lunedì 7 aprile 2014

Dipendenza energetica? Meglio dalla Russia che dagli Usa - Limes

Oggi propongo questa analisi di Demostenes Floros pubblicata su Limes qualche giorno fa.
Viene presentato un punto di vista con un focus economico-commerciale, che magari tralascia degli aspetti di politica più alta, ma non per questo meno interessante.
Non condivido però la frase "l'ipotetica sostituzione dei flussi energetici russi con quelli americani": nessuno infatti ha mai parlato di totale "sostituzione", bensì di integrazione e diversificazione.

Buona lettura.

A marzo gli alti prezzi del petrolio sono lievemente calati: circa 2 dollari al barile ($/b) in meno rispetto alla chiusura di febbraio.

Il costo del barile permane comunque elevato: Brent e Wti quotano rispettivamente poco sotto i 108$/b ed i 102$/b, risentendo quindi delle fortissime tensioni internazionali.

Gli eventi in Ucraina rappresentano un vero e proprio conflitto geopolitico che ha come protagonisti gli Stati Uniti d’America da una parte e la Federazione Russa dall’altra. Tale scontro - che vede la presenza della Cina in appoggio alla Russia (non tragga in inganno l’astensione in sede Onu), seppur da una posizione più defilata - sta assumendo un carattere sempre più globale. Si manifesta infatti, politicamente e militarmente, in almeno tre distinti palcoscenici: l’Ucraina per l’appunto, la Siria e il Venezuela (con il tema del nucleare iraniano sullo sfondo).

Dal punto di vista energetico, l’amministrazione Usa persegue una strategia che ha come obiettivo la riduzione delle forniture russe di gas all’Europa e la futura sostituzione di quest’ultime con lo shale americano. Se così fosse, si tratterebbe di un’operazione complessa e lunga un decennio, vista la sostanziale inesistenza di impianti di liquefazione negli Usa e di gassificazione in Europa, oltre ai problemi connessi ai costi di trasporto e ai prezzi di vendita (il mercato asiatico è più profittevole di quello europeo). Inoltre i limiti di legge impediscono agli Usa di esportare in quei paesi con cui non hanno siglato un accordo di libero scambio che contempli anche il tema dell'energia.L’eventuale stipula del Trattato Transatlantico tra Washington e Bruxelles (T-Tip) supererebbe una parte di questi problemi.

Il paniere energetico dell’Ue è attualmente composto per il 57% da idrocarburi: 33% petrolio e 24% gas naturale. Nel 2013, la Federazione Russa ha fornito all’Europa (Turchia compresa) il 31% circa del suo fabbisogno di metano, pari a 161.5 mld di m3 (il 24% all’Ue). In base ai dati forniti da Gazprom Export, il 53% di tale ammontare - equivalente a 86.1 mld di m3 - è transitato attraverso il territorio dell’Ucraina. Prima della costruzione del Nord Stream, la pipeline sotto il Baltico, ben l’80% del gas di Mosca passava da Kiev.

Di converso, l’Europa è ancora il principale cliente della Russia - secondo le cifre di sicurezzaenergetica.it - dal momento che la prima assorbe il 61% delle esportazioni energetiche del gigante eurasiatico (il 50% del gas naturale). Più precisamente, Mosca ricava dall’export di energia un ammontare pari al 18% del proprio pil (368 mld di $). Ne consegue che il rapporto tra Unione Europea e Federazione Russa è di effettiva interdipendenza più che di mera subordinazione della prima nei confronti della seconda: prova ne sono anche i gasdotti Nord Stream (capacità max. 55 mld di m3), Blue Stream (16 mld di m3) e South Stream (63 mld di m3), nei cui capitali sono presenti società multinazionali tedesche, olandesi francesi e italiane (Eni ha una joint venture paritetica con Gazprom in Blue Stream e possiede il 20% di South Stream Ag).

L’ipotetica sostituzione dei flussi energetici russi con quelli americani ridurrebbe drasticamente le entrate valutarie di Mosca, che grazie ad esse negli anni scorsi ha costituito un fondo statale di 530 mld di dollari (60 mld dei quali sono stati utilizzati per arginare il crollo della Borsa e la fuga di capitali causata dalle sanzioni). Ciò costringerebbe il Cremlino a guardare sempre più verso l’Asia rafforzando il proprio rapporto strategico con Pechino (nel 2011, il 21,7% della produzione manifatturiera mondiale aveva luogo in Cina) a discapito di una possibile sinergia energetica e manifatturiera con l’Europa.

L’Italia delle Pmi, di Enel ed Eni sarebbe il paese più colpito; per di più, dopo l’errore strategico della guerra in Libia dalla quale ci approvvigionavamo per il 24% dei consumi di petrolio, non pare giovi al nostro paese il congelamento - dal sapore geopolitico più che normativo - delle trattative Ue-Gazprom in merito all’opportunità che la pipeline South Stream (esattamente come è avvenuto per il Tap) ottenga l’esenzione dall’obbligo di concedere l’accesso a terzi prevista dal Terzo Pacchetto Energia (nel 2013, il 43% dei nostri consumi di gas è stato soddisfatto dai russi).

Siamo così sicuri che la crisi Ucraina sia per l’Europa un’occasione unica per smarcarsi dalla dipendenza energetica russa? Quali le eventuali conseguenze?

Proviamo ad abbozzare una risposta a una domanda tutt’altro che semplice, ma che non riguarda solamente il tema dell’energia. Secondo l’approccio teorico mainstream (filone neoclassico), la crisi atlantica odierna - la più grave dal 1929 - ha avuto un’origine finanziaria poi estesasi all’economia reale. Un secondo approccio concettuale, classico e minoritario, ha invece individuato la genesi in un eccesso di investimenti per alcuni e in un deficit della domanda per altri.

Nel bel mezzo della discussione in merito al T-Tip, all’Ue e all’Italia, suggeriamo di prestare maggiore attenzione alla spiegazione che l’economista borghese J.A. Shumpeter diede della 1ª Grande depressione, quella tra il 1873 ed il 1898. Questa poteva essere spiegata “con la spinta dei prodotti provenienti in gran copia da un apparato produttivo che i due precedenti decenni avevano grandemente allargato”.

Per quanto riguarda gli Usa invece, è forse un po’ più chiaro perché stiano tentando di mantenere l’attuale basso livello dei prezzi dello shale gas, 2/3 $ per Mmbtu, a fronte di costi di produzione di 5/6 $ per Mmbtu.

venerdì 21 marzo 2014

World Water Day, IEA shares in-depth analysis of energy sector’s use

The energy sector already accounts for about 15% of the world’s total water use, so for World Water Day, on 22 March, the International Energy Agency (IEA) is sharing its most detailed analysis of the sector’s impact on water resources.

“Water for Energy: Is energy becoming a thirstier resource?”, a chapter from the IEA World Energy Outlook 2012 (WEO-2012), is now available for free on the IEA website. The analysis reveals how much water is used by various energy processes and assesses the sector’s vulnerabilities as rising population and growing economies constrain water resources around the globe.

“Water availability is a growing concern for energy, and assessing the energy sector’s use of water is important in an increasingly water-constrained world,” IEA Executive Director Maria van der Hoeven said. “The IEA’s in-depth analysis of the nexus of water and energy can help countries identify ways to use water most effectively and efficiently in energy production and consumption. Now the IEA is sharing that expertise with everyone.”

Water is critical for electricity generation as well as the extraction, transport and processing of fossil fuels, even the irrigation of crops that go into biofuels. Water shortages in India and the United States, among other countries, have limited energy output in the past two years, while the heavy use of water in unconventional oil and gas production has generated considerable public concern.

Moreover, the energy sector’s water needs are set to grow, making water an increasingly important criterion for assessing the viability of energy projects. In some regions, water constraints are already affecting the reliability of existing operations and they will introduce additional costs. The IEA analysis draws on the WEO-2012’s central policy scenario to show that expanding power generation and biofuels output underpins an 85% increase in the amount consumed (the volume of water that is not returned to its source after use) through to 2035.

“Since water and energy are essential resources, we need to find ways to ensure that use of one does not limit access to the other.  As demand for both continues to increase, this will be a growing challenge and priority,” Ms. Van der Hoeven emphasised.

To download the WEO-2012 excerpt "Water for Energy: Is energy becoming a thirstier resource?", please click here.

From iea.org

Pietro Mennea, l'eroe (umile) di un'Italia che viveva di traguardi

Un anno fa moriva Pietro Mennea, "La freccia del Sud".
Sara Caspani de ilsussidiario.net lo ricorda così.

Buona lettura.

A un anno dalla sua scomparsa lo ritroviamo alla linea dei 200 metri, Pietro Mennea, chino sui blocchi di partenza. Siamo a Barletta, 1965: un ragazzino smilzo del Sud ha cominciato a correre sfidando le macchine della cittadina, e straordinariamente riesce ad uscirne vincitore ogni volta. Non interessano ancora le distanze, le prime settimane di attività Pietro le spende addirittura come marciatore, diretto poi alla velocità dopo esser stato visto aggredire la salita di Porta Marina a Barletta senza mai cedere, come in apnea.
Gli allenamenti si svolgono su una pista malmessa, l'unica allora disponibile, senza grandi attrezzature. Il dono di allenarsi su quei campi ha permesso di potenziare i muscoli e di correre con una motivazione profonda, quasi di stampo sociale. Perché nessun campione può nascere da un atleta che non voglia diventarlo o che non abbia motivazioni per esserlo. Lo storico allenatore Carlo Vittori legge nella corsa di quel ragazzino introverso la potenza antica dei grandi atleti che spesso si cela nei muscoli non ancora formati. Così Pietro si allontana, scatta dai blocchi davanti ai nostri occhi, ed entra nel Centro Federale di Formia, dove sono solo lui e la pista. Una pista che saluta alla mattina entrando e la sera uscendone, come un appuntamento tra innamorati. «Non è un sacrificio eccessivo?» gli chiedono spesso i giornalisti, «No, mi piace da morire» è la risposta fissa.
I primi 100 metri sono sempre stati i più sofferti per l'atleta barlettano e per correrli ci sono voluti ogni anno 350 giorni di allenamento: un culto del sacrificio che rese Mennea campione di preparazione, prima che di pista. Un uomo capace di sostenere la solitudine, con la volontà quale unico mezzo per vincere i muscoli di fattura sovietica e statunitense. L'atletica italiana di quegli anni ha avuto questo come distintivo: magari senza l'abito adatto, portava la nobiltà umile di battersi fino all'ultimo metro. «Il nostro carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura». Tutta la preparazione stava nel temprare quell'unico punto: «La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni». Gli allenamenti di Pietro arrivavano a contare 25 ripetute di 60 metri e 10 di 150 metri, che per chi se ne intende significa finire con i muscoli così carichi di acido lattico che stare in piedi risulta quasi impossibile.
Lo rivediamo percorrere la curva dei 200 metri di Città del Messico 1979,in settima corsia dopo 11 anni dal record del tanto stimato campione Tommy Smith. Mennea ruba il tempo che lo renderà primatista del mondo con un esorbitante 19"72, risultato commentato con le lacrime agli occhi: «Questo sport è umile e io sono partito con umiltà».

mercoledì 12 marzo 2014

Venite a vedere il sangue per le strade - Luis Sepulveda

10 anni fa, l'11 marzo 2004, avveniva l'attentato terroristico di Madrid.
All'indomani Luis Sepulveda scrisse un articolo di grande dolore (e non solo) su tutto quello che stava accadendo nel mondo.
Nel finale si accenna anche al "sorriso infame di un buffone italiano".

Buona lettura. Riposino in Pace.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini, bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo. 
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. 

Venite a vedere gli appunti, i libri, le cose sparse fra i resti del massacro. Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il suo diritto di vivere in pace. Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico obiettivo del terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa che possa giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla barbarie. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile e solidale. 

Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane, nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i giornali per misurare i risultati della loro codardia, l'infame bilancio di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna dell'umanità intera. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a sentire come l'aria di un inverno che si ritira porta il «perché?» per i parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità. Assassini; la vostra zampata d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai, però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani, vedove, esseri mutilati ma solo voti. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di questa città che ha gridato «pace» con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato da un servo dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare l'orrore in Europa. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, il lavoro sereno di medici e infermiere, il gesto triste dei governanti solitari, e anche il sorriso infame di un buffone italiano, l'unico al mondo ad assecondare Aznar con le sue menzogne. 


Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le vostre mani e scrivete «pace» su tutti i muri della terra.

martedì 4 marzo 2014

Diplomazia l'unica arma dell'Europa

Articolo tratto oggi dal Sole24Ore, interessante analisi di cui condivido le considerazioni.
Scritto da Carlo Bastasin e di cui si può trovare l'originale cliccando qui.

Buona lettura.

Rispondere a Vladimir Putin con le sue stesse armi, sarebbe per l'Europa un modo veloce, diretto e completamente sbagliato. Prendendo controllo della Crimea, Putin ha violato con arroganza le leggi internazionali. Ma il suo potere nel confronto militare è maggiore di quello che può esercitare sul piano diplomatico. È al tavolo negoziale che va esposta la sua debolezza, inclusa quella economica mostrata ieri dai mercati. È lì che l'Europa può imporre il rafforzamento della democrazia in Ucraina, svalutando di riflesso l'autocrazia di Mosca. Non con minacce di missili o di dure sanzioni, come piace ai più radicali a Washington, ma seminando il virus democratico ai confini della Russia.

Ogni volta che i cingoli solcano il terreno, cadiamo preda di un riflesso automatico che stigmatizza come debole o tardiva la ricerca europea di soluzioni diplomatiche. L'esperienza delle primavere arabe giustifica molti pregiudizi. Ma questa volta la cancelliera Merkel, promotrice di un approccio sia di condanna sia di mediazione attraverso un "gruppo di contatto" – che contrasta con la tentazione americana di isolare Mosca - ha ragione e bene ha fatto il governo italiano a capirlo e a sostenerlo.

A Obama, Merkel avrebbe detto che Putin si esprime come se vivesse in una diversa realtà in cui il rispetto si misura in munizioni da sparare. È proprio così ma è una realtà con cui fare i conti: un mondo diviso in aree di influenza in cui Mosca, includendo l'Ucraina, controllerebbe "Eurasia", da contrapporre sia alla Ue sia alle potenze asiatiche. Un tale blocco non democratico ai confini rappresenterebbe una minaccia per l'Europa. Ma a ben vedere proprio l'intervento militare di questi giorni manda in frantumi la strategia di Putin.

Non potrà esserci un'Eurasia stabile se Mosca la può imporre solo dividendo l'Ucraina con le armi. La partita politica è stata già persa da Putin con la cacciata di Yanukovich. Per l'Ue portare subito al negoziato il leader del Cremlino sancirebbe il fallimento del suo piano pericoloso. Mosca inoltre è vulnerabile alle sanzioni economiche, come i riflessi finanziari della crisi hanno mostrato ieri. E questo consente di privilegiare la minaccia di sanzioni economiche alla strategia dell'isolamento politico. Politicamente infatti è proprio nell'isolamento, invocato con vari gradi di bellicosità da Capitol Hill, che Putin costruisce la propria influenza diplomatica fino a determinare paradossalmente le sorti degli interventi americani in Siria o le trattative con l'Iran e con altre aree critiche in cui la presa diplomatica occidentale è debole.

Ora, pur dialogando, l'Europa deve puntare direttamente alla costruzione di istituzioni democratiche a Kiev. Decine di migliaia di ucraini sono scesi in piazza pronti a dare la loro vita per quelli che considerano valori europei: la capacità di autogovernarsi, di esprimere liberamente il proprio pensiero e di determinare da sé il futuro dei propri figli. Tutto ciò richiede istituzioni di governo occidentali che la rivoluzione arancione non era riuscita a costruire. In quel vuoto si era riaperta la porta a Yanukovich. Il completamento del percorso democratico a Kiev è la contropartita che l'Europa deve ora imporre a fronte degli aiuti finanziari e di un accordo sulle regioni di confine che consenta a Putin di rinfoderare i muscoli. Isolare posizioni estremiste a Kiev è di comune interesse, così come condividere l'importanza economica dell'Ucraina.

Difendere la democrazia in Ucraina è però il vero compito esistenziale. In particolare alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo. Quale significato avrebbe altrimenti votare nell'Unione europea a maggio? E quale miglior modo per svuotare i sentimenti anti-europei nei nostri Paesi? La crisi ucraina infatti interroga l'Europa nel suo profondo. La minaccia di Kiev in mano russa risolleva le paure dell'Est europeo e Bruxelles deve evitare che si ripeta la frattura tra "vecchia e nuova Europa" evocata da Rumsfeld ai tempi dell'invasione in Iraq. Proprio dall'allargamento a Est, l'Europa pensava a se stessa come a un potere "trasformativo", diverso dall'hard power americano, in grado di attrarre pacificamente ai valori occidentali Paesi privi di esperienza democratica con la sola prospettiva di ingresso nell'Ue o di accesso ai suoi mercati. La logica era coerente con una visione positiva della globalizzazione.

Poi con la crisi europea e la vivacità delle autocrazie emergenti, è cresciuto il dubbio che l'Europa anziché artefice, fosse vittima del potere trasformativo degli interessi economici in Russia o in Cina. Ora in Ucraina, forza e instabilità, dei Paesi emergenti, finora ristretti alla finanza, assumono per la prima volta un'inedita dimensione militare. Risolvere la crisi, evitando lo scontro ma promuovendo le istituzioni democratiche può cambiare la storia dei prossimi decenni, quando gli analisti americani già danno per certe crisi strategiche attorno alla Cina, e restituire all'Europa il coraggio di sé.

venerdì 21 febbraio 2014

In Ucraina si gioca anche la partita energetica tra Russia e Ue

La situazione in Ucraina mi ha colpito particolarmente, anche perché, occupandomi di energia, l'ho seguita fin dai primissimi giorni. 
Sì, proprio così, perché la tematica energetica è fondamentale per capire le motivazioni e  le implicazioni della situazione attuale, come segnalai già a novembre dello scorso anno, riportando l'analisi dell'Economist.

Qualcuno nei giorni scorso ha tirato fuori il solito urlo "l'Europa li sta lasciando soli!", ma in effetti, a ben guardare, la crisi nasce dal fatto che la UE si apprestasse ad accogliere l'Ucraina all'interno della propria comunità, quindi proprio il contrario di quanto urlato. 
Per non parlare dell'incoerenza di molti anti-europeisti: da una parte vorrebbero uscire dalla UE per avere una maggiore sovranità nazionale, dall'altra però chiedono che la stessa intervenga rapidamente (senza specificare bene come) per risolvere la situazione, esautorando totalmente l'Ucraina (che non fa parte della UE) della propria sovranità nazionale.

In realtà la UE è già pronta per delle prime sanzioni e ha inviato a Kiev un team per discutere e fare pressioni su Yanukovich. Alcuni giornali parlano addirittura di una inaspettata unità e reattività della UE rispetto alla crisi Ucraina (Sole24Ore).

L'articolo seguente, tratto da Limes, presenta lo scenario attuale con un focus sull'ambito energetico, descrivendo anche le azioni della UE nel il confronto con la Russia.
Condivido con Colantoni (l'autore dell'articolo) la convinzione che ci sia la necessità di una coerente politica energetica europea, la quale non può prescindere dall'unità politica, ovviamente.

Buona lettura.

Dietro agli scontri di Kiev corre il confronto fra Mosca e Bruxelles per le forniture di gas all'Unione Europea. In assenza di una politica condivisa a livello continentale, le armi dell'Ue potranno ben poco contro il Cremlino.

In Ucraina, dietro alle manifestazioni di piazza e alle pressioni sul governo Kiev si cela un confronto internazionale: quello tra l’Unione Europea (Ue) e la Russia per le forniture di gas.

Il tallone d'Achille di Bruxelles è infatti la sua dipendenza energetica: oltre la metà del suo fabbisogno è coperto dalle importazioni di idrocarburi. Mentre il ricorso al gas soddisfacerà fino al 25% del consumo energetico dell'Unione sino al 2050, il costo delle importazioni di combustibili fossili dovrebbe salire a circa 500 miliardi di euro già nel 2030. Frattanto, sin dal 2011 la Russia si è affermata come primo esportatore energetico in Europa, battendo la concorrenza di Norvegia, Algeria e altri paesi arabi. Forte della sua posizione dominante, Mosca ha quindi lanciato una serie di politiche tese a puntellarne ulteriormente il primato. L'Unione Europea non è stata a guardare.

La prima e più importante arma di pressione della Russia è data dalla possibilità di assetare l’Europa isolandola dai suoi fornitori energetici. Se l’importanza dell’Ucraina sta anche nei suoi quasi 40 mila chilometri di gasdotti, l’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan) dispone di quasi 21 mila chilometri cubi di riserve di gas naturale, a fronte dei 33 mila chilometri cubi di tutto il territorio russo.

Alcuni di questi paesi - è il caso del Kazakistan - indirizzano più del 50% delle proprie esportazioni di gas e petrolio in Europa, rappresentando un eccellente fornitore di idrocarburi per l’intera Ue. Eppure, tali paesi esportano notevolmente meno di quanto potrebbero: la carenza di infrastrutture per le esportazioni li ha infatti resi completamente dipendenti dalla Russia sin dagli anni Novanta. Mosca ha accentuato tale dipendenza sponsorizzando South Stream, infrastruttura energetica alternativa al Nabucco (il gasdotto che avrebbe dovuto collegare i fornitori centro-asiatici all'Europa senza passare per il territorio russo), avente caratteristiche analoghe ma attraversante il territorio della Federazione.

La politica dei contratti a lungo termine è un’altra leva a disposizione del Cremlino. Negli ultimi anni, Gazprom ha difeso strenuamente questo tipo di accordi, arrivando a scatenare un dibattito accademico per provarne la validità. L'accanimento contro la cosiddetta gas-to-gas competition, ossia il mercato libero per il gas, riguarda le caratteristiche di questi contratti: a lungo termine, indicizzati al prezzo di un’altra commodity e quindi non liberi di fluttuare sulla base della domanda del bene, con clausole di destinazione geografica che impediscono l’eventuale vendita del gas acquistato a un terzo paese.

Dieci anni fa le compagnie energetiche europee consideravano questi accordi un modo per assicurarsi un approvvigionamento energetico facile e sicuro nel tempo. Oggi, questi accordi rischiano di bloccare altri potenziali fornitori (Stati Uniti, paesi del Sud America o dell'Asia), lasciando i prezzi europei a livelli che, dal 2012, viaggiano a ritmi più che doppi di quelli americani: una vera manna per Gazprom e il Cremlino.

Non bisogna infine dimenticare le due crisi del gas tra Ucraina e Russia, nel 2006 e nel 2009. Mentre la Russia accusava l'Ucraina di sottrarre il gas destinato all’Europa, numerosi paesi europei furono duramente colpiti in entrambe le occasioni. Grecia e Repubblica Ceca subirono un taglio di oltre il 70% delle proprie forniture, mentre la Slovacchia dichiarava lo stato di emergenza e la Bulgaria fermava la produzione in alcuni dei suoi più importanti impianti industriali. Una buona dimostrazione di forza da parte di Mosca.

L'arma più affilata di cui dispone la Ue è il Terzo pacchetto energetico, che prevede la liberalizzazione del mercato del gas e dell’elettricità e la separazione tra chi produce l’energia e chi la trasporta. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe la Russia, che al centro della sua strategia ha il controllo dei centri di trasmissione, ucraini in primis. Il problema principale è che questo pacchetto è riservato ai soli Stati membri e non è teoricamente applicabile al di fuori dell’Ue: in realtà, il Trattato della comunità dell’energia estende il Terzo pacchetto anche ad alcuni Stati al di fuori dell’Unione, dove la legge europea diventa applicabile.

La Commissione europea ha potuto così attaccare Gazprom proprio nel suo progetto più importante, South Stream, dichiarando che gli accordi stipulati fra la Russia e altri 7 paesi europei violavano la legge dell'Unione. Il commissario all’energia Oettinger ha chiesto inoltre pieno accesso alle infrastrutture energetiche e il controllo sulle tariffe imposte: in poche parole, che South Stream diventi un progetto europeo e non di proprietà di Gazprom. Proprio la ragione che indusse la Russia a uscire dal Trattato della comunità dell’energia nel 2009.

Il caso tra Gazprom e la Commissione europea è quello in cui l'Unione ha la possibilità di colpire la Russia più duramente. Definito come il “caso antitrust del decennio”, potrebbe concludersi con una multa pari al 10% dei 109 miliardi dichiarati da Gazprom nel 2012. Una minaccia temibile per la Russia, che sta già valutando la possibilità di un patteggiamento. Eppure, l’esito della scontro tra Mosca e Bruxelles non è affatto scontato e dipende soprattutto da due fattori: l’evoluzione della posizione russa nei confronti dell’Europa e le politiche dei singoli Stati membri.

Da una parte, il Cremlino difende una posizione dominante estremamente forte: alcuni Stati membri, come la Lituania e l’Estonia, hanno in Mosca il loro unico fornitore di gas. Questa ha oltre 2.7 miliardi di dollari di crediti nei confronti dell’Ucraina, un formidabile strumento di pressione.

Dall'altra parte, l’Ue potrebbe aprire nuove fonti di approvvigionamento energetico nei prossimi anni, così riducendo la dipendenza dalle forniture russe. Anche se l'Europa decidesse di proibire del tutto lo shale gas - quello prodotto tramite il fracking - nei territori dei propri Stati membri, l’incremento della produzione di paesi come gli Stati Uniti o la Cina farebbe comunque levitare l’offerta globale. E grazie allo sviluppo del trasporto di gas liquefatto via nave, l’Ue potrebbe rivolgersi a fornitori asiatici o sudamericani un tempo inaccessibili. Altre infrastrutture, come la Trans Adriatic Pipeline, potrebbero poi arrivare dove il Nabucco ha fallito.

Una politica energetica europea di successo ha però bisogno dell’appoggio dei suoi Stati membri. In questo, l’Ue è molto distante dall’essere unita. Il continente europeo si caratterizza per un panorama energetico estremamente eterogeneo, dove alcuni Stati importano più dell’80% del proprio fabbisogno energetico (è il caso dell'Italia) e altri il 40% (del Regno Unito), vittima della mancanza di volontà nel perseguire una politica energetica comune.

Così, accade che tra i partner del gasdotto russo South Stream, il peggior rivale dell’europeo Nabucco, figurino l'italiana Eni e il gigante francese Edf. Allo stesso modo, nel corso della crisi del gas del 2009, solo l’intervento di Angela Merkel aveva permesso alla Commissione europea di vedersi assegnata la missione di monitoraggio per risolvere la disputa. La cancelliere aveva però difeso strenuamente il controverso gasdotto Nord Stream: senza voler contare le implicazioni ambientali, la struttura ignorava 4 Stati membri (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia), finanziando un’operazione i cui soci, tedeschi e russi, erano guidati dall’ex cancelliere della Germania Gerhard Schröder. Difficile vedere una politica energetica europea in tutto questo.

Una politica energetica solida e coerente si rende però necessaria soprattutto per chi come l’Italia o la Spagna ha i costi per l’elettricità e il gas tra i più alti al mondo, a fronte della competizione industriale di paesi come gli Stati Uniti dove questi sono addirittura in diminuzione.

Il confronto tra Bruxelles e la Russia potrebbe essere infine l’occasione per sviluppare una politica estera europea, dimostrando ancora una volta come l’Unione e la competitività economica non possano prescindere dall'unità politica.

mercoledì 5 febbraio 2014

Perché sarebbe un disastro uscire dall`area euro - Sole24ore

Articolo di Davide Colombo tratto dal Sole24Ore di oggi.
Lo propongo per aiutare a dare qualche info più solida (a chi è interessato ad averne, piuttosto che farsi bastare qualche slogan) su una tematica intorno alla quale se ne sentono dire di tutti i colori.

Buona lettura.

Perché sarebbe un disastro uscire dall`area euro? L'uscita dalla moneta unica determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread e una conseguente insostenibilità del nostro debito pubblico, ma scatenerebbe anche un'inflazione a doppia cifra con un'esplosione dei costi energetici. In questo contesto la svalutazione non riuscirebbe a rilanciare le esportazioni e il Pil, visto che le filiere globali della produzione hanno già ridotto i vantaggi competitivi dei singoli paesi.

La risposta alle polemiche populiste sulla moneta unica.

Evidentemente dodici anni di circolazione di una moneta buona non sono ancora bastati per scacciare la moneta cattiva della polemica populista. Tant'è vero che ogni giorno dai bastioni anti-euro arriva una bordata contro la valuta che è diventata unica il 28 febbraio del 2002 per u paesi europei per poi, negli anni successivi, entrare nei portafogli di altri sette. Colpi bassi, sostenuti anche da economisti isolati, fautori della tesi della "liberazione" dell'economia dalle catene di una moneta giudicata troppo forte per i paesi della periferia mediterranea e, quindi, per l'Italia. Le reazioni solite a questa vulgata, quelle che propongono i fatti più duri e che sono sostenute non solo dalla maggioranza assoluta di economisti ma pure dai banchieri centrali, partono dagli effetti di breve termine e ovviamente insostenibili dell'eventuale break-up: l'immediato disallineamento degli spread, il default almeno parziale del nostro debito pubblico (che rifinanziamo sui mercati, in euro, al ritmo di circa i miliardo al giorno), il congelamento dei crediti alle aziende più indebitate e internazionalizzate, l'esplosione dei costi energetici e, infine, il ritorno di un'inflazione a doppia cifra.
Uno scenario drammatico al quale i sostenitori dell'uscita dall'euro contrappongono, come giustificazione della loro tesi, il vecchio arnese della svalutazione del tasso di cambio, magico strumento capace, a loro dire, di rilanciare l'export e la crescita del Pil.

Qualche mese fa a mettere in fila almeno quattro fattori che hanno definitivamente affossato l'equazione "uscita dall'euro = svalutazione = rilancio di export e Pil" è stato il centro studi di Confindustria. Rileggiamoli insieme. 

Primo: la diffusione delle filiere globali riducono i vantaggi competitivi di una svalutazione. Non si vive più in un mondo in cui le imprese delle economie avanzate producono interamente in casa i loro beni e servizi importando solo materie prime. Ora si produce importando anche i semi-lavorati che servono a produrre i beni finali da esportare (in Italia, Spagna e Portogallo l'import di commodity e beni semi-lavorati è pari al 60% del totale). In questo nuovo contesto di "supply-chain globale" la svalutazione del cambio renderebbe queste importazioni assai più costose annullando l'eventuale guadagno di competitività.

Secondo: i sistemi bancari in crisi renderebbero difficile ottenere nuovo credito. In pieno credit crunch diventerebbe un'impresa impossibile per le aziende dei paesi più indebitati chiedere finanziamenti per sostenere l'aumento di produzione e soddisfare gli ordini derivanti dalla svalutazione.

Terzo: la più lenta risposta dell'export in un contesto concorrenziale nel quale i paesi più avanzati possono giocare sulla qualità dei loro beni e servizi piuttosto che sul prezzo. La spiegazione è semplice: serve tempo (e nuovi investimenti) per sostituire i semi-lavorati importati con produzioni proprie e mentre questa "sostituzione" si determina la concorrenza degli altri paesi avanza con la qualità (a parità di prezzo) dei loro prodotti. 

Quarto: se tutti svalutano nessuno ci guadagna. Il caso citato è quello dell'Argentina del 2002 che ebbe successo abbandonando la parità fissa con il dollaro perché i paesi vicini che importavano i suoi beni (Brasile e Messico) lasciarono immutati i tassi di cambio. Nel caso dei paesi deboli dell'eurozona la svalutazione sarebbe contemporanea e a guadagnarci di più sarebbero quelli con le maggiori quote di export destinate all'area euro, quindi l'Italia vedrebbe diluiti di molto gli eventuali vantaggi.

C'è un ultimo argomento proposto dagli analisti del Centro studi di Confindustria: per esportare di più (dopo aver svalutato) occorre poter contare su un'ampia base industriale capace di produrre beni commerciabili internazionalmente. E purtroppo quella base (che l'Italia ha) è stata fortemente indebolita dalla doppia recessione che ci ha colpito negli ultimi sei anni.