano.   

Le nuove tecnologie della comunicazione ci inducono a credere che velocità equivalga a informazione. Ma ciò si fonda su una logica auto-distruttiva: i contenuti vengono standardizzati, e il nostro giornale o la nostra rivista non offre più una sua specificità, e non c’è più alcun motivo per avere un reporter stipendiato. Come ben sappiamo, per seguire le notizie basta Internet – e gratis. La crisi odierna riguarda le testate d’informazione, non i lettori. C’è sempre chi ha voglia di leggere, e diversamente da quanto ritengono molti editor, si tratta di lettori intelligenti che chiedono semplicità senza semplificazioni. Vogliono capire cosa succede, non solo conoscere i fatti. Ogni volta che esce un mio pezzo di testimonianza diretta sulla guerra, ricevo decine di mail da gente che dice, “Sì, bel pezzo, ottimo quadro, ma io vorrei capire quello che sta succedendo in Siria”. E mi piacerebbe tanto rispondere loro che non posso proporre un pezzo d’analisi perché gli editor non farebbero altro che cestinarlo e direbbero, “Ma chi credi di essere, ragazzina?” – anche se ho tre lauree, scritto due libri e trascorso 10 anni in vari conflitti bellici, prima come funzionario per i diritti umani e ora come giornalista. Per quel che vale, la mia gioventù è finita quando ho visto schizzarmi addosso pezzi di cervello di gente uccisa in Bosnia, avevo 23 anni.   

I freelance sono giornalisti di seconda classe – anche quando sono tali soltanto qui in Siria, dove si combatte una guerra sporca, una guerra del secolo scorso; ribelli e lealisti si fronteggiano in trincee così vicine che possono urlarsi addosso mentre si sparano contro. La prima volta in prima linea, incredibile ma vero, che vedo le baionette nominate solo sui testi di storia a scuola. Nei conflitti odierni si usano i droni, qui invece si combatte metro per metro, strada per strada, ed è davvero terrificante. Eppure gli editor italiani ti trattano come una ragazzina; una tua foto conquista la prima pagina e ti dicono che hai avuto fortuna a trovarti nel posto giusto al momento giusto. Riesci a fare un servizio esclusivo, come quello che ho curato nel settembre scorso sulla città vecchia di Aleppo in fiamme, uno dei siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, mentre i ribelli e l’esercito siriano se ne contendevano il controllo. Sono stata il primo reporter straniero sul posto e gli editor mi dicono: “Come possiamo giustificare il fatto che il nostro corrispondente non è riuscito ad arrivarci e tu invece sì?”. Ecco cosa ha scritto un editor sul mio pezzo: “Te lo compro, ma lo pubblichiamo con la firma del nostro corrispondente”.  

E poi, ovviamente, c’è il fatto che sono una donna. Di recente, una sera il bombardamento era incessante e io me ne stavo seduta in un angoletto, con l’unica espressione possibile quando sai che la morte può arrivare in un istante, si avvicina un giornalista, mi squadra dall’alto in basso, e fa: “Questo non è un posto per donne”. Cosa puoi mai rispondere a un tipo simile? Idiota, questo non è un posto per nessuno. Se tremo di paura è perché sono sana di mente. Perché ad Aleppo ci sono solo armi e testosterone, e sono tutti traumatizzati: Henri, che parla solo di guerra; Ryan, imbottito di anfetamine. Eppure, ogni volta che vediamo un bambino maciullato, vengono tutti da me, la “fragile” donna, a chiedermi come sto. E mi verrebbe da rispondergli: sto proprio come te. E quelle sere in cui ho l’espressione ferita in realtà sono le sere in cui proteggo me stessa, scacciando via ogni emozione e sentimento; sono le sere in cui riesco a salvarmi. 

Perché la Siria non è più la Siria. È un manicomio. C’è l’italiano disoccupato che decide di far parte di al-Qaeda, mentre la madre lo cerca per tutta Aleppo per dargli una sana bastonata. C’è il turista giapponese che va in prima linea perché dice di aver bisogno di due settimane di “brividi”; il diplomato in legge svedese che è venuto a raccogliere le prove dei crimini di guerra; i musicisti americani con la barba come quella di bin Laden convinti così di poter passare inosservati, pur se sono biondi e alti quasi due metri. (Si sono portati dietro medicinali anti-malaria anche se qui la malaria non esiste, e vogliono distribuirli mentre suonano il violino). Non mancano poi i vari funzionari delle tante agenzie ONU, i quali, quando li informi di un bambino affetto da leishmaniosi (malattia infettiva causata da un parassita trasmesso dalla puntura della cosiddetta mosca della sabbia), i cui genitori hanno bisogno di aiuto per portarlo in Turchia a curarsi, rispondono che non possono far nulla perchè si tratta di un unico bambino, e loro si occupano soltanto “dell’infanzia” come collettività. 

Ma in fondo siamo reporter di guerra, non è vero? Una banda di fratelli (e sorelle). Rischiamo la vita per dare voce a chi non ha voce. Abbiamo visto cose che la maggior parte della gente non avrà mai occasione di vedere nella vita. Abbiamo una mole di storie da raccontare a cena, gli ospiti in gamba che ricevono inviti da tutti. Eppure lo sporco segreto è che anziché essere uniti, diventiamo i nostri peggiori nemici; e la motivazione dietro ai 70 dollari ad articolo non è che non ci sono soldi, perché i soldi si trovano sempre per un pezzo sulle ragazze di Berlusconi. La vera ragione sta nel fatto che se tu chiedi 100 dollari, c’è qualcuno pronto a farlo per 70. Vige la concorrenza più feroce. Come Beatriz, che oggi mi ha dato le indicazioni sbagliate in modo da poter essere l’unica a seguire una certa manifestazione, e grazie al suo raggiro mi sono ritrovata davanti a una postazione di cecchini. E tutto per scrivere un pezzo su una manifestazione come centinaia di altre.   

Eppure fingiamo di essere qui in modo che domani nessuno potrà dire: “Non sapevo nulla di quanto stava accadendo in Siria”. Quando in realtà siamo qui solo per accaparrarci un qualche premio giornalistico, per conquistare visibilità. Ci azzuffiamo l’uno con l’altro come se ci fosse in ballo un Premio Pulitzer, quando invece non c’è assolutamente nulla. Ci troviamo schiacciati tra un regime che ti dà il visto solo se sei contro i ribelli e questi ultimi che, se stai dalla loro parte, ti fanno vedere solo quel che vogliono loro. La verità è che abbiamo fallito. Tra due anni i lettori ricorderanno a malapena dove si trova Damasco, e il mondo descriverà istintivamente con “un gran caos” quel che succede in Siria, perché nessuno capisce nulla di questo Paese – soltanto sangue, sangue, sangue. Ed ecco perché oggi i siriani non ci sopportano più. Perché facciamo vedere al mondo foto come quella del bambino di sette anni con la sigaretta e il Kalashnikov. Si tratta chiaramente di una foto artificiale, ma a marzo è apparsa su giornali e siti web di tutto il mondo, e la gente si è messa le mani nei capelli: “Questi siriani, questi arabi, che barbari che sono!”. Quando sono arrivata qui, i locali mi fermavano per dirmi: “Grazie perché mostrate al mondo i crimini del regime”. Oggi un uomo mi ha fermato dicendo: “Vergognatevi”.  

Se avessi davvero capito qualcosa della guerra, non mi sarei fatta distrarre dal tentativo di parlare dei ribelli e dei lealisti, dei Sunniti e degli Shia. Perché l’unica storia da raccontare in tempo di guerra è come poter vivere senza paura. Basta un attimo e tutto può finire. Se l’avessi capito prima, allora non avrei avuto paura di amare, di rischiare, nella mia vita – invece di ritrovarmi qui, adesso, in quest’angolo buio e puzzolente, a rimpiangere disperatamente tutto quel che non ho saputo fare, tutto quel che non ho saputo dire finora. Tu che domani sei ancora vivo, cosa aspetti? Perché non ami un po’ di più? Tu che hai tutto, di cos’hai paura? 

venerdì 12 luglio 2013

“Water and Shale gas development”: Accenture analizza l’esperienza USA

Oggi propongo un mio breve articolo che è stato pubblicato sul sito industriaenergia.it qualche giorno fa (clicca qui per il link).
La tematica dell'acqua è una delle mie passioni, e quindi anche saperne un pò di più sui consumi di acqua legati alla "famigerata" tecnica di perforazione chiamata "hydrofacking" risulta piuttosto interessante.

Buona lettura.

Imparare dalle esperienze passate e cercare di trarne il miglior insegnamento possibile.
Oltre ad essere un buon adagio da tenere sempre presente, questo è il concetto alla base del rapporto “Water and Shale gas development – Leveraging the US experience in new shale develoments”, pubblicato recentemente da Accenture.
Secondo il World Energy Outlook 2012, gli USA grazie allo shale-gas dovrebbero arrivare nel 2015 a diventare il primo produttore al mondo di gas naturale, sopravanzando la Russia. Per questo motivo, risulta interessante analizzare le esperienze che questo paese ha affrontato e continua ad affrontare dal punto di vista ambientale. Lo sfruttamento dello shale gas viene effettuato tramite una tecnologia di perforazione, detta “hydraulic fracking”, che, come si può capire dalla parola, comporta l’utilizzo di acqua. Molta acqua: il rapporto infatti, alle prime pagine, definisce la produzione di shale-gas come “highly water intensive”.
Il problema del consumo di acqua a scopo energetico è tutt’altro che marginale, tanto più se si considera che la IEA nel suddetto WEO 2012 ha inserito per la prima volta una sezione speciale denominata “Water for energy”, che contiene, tra l’altro, delle schede sui principali regional stress points: USA, Canada, Cina e India. I primi tre, guarda caso, sono proprio quelli con le più grandi riserve mondiali di shale-gas e tight-oil.
Nel rapporto vengono analizzate le principali aree di interesse relative al consumo di acqua per il processo di sfruttamento: la normativa, le tecnologie per il trattamento delle acque e le problematiche logistiche ed ambientali connesse al trasporto delle acque stesse. Sebbene una parte delle acque sia infatti riutilizzata, per tutta una serie di operazioni c’è ancora una forte necessità di acque “vergini”, che vanno quindi trasportate fino ai pozzi di estrazione del gas. Molto interessanti anche i focus su alcuni paesi considerati probabili prossimi sfruttatori di shale gas, viste le loro ingenti riserve: Argentina, Cina, Polonia e Sud Africa.
Sulla base di tutte queste considerazioni, il rapporto elabora delle lesson learned, che, come detto, potrebbero tornar utili a legislatori ed operatori del settore:
1. La raccolta e gestione dei dati riguardanti la gestione delle acque è un punto critico che va pianificato bene in tempo per evitare complicazioni burocratiche e aumento dei costi di sistema;
2. C’è la necessità di trovare un giusto equilibrio tra legislazione nazionale e regolamentazione locale, la quale può essere ottimizzata in funzione delle specifiche dell’area e delle tipologie di shale gas presente;
3. Lo scenario dello shale gas sta evolvendo rapidamente, quindi gli organismi regolatori non devono rimanere indietro, ma piuttosto essere efficienti, per poter guidare in maniera efficace e coerente gli operatori del settore;
4. Poiché i problemi e le soluzioni per il trattamento delle acque sono fortemente sito-specifiche, la condivisione tra diversi player che operano nella stessa area potrebbe contribuire significativamente per diffondere le best practices.
5. Le compagnie che oggi investono in soluzioni innovative per la gestione ed il trattamento delle acque, avranno un consistente vantaggio competitivo nel lungo termine, quando ci sarà un contesto regolatorio più stringente o una minore disponibilità di acque.
6. I modelli di gestione delle operazioni logistiche per la movimentazione delle acque avranno un impatto crescente sulle congestioni stradali e sulle efficienze di tutto il sistema.
Per finire il rapporto fa notare che il vero driver che guiderà lo sviluppo delle tecnologie per il trattamento e riutilizzo delle acque di processo è il prezzo del gas: con prezzi alti, gli operatori avranno più capitali da investire in questo tipo di iniziative, che saranno giustificate anche da un maggiore ritorno dal punto di vista dei costi di approvvigionamento di acque “vergini”.

domenica 30 giugno 2013

EU Energy Roadmap 2050: a trade off between climate change policies and competitiveness?

This is a brief paragraph of the European Energy Roadmap 2050.
It clearly describes one of the principal problems in implementing decarbonisation policies: international isolation and industrial competitiveness.
Someone says that EU don't take any care about this issue, but this paragraph let us understand that this criticism is not completely true.

Implementing the Energy Roadmap 2050, the EU will need to consider progress, and concrete action, in other countries. Its policy should not develop in isolation but take account of international developments, for example relating to carbon leakage and adverse effects on competitiveness. A potential trade-off between climate change policies and competitiveness continues to be a risk for some sectors especially in a perspective of full decarbonisation. The overall cost of investments depends strongly on the policy, regulatory and socio-economic framework and the economic situation globally. As Europe has a strong industrial base and needs to strengthen it, the energy system transition should avoid industry distortion and losses especially since energy remains an important cost factor for industry. Safeguard against carbon leakage will have to be kept under lose review in relation to efforts by third countries. As Europe pursues the path towards greater decarbonisation, there will be a growing need for closer integration with neighbouring countries and regions and building energy interconnections and complementarities. The opportunities for trade and cooperation will require a level playing field beyond the European borders.

venerdì 28 giugno 2013

Meno "rifiuti" a Roma!!

Come qualcuno saprà, in questi mesi ho frequentato un Master in Gestione delle Risorse Energetiche, e questo che segue è l'articolo che riassume il lavoro svolto dal nostro gruppo “Waste to Energy". 
Gli autori, in ordine alfabetico, sono:

Marco Campagna, Rachele Caracciolo, Luigi De Roma, Francesco Grasselli, Chiara Iobbi, Gianluca Pica.

Ogni domanda e curiosità è più che bene accetta!!
Buona lettura.

Rifiuti solidi urbani (RSU) di Roma: tanti, troppi. Che farne? È possibile sviluppare un sistema di gestione in grado di risolvere la situazione di emergenza? È questa la domanda alla quale abbiamo cercato di dare una risposta nel project work presentato il 14 giugno scorso alla Sala Capitolare della Biblioteca del Senato della Repubblica.
Per capire come poter risolvere il problema, siamo partiti dalla normativa che in Europa fa capo alla direttiva 2008/98/CE. Emanata per istituire la cosiddetta “Gerarchia dei rifiuti”, prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero energetico e solo in ultimo smaltimento, è atta a rompere la correlazione fra la crescita di popolazione e di rifiuti, non più sostenibile a livello mondiale. L’Italia, benché abbia recepito per prima la direttiva, introducendo anche criteri nazionali di “End of Waste” per la cessazione di qualifica di rifiuto, e benché abbia flussi di RSU pro capite annui in linea con la media comunitaria (500 kg l'anno), destina ancora alla discarica quasi il 50% dei RSU; mentre Stati membri con flussi molto maggiori hanno quasi azzerato le discariche grazie alle sinergie fra riciclaggio ed incenerimento, che in Italia rimangono ben lontani dagli obiettivi comunitari con percentuali rispettivamente del 34% ed del 15%. Quali sono, dunque, le ragioni di debolezza del sistema di gestione italiano, e che cosa si potrebbe fare per migliorarlo?
Guardando anzitutto al contributo delle imposte e delle tariffe, è evidente, nell’analisi cross country della Commissione europea, la diretta correlazione fra i costi totali di gestione [1] e la percentuale di riciclaggio. Come si evince dal grafico, l'Italia associa ad un costo totale di circa 130€, una percentuale di riciclaggio compatibile con la tendenza degli altri Stati membri. Ma guardando ad Austria e Germania sorge il dubbio se non si possa fare di meglio: i loro valori di riciclaggio, superiori alla tendenza comunitaria, sembrano dovuti all'implemento di una serie di divieti al conferimento in discarica, i quali, pur presenti anche in Italia, incontrano difficoltà nell'applicazione. A ciò si aggiungono i forti squilibri fra regioni e lo scarso ricorso al recupero energetico dei rifiuti.
Quest’ultimo risulta invece una leva fondamentale per la gestione dei rifiuti in Germania (con struttura industriale simile a quella italiana) anche grazie all'impiego dei CSS[2], che produce in quantità sei volte maggiori rispetto all’Italia. Inoltre in Italia il CSS è destinato in modo preponderante all’incenerimento ed in maniera ridotta al coincenerimento. Quest'ultimo, infatti, si limita ai cementifici, con una sostituzione termica media dell’8%, mentre nelle centrali termoelettriche è pressoché nullo: ad oggi l'unico caso è la centrale di Fusina con 50.000 t l'anno. Al momento, dunque, l’Italia non sfrutta tutti i vantaggi che il CSS potrebbe darle dal punto di vista sia economico che ambientale: risparmio di combustibili fossili, dovuto al coincenerimento nei forni industriali, ed aumento dei materiali recuperati, dovuto al necessario pretrattamento che ne ridurrebbe lo smaltimento.
La domanda che ci siamo posti è dunque la seguente: può il CSS contribuire a risolvere l'impasse gestionale verificatosi di recente nel Lazio? Questa regione, con circa 2,5 Mt l'anno, è al primo posto in Italia per smaltimento di RSU. Di questi, circa il 70% (1,8 Mt) è prodotto a Roma, dove ad oggi la RD copre solo il 26%, mentre ben 1,1 Mt, in deroga al DM 25/03/2013 che ne imponeva la chiusura, vanno nella “famigerata” discarica di Malagrotta (al costo di 72 €/t, tra i più bassi d’Italia). Alla luce di quanto detto è evidente che la soluzione all'emergenza del Lazio passa per Roma. Con tale decreto un primo risultato è stato raggiunto con l’azzeramento dello smaltimento di RSU tal quali in discarica poiché vengono pre-trattati nei 4 impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB), sfruttati al massimo delle loro potenzialità, del comune ma si ricorre comunque per un 22% ad impianti di altre province. La legge regionale però impone l’autosufficienza degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale). Quindi che altro si può fare?

Dai dati tecnici degli impianti presenti nel territorio comunale abbiamo ricavato differenti scenari per calcolare, fra le varie combinazioni di metodi di gestione realmente attuabili, la più adatta a raggiungere l'autosufficienza nella gestione dei RSU. Inoltre a completamento dell’analisi ambientale ed economica, per ogni scenario, abbiamo calcolato  i risparmi sulle emissioni di CO2 e sui costi di gestione. Il calcolo delle emissioni di CO2 considera il minor ricorso ai combustibili fossili, all’incenerimento ed allo smaltimento, al netto della CO2 derivante dalla produzione e combustione del CSS. I risparmi annui considerano i costi di smaltimento e di incenerimento, al netto dei nuovi costi per la produzione del CSS, per l'incentivo al coincenerimento e per l’aumento della RD.

In un primo scenario, definito “on the road”, ipotizziamo un aumento della RD fino al 35% riducendo così del 9% la dipendenza dagli impianti TMB fuori Roma. Consideriamo inoltre un impiego di CSS nei cementifici, con una sostituzione termica del 10% e nelle centrali termoelettriche per 35.000 t annue; la restante parte di CSS andrebbe a recupero energetico in inceneritori. Con queste misure si ridurrebbe di ben il 72% lo smaltimento attuale, riducendo inoltre la CO2 di 0,6 Mt e risparmiando 20 M€.

Il secondo scenario analizzato, definito “target”, ipotizza la RD al 49% ed il coincenerimento di CSS al 30% di sostituzione termica nei cementifici e 70.000 t annue nelle centrali termoelettriche. Con questi presupposti, si avrebbe un’ulteriore riduzione del 53% dello smaltimento, che ammonterebbe così a sole 130.000 t annue. La riduzione di CO2 sarebbe di 1 Mt mentre i risparmi scenderebbero a 10 M € per gli effetti congiunti sui costi considerati.

Il terzo ed ultimo scenario, detto “senza CSS”, permette di apprezzare il contributo di incenerimento e coincenerimento: mantenendo la RD al 49% (come nello scenario “target”) ma eliminando totalmente il ricorso a qualsiasi tipo di recupero energetico, abbiamo ottenuto l'eloquente risultato che lo smaltimento, rispetto allo scenario “target”, aumenterebbe del 300%, la CO2 evitata sarebbe solo 0,8 Mt ed i risparmi ammonterebbero a solo 5 M €.

Alla luce dell'analisi svolta, è evidente che la soluzione per Roma passa anzitutto per l'aumento della RD riducendo i gradini inferiori della gerarchia, in ossequio alla direttiva 2008/98/CE; questa sarebbe una misura in sé sufficiente a garantire il raggiungimento dell'autonomia provinciale, anche se abbiamo ritenuto che concentrarsi sul territorio comunale fosse più adatto ad accelerare le decisioni e quindi la fattibilità delle soluzioni proposte. Tuttavia, ciò che rende lo scenario “target” preferibile è proprio il ritorno dei RSU non differenziabili al circuito delle risorse in forma di CSS, che darebbe i maggiori benefici sotto il punto di vista ambientale ed economico.



[1]               Somma di tariffe ed imposte sullo smaltimento o l'incenerimento, le prime applicate dal gestore dell'impianto per coprire i costi, le seconde dall'amministrazione competente per scoraggiare tali forme di gestione.
[2]               Combustibile solido secondario, prodotto da rifiuti urbani e speciali non pericolosi, utilizzato nell'incenerimento e nel coincenerimento: è End of Waste se ricade in determinate classi secondo il potere calorifico inferiore, il contenuto di cloro ed il contenuto di mercurio).


sabato 15 giugno 2013

Quella sua maglietta fina - M. Gramellini

Gramellini ogni tanto ci azzecca decisamente, e questo è uno di quei casi.

Buona lettura. 

Vi sembra normale che la professoressa d’inglese di un istituto per geometri di Caserta abbia ordinato a un allievo di togliersi la maglietta recante l’effigie del senatore Berlusconi? Già l’idea di obbligare qualcuno a spogliarsi davanti a Berlusconi, sia pure soltanto in effigie, appare irta di insidie. E poi la professoressa d’inglese (o di sovietico?) non si è limitata a costringere il piccolo fan a togliersi la t-shirt. Gliel’ha fatta indossare al rovescio, come se tenere il Sorrisone a contatto della pelle fosse meno urticante che sbatterlo in faccia alle professoresse del comunismo mondiale. L’insegnante d’inglese (o di nordcoreano?) si sarebbe comportata allo stesso modo se la maglietta avesse avuto il volto di Vasco Rossi o Che Guevara, per citare due popstar altrettanto note, anche se meno poliedriche? E non ci venga a dire, la prof d’inglese (o di cubano?), che indossare a scuola la maglietta di un politico significa fare propaganda. Berlusconi non è un politico. Berlusconi è un’idea. La sua foto sprizzante voglia di vivere e di fregare il prossimo rientra nel catalogo delle icone moderne come la Marilyn di Andy Warhol.  

Il sopruso compiuto dalla docente d’inglese (o di tedesco dell’Est?) contraddice l’appello alla pacificazione lanciato dalle più alte cariche dello Stato. Quel ragazzo, che in realtà ha 82 anni e infatti è un giovane dirigente del Pd, indossava la maglietta di Berlusconi per dare il suo contributo al governo di larghe intese. Avergliela fatta togliere rivela il vero obiettivo di certe professoresse d’inglese: gettare questo Paese nel caos.

venerdì 14 giugno 2013

Italia, Malta e Libia: prossimo contenzioso internazionale per trivellare il Mediterraneo?

Per la rubrica di politica energetica internazionale, oggi presento il possibile nuovo capitolo del tutt'altro che inedito triangolo Italia-Malta-Libia.
L'articolo è tratto da Qualenergia, firmato da Peppe Croce.

Buona lettura.

Italia, Malta e Libia in cerca dell'ultimo posto al sole rimasto da trivellare nel Mar Mediterraneo. Negli ultimi mesi è ripartita la corsa al petrolio e al gas naturale da estrarre offshore nel Canale di Sicilia, di fronte le coste siciliane e maltesi. E questa corsa potrebbe portare a un contenzioso internazionale dal sapore ottocentesco.

Il 27 dicembre 2012 il già dimissionario ministro italiano per lo Sviluppo economico Corrado Passera firma un decreto ministeriale con il quale allarga a dismisura la piattaforma continentale italiana creando da zero la “Zona marina C – Settore sud”. Un'area marina enorme, grande quanto due terzi della Sicilia, che si sovrappone ad alcune aree già rivendicate da Malta.

L'isola dei Cavalieri, infatti, già a dicembre 2007 aveva stretto un accordo di production sharing con Heritage Oil plc, società indipendente con sede fiscale a Londra guidata dal sessantunenne Tony Buckingham. Un uomo che, per ammissione della stessa Heritage, prima di darsi al petrolio era in Executive Outcomes e poi in Sandlines International, entrambe compagnie militari private che hanno fatto affari con i Governi di Angola e Sierra Leone. Per il secondo hanno anche violato l'embargo sulla vendita di armi imposto dalle Nazioni Unite (fonte: The Guardian). Ma, tiene a precisare l'azienda, dal 2000 Buckingham non ha più alcun rapporto con i suoi ex colleghi d'armi.

Le aree concesse da Malta a Heritage Oil sono la 2 e la 7 e, adesso, fanno parte anche della nuova zona marina italiana. Ma non solo: nell'area 2 ricade anche il “Medina Bank 1”, un pozzo petrolifero trivellato nel 1980 dall'americana Texaco dopo aver ricevuto l'autorizzazione dal Governo maltese. Texaco non riuscì a trovare idrocarburi, ma scatenò lo stesso una controversia internazionale tra Malta e Libia che non è ancora ufficialmente chiusa.

Ai primi di dicembre 2012 l'allora primo ministro maltese, Lawrence Gonzi, si è recato in visita a Tripoli per discutere con l'omonimo libico Ali Zeidan delle zone marine contese: la 2 e la 7. Come riporta il Malta Independent non c'è stato alcun accordo perché, con dopo la caduta di Gheddafi, Malta ha sequestrato tutti i beni e i conti bancari che il colonnello aveva nell'isola e non ha intenzione di restituirli.

Precedentemente, nel 2008, la Libia aveva intimato con lettera formale a Heritage Oil di non dare inizio ad alcuna attività nelle aree contese. E ora arrivano anche gli italiani che, con la nuova zona marina, si vogliono prendere tutta l'area 2 e gran parte delle aree 1, 3 e 7.

I dubbi sul decreto ministeriale di Passera che ci fanno entrare a gamba tesa in questa contesa internazionale sono molteplici. E non solo quelli giuridici, ma anche quelli sulla semplice opportunità di rivendicare uno specchio di mare che Malta ha dichiarato proprio da oltre cinque anni e che anche la Libia in parte rivendica. E di farlo, soprattutto, proprio quando i colloqui tra Italia e Malta erano appena ricominciati dopo mesi di netta opposizione del nostro paese.

Il 27 settembre 2012, infatti, a Roma si è svolto il primo tavolo tecnico Italia-Malta che ha dato il via a un "informal preliminary scoping exercise, without prejudice of sovereign rights". Cioè al percorso diplomatico per arrivare ad un accordo preliminare sulla spartizione di quel tratto di mare conteso. Una seconda riunione si è tenuta a La Valletta il 10 dicembre 2012. Il 27 dello stesso mese, ad una settimana esatta dalla concessione della VIA all'elettrodotto che collegherà la Sicilia a Malta con enormi vantaggi soprattutto per quest'ultima (Qualenergia.it), il ministro Passera firma il decreto con cui l'Italia “cresce” nel Mediterraneo.

Per quale motivo, allora, rivendicare per decreto un'area sulla quale si sta già trattando con un altro Stato? “Si è deciso di riprendere questi tavoli per decidere quali sono gli interessi comuni da approfondire – ci spiega il capo della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico, Franco Terlizzese - In questi tavoli ci siamo trovati in una situazione sbilanciata, perché Malta ha aperto unilateralmente delle aree sulle quali l'Italia rivendica la propria sovranità forte anche del diritto consuetudinario internazionale”.

Secondo Terlizzese, che nega però che l'Italia abbia rivendicato aree già contese dalla Libia, è vero che si tratta di una mossa unilaterale del nostro paese. Ma sarebbe una mossa di risposta alla fuga in avanti fatta da Malta del dicembre 2007. Di fatto ciò ci espone al rischio del contenzioso internazionale, che Terlizzese prevede favorevole per l'Italia: “È stata la mossa di Malta, di aprire unilateralmente diverse aree, a creare il rischio contenzioso. L'Italia ha recepito l'intenzione maltese di andare a vedere cosa c'è sotto queste aree: senza l'allargamento della zona marina C non avremmo potuto sederci al tavolo tecnico”.

Nel diritto internazionale vige il principio della buona fede: se c'è un accordo e uno dei due Stati lo viola allora è in torto. Ma, spiega ancora il DG Energia del MiSE, l'accordo non c'era ancora. Anzi, a dirla tutta non ci sono neanche verbali delle due riunioni del tavolo tecnico: “Stiamo discutendo in via informale, per vedere se possiamo fare esplorazioni comuni”.

Tuttavia l'Italia ha già messo le mani avanti, dichiarando apertamente le proprie intenzioni: il 28 febbraio 2013, quindi dopo i due tavoli tecnici e dopo l'emanazione del decreto Passera, il Ministero dello Sviluppo Economico pubblica un supplemento al Bollettino Ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse intitolato "Il mare" (pdf).

Nell'introduzione del documento il MiSE afferma chiaramente: “Lo stato costiero esercita sulla piattaforma continentale diritti sovrani allo scopo di esplorarla e sfruttarne le risorse naturali, nessun altro può intraprendere tali attività senza il suo espresso consenso. Per risorse naturali si intendono le risorse minerali e altre risorse non viventi del fondo marino e del sottosuolo”.

Quindi il petrolio già rivendicato da Malta, e dalla Libia, è “nostro” e l'Italia non ha intenzione di concederlo a nessuno. E Terlizzese conferma: “Certo, nel diritto internazionale tutti gli Stati decidono unilateralmente, di solito in seguito ad accordi con gli Stati limitrofi. In questo caso non c'è l'accordo perché Malta ha deciso che parte di quelle acque è di sua competenza. Una situazione di contenzioso relativamente comune in molte aree geografiche”.

Tuttavia la stampa internazionale di settore non si è ancora accorta delle ferme intenzioni italiane: il quotidiano online RigZone il 30 maggio canta le lodi del potenziale offshore di Malta, e descrive i tanti interessi già manifestati dalle compagnie petrolifere, senza però citare minimamente né i due tavoli tecnici né la nuova “Zona marina C – Settore sud”. Ma riporta le recenti dichiarazioni di Heritage sul “potenziale inesplorato” del suo portafoglio maltese.

La stessa Heritage, nel suo Interim Management Statement, pubblicato il 16 maggio 2013, non parla della disputa tra Italia e Malta, ma dovrebbe, come conferma Terlizzese, che sui probabili futuri contenziosi con le compagnie già titolari di licenze maltesi afferma: “Queste società erano pienamente consapevoli, come lo sono le tante altre aziende che hanno manifestato interesse per quelle aree”. E di aziende che hanno manifestato interesse ce ne sarebbero parecchie.

Uscendo dalle questioni internazionali e venendo a quelle nazionali la situazione non è meno problematica. È vero che le zone marine della piattaforma continentale sono state istituite con la Legge 21 luglio 1967, n. 613, e che possono essere ampliate per decreto dal ministro dello Sviluppo economico (secondo l'articolo 3, comma 2, del Decreto Legislativo 625 del 1996), ma è anche vero che Corrado Passera al momento della firma doveva solo gestire l'ordinaria amminstrazione.

Mario Monti è salito al Quirinale per le dimissioni il 6 dicembre e il suo Governo è rimasto in carica per l'ordinaria amministrazione fino all'insediamento di Letta. Ma si può considerare l'allargamento del mare nazionale ordinaria amministrazione? È ordinaria amministrazione emanare un decreto sapendo che ci esporrà a un contenzioso internazionale?

Come finirà questa faccenda non lo sa neanche il Direttore Generale Terlizzese: “È cambiato il Governo italiano, è cambiato il Governo maltese, ci risiederemo al tavolo e vedremo”.