venerdì 15 novembre 2013

"Sete di energia" o "Energia che ha sete"?

Acqua.
Uno dei miei temi preferiti. 
Qualche giorno fa è uscito un interessante rapporto di Wood Mackenzie riguardante i rischi che l'industria energetica mondiale potrebbe dover affrontare a causa della scarsità di risorse idriche.
Già nel suo World Energy Outlook 2012, l'International Energy Agency aveva riservato, per la prima volta, un capitolo apposito su questa tematica, dal titolo "Water for Energy".
Oggi questo rapporto di WM conferma alcune delle considerazioni esposte nel WEO, aggiungendo un pò di ottimismo (non che il WEO fosse allarmista, intendiamoci) riguardo il rischio idrico legato alle tecnologie per lo sfruttamento delle risorse non convenzionali (fracking): alcune società si stanno attrezzando per implementare tecniche di risparmio e riutilizzo, e inoltre il rapporto fa notare che il fracking permette anche l'utilizzo di acque saline, evitando il consumo delle più preziose acque dolci.
L'articolo che propongo è tratto dalla Staffetta Quotidiana.

Buona lettura.

I problemi legati all'acqua pongono una serie di rischi per l'industria energetica e potrebbero avere un ruolo significativo nel forgiare il futuro scenario del mix di fonti energetiche cui attingerà la popolazione mondiale: è quanto sostiene una nuova ricerca Wood Mackenzie , “Troubled Waters Ahead? Rising Water Risks for Energy”, realizzata sulla base dei dati e delle mappe sul rischio idrico del Water Resources Institute.
Quasi tutte le forme di produzione di energia e di generazione di elettricità, infatti, dipendono in qualche modo dall'acqua. Sebbene sia l'agricoltura il settore idrovoro per eccellenza, utilizzando circa due terzi delle provviste d'acqua dolce mondiali, quello dell'energia è il comparto che consuma la maggior quantità d'acqua all'interno del settore industriale (15% della risorsa disponibile a livello globale) e la cui domanda d'acqua e in continua crescita. Con le previsioni Onu che indicano un deficit idrico del 40% entro il 2013, l'utilizzo di acqua nel settore energetico è una preoccupazione centrale dei governi. Secondo lo studio, i maggiori impatti che il rischio idrico potrebbe produrre riguardano in primis la produzione di shale gas, in particolare negli Stati Uniti; a seguire, il settore petrolifero mediorientale e, infine, quello minerario carbonifero e termoelettrico a carbone della Cina.
Le aree a rischio identificate sono quelle in cui è più probabile un elevato livello di concorrenza tra gli utilizzatori d'acqua locali, un maggiore consumo della risorsa nel tempo e un elevato livello di contaminazione delle riserve idriche. “I principali rischi legati all'acqua per l'industria energetica – spiega Tara Schmidt, analista di Wood Mackenzie – includono la limitata accessibilità a nuove fonti di approvvigionamento, i ritardi nello sviluppo dei progetti, l'incremento dei costi e l'inattività degli asset”. I rischi variano molto in base alla fonte energetica e alla localizzazione degli assset. “L'acqua rappresenta un rischio per l'industria energetica. Il progresso apportato da tecnologie innovative, pratiche avanzate di gestione dell'acqua e da specifiche politiche pubbliche può mettere il settore nelle condizioni di affrontare la sfida di ridurre i rischi generati dalla questione idrica”, osserva Paul Reig del World Resources Institute. “Alcune delle soluzioni per ridurre tali rischi – aggiunge – sono l'implementazione di nuove tecnologie per migliorare le performance operative ambientali e, soprattutto, un pronto coinvolgimento dei portatori d'interesse a livello di bacino, insieme ai governo, per identificare le opportunità di azioni collettive finalizzate alla riduzione del rischio idrico”.
Primo comparto a rischio, come già accennato, è quello dello shale gas: se questo settore dovesse davvero decollare a livello globale, sarà senz'altro necessario affrontare i problemi di utilizzo e di contaminazione dell'acqua che può suscitare. “La ricerca mostra che più di metà delle riserve di shale e tight gas negli Stati Uniti, così come negli altri 10 paesi con le maggiori riserve del mondo, si trovano in aree a stress idrico da medio a estremo, dove la concorrenza con gli altri utilizzatori locali della risorsa è alta ed esistono preoccupazioni sulla qualità dell'acqua”, spiega Reid. Le società che operano in queste aree si trovano di fronte al rischio di avere limitato accesso a nuove fonti idriche e potenziali aumenti dei costi fino al 15% o anche oltre. Ciononostante, all'interno del mix globale di fonti energetiche, il gas non convenzionale fornisce una delle opportunità più promettenti di dimezzare o azzerare del tutto l'utilizzo di acqua dolce grazie al ricorso ad acque saline, al riciclo e alla ‘green completion', compensando – potenzialmente – gli incrementi di costo. Peraltro diverse società stanno iniziando ad affrontare le preoccupazioni del pubblico circa possibili contaminazioni dell'acqua, fornendo report sulla valutazione degli impatti e collaborando attivamente alla definizione degli standard per la produzione di shale gas. “Wood Mackenzie prevede che il trend verso una maggiore trasparenza e l'impegno pubblico prosegua – fa sapere Tara Schmidt – al passo con l'espansione degli operatori nei mercati internazionali, con preoccupazioni sempre più pressanti attorno alla questione idrica”.
Per quanto riguarda il petrolio mediorientale, la produzione sta già scontando l'inadeguatezza delle infrastrutture idriche sul piano dello sviluppo degli asset e la crescente domanda di petrolio per le esigenze locali di desalinazione non farà che esacerbare la situazione. “Infrastrutture idriche inadeguate contribuiscono a ritardare significativamente i progetti – afferma Schmidt – e limitano le opportunità di massimizzare la produzione nel lungo periodo potenziando il recupero avanzato di petrolio, le tecniche di completamento e l'esplorazione dello shale gas recentemente intrapresa (come nel caso dell'Arabia Saudita)”. La scarsa iniezione d'acqua in alcuni dei maggiori giacimenti dell'Iraq meridionale sta costando al maggior produttore della regione centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno, fa sapere Wood Mackenzie, e governo e compagnie stanno lavorando per migliorare la gestione dell'acqua nella regione, che soffre la scarsità della risorsa, con interventi sulle infrastrutture, per la conservazione della risorsa, nonché per l'utilizzo di tecnologie di desalinazione più efficienti.
Non sembra più fortunata la Cina, dove l'industria mineraria e gli impianti termoelettrici alimentati a carbone potrebbero ritrovarsi a forte rischio in futuro: secondo l'atlante del rischio idrico Aqueduct, oltre il 70% della capacità di generazione elettrica da carbone della Cina si trova in aree a stress idrico da medio a estremamente alto e le attività del settore si stanno espandendo sempre più nelle assetate province settentrionali e occidentali del paese. Per la produzione di carbone in queste aree è attesa una crescita del 50% entro il 2030, mentre l'output elettrico dovrebbe addirittura raddoppiare. “Con la grande maggioranza delle risorse idriche cinesi concentrate nel Sud del paese – spiega Paul Reig – e la grande maggioranza della nuova produzione di carbone proveniente dal Nord, lo Stato asiatico rischia una forte carenza idrica e importanti conflitti d'interesse tra la popolazione e l'industria”. Di conseguenza, i costi dell'industria mineraria e delle utility elettriche potrebbero diventare sempre più pressanti in risposta agli sforzi del governo di minimizzare l'utilizzo dell'acqua, con la necessità di affrontare modifiche della regolazione e difficoltà di accesso alla risorsa, nonché di mitigare il rischio potenziali interruzioni delle operazioni. A tali problematiche le società coinvolte stanno già cercando di trovare soluzione, cominciando a investire nel riciclo dell'acqua e in tecnologie più efficienti, nonché collaborando con altri utilizzatori della risorsa per individuare possibili soluzioni collettive. Alcune utility stanno anche provvedendo a installare sistemi di raffreddamento ad aria, che potrebbero permettere di ridurre l'uso dell'acqua fino a circa due terzi, mentre alcuni produttori di carbone puntano al riuso delle acque reflue.
Infine, le soluzioni indicate dagli analisti di Wood Mackenzie risiedono principalmente nell'innovazione tecnologica, nella trasparenza e nell'impegno a minimizzare i rischi per tutte le fonti energetiche. Sta alle società comprendere le esigenze e i rischi delle proprie attività sul piano idrico, sviluppare strategie chiare e disponibili al pubblico per affrontarli e tenersi pronti agli sviluppi futuri per non mettere a repentaglio la propria crescita e la fornitura di energia nell'avvenire.

martedì 29 ottobre 2013

Cina-Russia: un'alleanza che va oltre l'energia - Repubblica Affari&Finanza

Propongo oggi un'interessante analisi di Giampaolo Visetti (Repubblica) riguardante il recente accordo Cina-Russia per la fornitura di greggio e gas naturale.
Ancora una volta l'articolo fa capire quanto l'energia sia un settore di altissimo valore strategico, e da qualche parte, come in Russia e in Cina, l'hanno capito molto bene.

Buona lettura.

Le prime due economie emergenti, alleate storiche per una parte del Novecento, uniscono le forze per ricostruire il blocco travolto dall'implosione dell'Urss

Cina e Russia hanno raggiunto l'accordo che consentirà, nei prossimi dieci anni, di continuare a crescere sia al primo consumatore che al primo produttore di energia al mondo. A firmare il contratto record, a Pechino, il premier cinese Li Keqiang e quello russo Dmitry Medvedev. L'intesa prevede che Mosca fornisca, in un decennio, altri 100 milioni di tonnellate di petrolio, in cambio di 85 miliardi di dollari. Quasi chiuso anche il patto sul gas. Gazprom invierà in Cina 38 miliardi di metri cubi di gas naturale, volume che consentirà alla seconda economia mondiale di diminuire la dipendenza dal carbone, che la sta soffocando. Dal 2018 le forniture saliranno a 60 miliardi di metri cubi. Cina e Russia, grazie al via libera sul patto energetico, hanno firmato anche altri 21 accordi di cooperazione bilaterale, che potrebbero consentire ai due Paesi di varcare entro il 2015 la soglia dei 100 miliardi di dollari di interscambio. L'intesa trasforma Pechino e Mosca, reciprocamente, nei primi due partner commerciali. A partire dal 2005 la Cina ha investito ogni anno in Russia una cifra tra i 300 e i 600 milioni di dollari, mentre Mosca non ha mai superato i 30. Il salto di qualità è evidente. Nel 2012 Pechino ha importato dalla Russia 276 milioni di tonnellate e l'ex Urss è stata solo il suo quarto fornitore di greggio. Se l'intesa sul petrolio è conclusa, resta da definire il prezzo per il gas. «Ma la cooperazione energetica tra Cina e Russia - ha rassicurato Medvedev - è il passaggio fondamentale nell'alleanza tra i Paesi in crescita e a beneficiarne sarà l'intera ripresa economica mondiale». Anche il presidente cinese Xi Jinping ha confermato che un accordo sul prezzo del gas è solo questione di dettagli. «Ormai - ha detto il neo-leader cinese - Cina e Russia sono partner strategici di nome e di fatto». Enormi le conseguenze per il mercato petrolifero. La russa Rosneft, gigante dell'energia siberiana, nei prossimi dieci anni invierà in Cina circa 70 milioni di barili di greggio all'anno. Incasserà una montagna di denaro, che potrà investire nel restauro delle vecchie condotte, oltre che in nuovi oleodotti. Forte dell'accordo con la Cina, sarà anche nelle condizioni di trattare prezzi più vantaggiosi con gli altri clienti stranieri, a partire da quelli della zona euro. I mercati hanno subito compreso che il rinnovato asse Mosca-Pechino supera ampiamente gli interessi energetici. Pechino e Mosca hanno firmato un documento politico in base al quale «entrambi i Paesi continueranno a migliorare il coordinamento strategico, per mantenere la loro autorità nelle Nazioni Unite e nel consiglio di sicurezza, in modo da promuovere congiuntamente la pace, la stabilità e lo sviluppo nel mondo». Ciò significa che l'alleanza su petrolio e gas rafforza lo storico blocco comunista sui più scottanti dossier internazionali, dalla Siria alla Corea del Nord, riducendo fortemente i margini di manovra degli Stati Uniti, in difficoltà sia in Africa che in Asia. Tra Pechino e Mosca l'intesa è oggi evidente. Valdimir Putin e Xi Jiping, in un anno si sono incontrati cinque volte: il presidente cinese ha visto Barack Obama solo una volta, per un weekend in maniche di camicia in un ranch privato, snobbato in extremis da Michelle, che ha rinunciato a conoscere la collega first lady. Pechino riempirà dunque i forzieri del Cremlino, consolidando l'impero di Putin. I russi, rendendo possibile la lotta cinese all'inquinamento, contribuiranno invece in misura decisiva alla stabilità interna della nuova leadership cinese.

Grazie all'energia, un universo che si ricompone.

mercoledì 23 ottobre 2013

Shell writedown is bad news for US shale (FT)

Over the past few years, the oil majors have been punch drunk on US shale.
Now comes the hangover.

By Guy Chazan (Financial Times)

Royal Dutch Shell surprised the market on Thursday with a $2.1bn impairment, mostly on its liquids-rich shale properties in North America.

The writedown showed that the results from Shell’s exploration drilling for oil in its US shale acreage have been much worse than it anticipated. “Shale oil bulls take note,” wrote Oswald Clint of Bernstein Research.
The news was sobering for a sector used to upbeat headlines. Production of tight oil in places such as North Dakota’s Bakken shale has increased so fast that it has reversed the decades-long decline in US oil output, reducing America’s reliance on oil imports and even fuelling talk of US energy independence.
Shell’s news shows that some of the breathless rhetoric about shale’s potential may be unwarranted – a view Peter Voser, its chief executive, appears to endorse. The idea of a shale revolution spreading from the US across the world is “a little bit overhyped,” he told reporters on Thursday.
Shale impairments are nothing new. A clutch of companies, including BHP Billiton and BG Group, wrote down their US shale gas assets last year, as the low price of American natural gas reduced the value of their reserves. But it is far less common for the oil majors to take charges on their tight oil properties.
The impairment highlights a broader problem for Shell – the weak performance of its Upstream Americas business. It incurred a loss in the second quarter, and Shell says it will probably stay in loss for the rest of the year, and possibly longer.
Analysts at Credit Suisse say Shell’s performance in its upstream – or exploration and production – division is a “real worry”.
Ever since the oil industry figured out how to use hydraulic fracturing or “fracking” and horizontal drilling to extract gas from shale formations, the US “unconventional” gas story has had an irresistible allure for the supermajors.
Shell has been more gung-ho than most. In 2008, it paid $5.7bn to buy Duvernay Oil, which held promising tight gas acreage in western Canada. Two years later, it paid $4.7bn for East Resources. which held big positions in the Marcellus Shale.
Shell says that its North American onshore gas portfolio now includes about 3.5m acres of mineral rights, with the potential to yield 40tn cubic feet of gas – the energy equivalent of nearly 7bn barrels of oil.
But some analysts have said it paid too high a price to gain entry into the sector. And such a large position proved a double-edged sword last year when the shale gas supply surge pushed gas prices to 10-year lows.
Shell said at the time that it would switch its focus from gas to more profitable “liquids-rich shales” and Simon Henry, chief financial officer, said the company would produce 250,000 barrels of oil a day from its tight oil properties in five years’ time.
But that could end up being way too optimistic. Mr Henry admitted on Thursday that the results of Shell’s exploration efforts in US tight oil had been disappointing, and “the production curve is less positive than we originally expected”. As of today, the company is only producing 50,000 b/d from these properties, he said.
Shell’s experience has been echoed by others. Oil companies who rushed to buy acreage in Ohio’s Utica shale a few years ago have discovered the rock is not as porous as in other formations such as Texas’ Eagle Ford or the Bakken, and there is less natural pressure underground to help force the oil out. Many companies are now trying to sell their holdings there.
Shell, it seems, is taking a similar tack: it has launched a strategic review of its North American shale portfolio, with the aim of halving the number of areas it operates in there. Mr Voser says the company wants to divest some small-scale properties which “are still prospective and can produce, but do not have the size we are looking for”.
And perhaps driven by the bad news from US shale, Shell says it is dropping its medium-term production target – once considered a touchstone for investors.
Analysts were unfazed. “No one [externally at least] believed it anyway,” said Neill Morton of Investec.


giovedì 17 ottobre 2013

Financial Times: Gulf oil production hits record

"Despite the shale revolution, the Middle East is and will remain the heart of global oil industry for some time to come". I think that these words of Fatih Birol (IEA) are enough to explain the topic of the following article of Ajay Makan (Financial Times). The shale revolution is already a reality in US, but, as last data say, it's still far to seriously threat the "Gulf states supremacy".

The Gulf states are producing more oil than ever before, defying expectations that the US shale revolution would break their 40-year grip on the global oil market and diminish their importance to the world’s consuming nations. 

Surging production in North America is expected to eat into the market for oil from Opec. But the quartet of Gulf kingdoms that dominate the cartel of oil exporters have so far emerged unscathed. Instead, they have expanded their share of the world market as political and social factors have reduced production from a number other members. 

Saudi Arabia, Kuwait, the United Arab Emirates and Qatar set aggregate production records in each of the last three months, according to fresh estimates from the International Energy Agency. In September they accounted for 18 per cent of global demand – a level only matched twice in IEA data stretching back to the 1980s.

“Despite the shale revolution, the Middle East is and will remain the heart of global oil industry for some time to come,” Fatih Birol, the IEA’s chief economist said.

US crude oil production has increased by 50 per cent since 2008 and the country is expected to meet the lion’s share of the world’s growing demand over the next five years. But while US companies tend to maximise production to generate more profits, the Gulf states – and Saudi Arabia in particular – invest heavily to maintain spare capacity.

That has allowed them to raise production to offset a run of disruptions across the Middle East and Africa in the last two years. US-led sanctions have reduced Iranian production by 1m barrels a day since the start of last year, while civil unrest has returned this summer to Libya and crude oil theft increased in Nigeria. 

As a result Gulf states are capturing more of the fast growing Asian market. India imported 44 per cent of its crude from Saudi Arabia, Kuwait, Qatar and the UAE in July, up from 36 per cent in 2011, while China relies on the countries for a quarter of its imports compared to 21 per cent in 2007.

A rapid return to production among other Opec members, for example through a resolution to Iran’s nuclear standoff with the US, could yet leave the Gulf states exposed to the US shale revolution. And some analysts argue that Opec could yet need to discuss production cuts when its oil ministers next meet in Vienna in December.

The record output has provided a windfall for the oil-dependent monarchies. The 16.4m barrels a day produced by the four states during the third quarter was worth more than $150bn at today’s prices of more than $100 a barrel. 

The principal beneficiaries have been Saudi Arabia, which has increased output more than 10 per cent since the start of the year to a record of 10.19m b/d in August, and the UAE where the 2.77m b/d produced in September was a record, and 7 per cent higher than at the start of the year. Kuwait has also set a series of production records this year, but Qatar has been unable to raise production significantly. 

It also means the region remains crucial to the world’s major powers. The US continues to import almost 60m barrels a month from the Gulf, a number that has actually increased in the last three years even as US imports overall have fallen. 

Cantico delle Creature - San Francesco d'Assisi

Per uno scout nell'anima come me, il Cantico delle Creature è un po' come un manifesto.
Mi riporta alla memoria la strada, le attività con i frati francescani che ho avuto la fortuna di fare, ma soprattutto mi fa ricordare la Natura che tante volte mi sono fermato ad ammirare a bocca aperta, e tramite Lei lodare il Nostro Signore.

Buona lettura.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo è ne dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual’è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi' Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke 'l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore' et ringratiate et serviateli cum grande humilitate.

sabato 21 settembre 2013

Rosario Livatino, 23 anni fa.

Il 21 settembre 1990 veniva ucciso il giudice Rosario Livatino, per il quale, nel 2011, è stata aperta la causa di beatificazione. Io voglio rendergli omaggio tramite le famosissime parole pronunciate il 9 maggio 1993 ad Agrigento da Giovanni Paolo II.
Don Ciotti in un suo libro ha raccontato che quelle parole furono ispirate dalla visita che il pontefice fece a casa dei genitori di Livatino, prima di recarsi alla Valle dei Templi.
Durante quella visita, il papa parlò con la madre di Rosario, e, stringendole le mani, aprì e lesse una pagina del diario del giudice.
Poche ore dopo, davanti a migliaia di siciliani, pronunciò queste parole.
Grazie Rosario Livatino. 

Che sia concordia!
Dio ha detto una volta: non uccidere!
Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!

Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta contraria, civiltà della morte!

Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita.
Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!


giovedì 29 agosto 2013

“Bolle” e Siria: bad and good news per lo shale-gas

di Marco Campagna

Eccoci di nuovo a parlare di “shale-gas con le bolle” come lo chiamai qualche tempo fa.

Nel mio articolo precedente parlavo del fatto che, secondo alcuni esperti (Andy Hall, guru del trading, in primis), negli anni passati ci sia stata fin troppa fiducia  sui rendimenti attesi dei pozzi di shale gas e shale oil americani, e che questa sovrastima (stimata dal Post Carbon Institute tra il 100% e il 500% della produzione realmente registrata) abbia portato alla formazione di una “bolla” non troppo dissimile dall’altra ben più famosa bolla dei sub-prime. Infatti, secondo Hall ma anche per il Fondo Monetario Internazionale, il repentino declino della produzione dei pozzi avrebbe potuto generare la necessità di aumentare la trivellazione di pozzi fino ad un livello insostenibile economicamente, generando inoltre la diffusione di prodotti finanziari di copertura che, se nelle mani sbagliate, avrebbero potuto fare qualche danno inaspettato. Fatto il “riassunto della puntata precedente”, che può essere letta integralmente qui, passiamo alle novità degli ultimi giorni.

Da una recente analisi targata Bloomberg, nei primi sei mesi del 2013 il mercato nordamericano degli asset oil & gas si è dimezzato rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, passando da 54 a 26 miliardi di dollari. Compagnie importanti come BHP e Shell hanno drasticamente ridimensionato i loro investimenti in shale gas e shale oil. Sembra che la corsa a questi “fossili non convenzionali” negli USA inizi a rallentare, e qualcuno inizia a chiedersi se gas e petrolio da scisti siano veramente in grado di mantenere le promesse di prosperità di poco tempo fa.

Anche evitando inutili catastrofismi, è però innegabile che, un po’ per il fatto che i prezzi del gas negli Usa siano scesi nel 2012 a causa (o grazie a, dipende dai punti di vista) dell'oversupply, e un po’ perché in effetti alcuni pozzi stiano rendendo meno del previsto, si è verificata una contrazione di investimenti, facendo così calare il valore degli asset. Dopo i record degli ultimi tre anni il volume degli asset energetici scambiati sul mercato nordamericano ha toccato il minimo dal 2004.

Le aziende si stanno concentrando sullo sfruttamento dei progetti già operativi e si sono praticamente fermate sul fronte nuove acquisizioni: oltre al fatto che, a mio avviso, ci sia una  normale fase di assestamento successiva ad un boom iniziale, secondo gli analisti il motivo di questo slowdown è dovuto alla difficoltà di giustificare nuovi investimenti, dato che i giacimenti ottenuti nella corsa avvenuta dal 2009 al 2012 attualmente come valore sono ben al di sotto del prezzo cui sono stati acquistati. Insomma, dopo il boom del 2008-2012, per la prima volta da quando si sono diffuse le tecniche di trivellazione che permettono di ottenere gas e petrolio dagli scisti, gli investimenti in shale gas sono calati.

Questo rallentamento, osserva Bloomberg, potrebbe durare per anni e minaccia di ostacolare la crescita della produzione di gas e petrolio. Le aziende che hanno investito nello shale nel rush degli ultimi 3 anni, ora con gli asset che valgono meno di quanto si prevedeva, si trovano a corto di risorse per finanziare nuove trivellazioni. Più i produttori sono indebitati e costretti a vendere asset per finanziarsi, più il valore di questi calerà.

Il tutto fa quindi tornare in mente le previsioni di Andy Hall e del FMI di qualche tempo fa, ovvero che forse si stava riponendo fin troppa fiducia nel petrolio e gas da scisti, gonfiando così una nuova bolla finanziaria.

Fin qui le “cattive notizie” per lo shale-gas e oil, ma, facendo un “volo pindarico” fino alla crisi siriana, c’è invece chi vede good news all’orizzonte.

Nick Butler, del Financial Times, espone la possibilità che la bollente situazione in Siria possa rafforzare la “causa” degli idrocarburi non-convenzionali. Butler parte dal fatto che, già in questi giorni, l’effetto Siria si sia fatto sentire sui mercati del petrolio, facendo arrivare il Brent a 115$/b: il motivo è ovviamente che i mercati temono l’eventualità che USA ed Europa non riescano a fermarsi ad un mero “bombarda e fuggi”, ma che invece accendano ancor di più il conflitto sunniti-sciiti (con asse Arabia Saudita-Iran), rimanendovi impantanati. In effetti, che l’intervento in Siria sia tutt’altro che ben pianificato e con chiari obbiettivi, è piuttosto lapalissiano.

Tornando al ragionamento di Butler, viene giustamente fatto notare che questa febbre siriana, come tante altre, passerà velocemente e che inoltre la Siria è un attore nettamente minore nello scenario dei produttori di petrolio e gas medio-orientali: infatti l’Europa (primo importatore di greggio siriano) ne ha fatto facilmente a meno.  Dal punto di vista globale, con la crescita della Cina in fase di rallentamento, l’India che non sembra ancora avere quella struttura istituzionale necessaria per attrarre gli investimenti nelle infrastrutture necessarie a spingerne lo sviluppo, l’Europa in netto calo dei consumi e gli USA alle prese con il famoso boom degli idrocarburi non convenzionali, il reale rischio per uno shortage di olio o gas sul mercato è ancora decisamente basso.

Ma ecco la considerazione finale di Butler: il più grande impatto della situazione siriana, egiziana, libica e della meno nota situazione irachena, è che il "mondo che consuma" si stancherà del Medio Oriente e dei suoi conflitti infiniti, vista l’importanza primaria della sicurezza degli approvvigionamenti. Per questo gli eventi in Siria danno un nuovo incentivo allo sviluppo di rifornimenti energetici indigeni e low-cost, rendendo così Bashar Al-Assad il miglior sponsor per l’industria dello shale-gas.