sabato 24 maggio 2014

Una strage come in Libano, di Attilio Bolzoni

Articolo di Attilio Bolzoni, risalente al 24 maggio 1992.

L'enorme boato alle 17 e 58, La vendetta contro il "Grande Nemico" appena atterrato a Punta Raisi.
Una strage come in Libano
La mafia fa saltare la strada con una tonnellata di esplosivo. Cinque i morti: il giudice, la moglie e tre uomini della scorta.

PALERMO - E' morto, è morto nella sua Palermo, è morto fra le lamiere di un'auto blindata, è morto dentro il tritolo che apre la terra, è morto insieme ai compagni che per dieci anni l'avevano tenuto in vita coi mitra in mano. E' morto con sua moglie Francesca. E' morto, Giovanni Falcone è morto. Ucciso dalla mafia siciliana alle 17,58 del 23 maggio del 1992.

La più infame delle stragi si consuma in cento metri di autostrada che portano all'inferno. Dove mille chili di tritolo sventrano l'asfalto e scagliano in aria uomini, alberi, macchine. C'è un boato enorme, sembra un tuono, sembra un vulcano che scarica la sua rabbia. In trenta, in trenta interminabili secondi il cielo rosso di una sera d'estate diventa nero, volano in alto le automobili corazzate, sprofondano in una voragine, spariscono sotto le macerie. Muore il giudice, muore Francesca, muoiono tre poliziotti della sua scorta. Ci sono anche sette feriti, ma c'è chi dice che sono più di dieci. Alcuni hanno le gambe spezzate, altri sono in fin di vita.

Un bombordamento, la guerra. Sull'autostrada Trapani-Palermo i boss di Cosa Nostra cancellano in un attimo il simbolo della lotta alla mafia. Massacro "alla libanese" per colpire e non lasciare scampo al Grande Nemico. Una tonnellata di esplosivo, un telecomando, un assassino che preme un tasto. Così uccidono l'uomo che per dieci anni li aveva offesi, che li aveva disonorati, feriti. La vendetta della mafia, la vendetta che diventa morte in un tratto di autostrada a cinque chilometri e seicento metri dalla città, la città di Giovanni Falcone, la città dove pochi lo amavano e molti lo odiavano.

La cronaca della strage comincia all'aeroporto di Punta Raisi quando su una pista atterra un DC 9 dell'Alitalia e subito dopo un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti proveniente da Roma. Sopra c'è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. Sono le 17,48 quando il jet è sulla pista di Punta Raisi. E sulla pista ci sono come ogni sabato pomeriggio tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E' la sua scorta, la solita scorta con Antonio, Antonio Montanari, agente scelto della squadra mobile che appena vede il "suo" giudice che scende dalla scaletta si infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la bifilare 7,65.

Tutto è a posto, non c'è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull'autostrada che va verso Palermo. Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che fra otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie. La Croma marrone è davanti, centotrenta all'ora. Guida Vito Schifani, accanto c'è Antonio, dietro Rocco Dicillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c'è il giudice che guida, accanto c'è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro un altro agente di scorta. E altri quattro sulla Croma azzurra. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l'autostrada, l'aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti, il DC 9 dell'Alitalia proveniente da Roma che scende verso il mare e sorvola l'A 29.

Sono le 17,57, Palermo è vicina, solo sette chilometri, solo pochi minuti. Lo svincolo per Capaci è lì, c'è un po' di vento, ondeggia il cartellone della "Sia Mangimi", si muovono gli alberi, il mare è increspato. Ecco, sono quasi le 17,58. La Croma marrone è sempre avanti, il contatto radio con le Croma bianca c'è, la "linea" è silenziosa, vuol dire che tutto va bene, non c'è problema. Ma dietro, intorno, da qualche parte, c'è l'assassino, ci sono gli assassini che aspettano Giovanni Falcone.

Sono le 17,58. C'è una curva larga, c'è un rettilineo di 180 metri, c'è un'altra piccola curva. E c'è un sottopassaggio prima di arrivare ad una specie di colonna grigia con su scritto "Cementerie siciliane". Il cartello che indica l'uscita per Isola delle Femmine è a qualche metro, più avanti ci sono due gallerie. Sempre buie, sempre mal illuminate. Sono le 17,58 e Salvatore Gambino, coltivatore diretto di trentaquattro anni, passeggia su un ponticello e guarda le auto che sfrecciano sull'autostrada. Sono le 17,58 e una Fiat Uno con una coppia di austriaci va verso Trapani seguita da una Opel Corsa di colore rosso. Sono le 17,58 quando la mafia compie la sua vendetta. "Ho visto una fiammata e poi ho sentito un boato...forse prima ho sentito il boato e poi ho visto del fumo nero", racconterà un'ora dopo confuso il coltivatore Salvatore Gambino a un carabiniere. 17,58, l'ora del massacro, l'ora dell'infamia, dell'orrore, della morte. Il lampo, il tuono, la strada si apre per cinquanta metri verso Palermo e per cinquanta metri verso Trapani.

Gli oleandri che dividono le due carreggiate dell'autostrada A 29 bruciano, l'aria è irrespirabile, quintali di asfalto vengono catapultati verso il cielo. E' l'esplosione, sono i mille chili di tritolo che brillano, che fanno strage, che fanno morte. I mafiosi li avevano piazzati in una specie di fossa a un metro dal sottopassaggio che taglia l'autostrada. Hanno aspettato Falcone, hanno aspettato la Croma marrone e le altre due auto blindate, hanno aspettato l'attimo per fare clic e uccidere il Grande Nemico. Solo trenta secondi, solo trenta secondi dal lampo e dal tuono alla strage e alla morte. Quando il tritolo esplode sulla strada si apre una buca, una diga, una fossa di una cinquantina di metri. "Come il cratere di un vulcano", dirà poi il procuratore capo di Palermo Piero Giammanco. Dentro il cratere del vulcano finisce per un istante la Croma marrone. Solo per un attimo. Poi verrà scaraventata lontana, un volo di cinquanta, sessanta, ottanta, cento metri. Un volo dall'altra parte dell'autostrada, verso il mare, in un campo di ulivi.

Muore Antonio, muore Vito, muore Rocco. L'asfalto schizza per aria Muoiono tutti, poveri ragazzi. Un secondo dopo la Croma bianca guidata da Giovanni Falcone piomba nel cratere, si infossa, si alza, si schianta a terra, si rialza, si riabbassa. I primi tre metri di Croma vengono tranciati dal tritolo, l'altro metro e mezzo di automobile si accartoccia. I pezzi di asfalto schizzano per aria, volano verso il mare e verso la montagna. Giovanni Falcone viene schiacciato dall'urto del tritolo e dall'auto che sbatte impazzita, Francesca finisce sui vetri in frantumi, l'autista che sta dietro si chiama Giuseppe Costanza. E' in trappola, prigioniero fra le lamiere, ma vivo, vivo. La Croma marrone è nel campo di ulivi ma la Croma di Falcone resta ferma, bloccata, in mezzo alle macerie, in mezzo al fumo nero, in mezzo al fuoco.

Tre secondi dopo la Croma bianca del giudice Giovanni Falcone sarà ricoperta di terra e di cemento, di fuliggine e di catrame. "Io ero sul cavalcavia e mi sono messo a correre come un matto, correvo, correvo con il cuore in gola... dopo qualche minuto, forse tre, forse quattro, ho estratto dalla Croma di colore bianco il corpo di una donna...poi ho provato ha tirare fuori anche il corpo dell'uomo...ho saputo poi che era Falcone, il giudice Giovanni Falcone", ricorda fra le lacrime il coltivatore diretto Salvatore Gambino. Il corpo di Francesca Morvillo, il corpo di Giovanni Falcone. L'autista non l'aveva visto, era sotto i sedili, era sotto le macerie.

Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo, chilometro 5,6. Una Croma non c'è più, un'altra è disintegrata, la terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi. Ma dentro i quattro agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine, fra le due gallerie e la cementeria, fra il sottopassaggio e la curva larga dove c'era una volta il cartellone della "Sia Mangimi". Dove c'erano i lampioni gialli e celesti che adesso sembrano scheletri, dove c'erano gli alberi che adesso sembrano canne nere, dove c'era una strada che adesso sembra un canale dove è passata la lava vomitata da un vulcano. Con decine e decine di automobili piegate, con le tutte le linee telefoniche della zona saltate, con l'nergia elettrica che se ne va improssivamente , con i vetri delle ville e dei palazzi nel raggio di chilometri che vanno in frantumi, con una grande nuvola nera che avvolge tutto e tutti.

L'inferno, l'inferno per uccidere il giudice Giovanni Falcone. L'inferno, l'allarme, la centrale operativa della polizia che va in tilt e i funzionari della Questura che parlano via radio della "nota personalità" che stava passando alle 17,58 sull'autostrada che da Punta Raisi porta a Palermo. Chi è questa "nota personalità"? Giallo per sette minuti, giallo e paura. Poi finalmente si capisce, poi finalmente la nota personalità ha un nome e un cognome, è Giovanni Falcone, è il giudice, è il direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia. E comincia la sabanda di voci. E comincia l'altalena delle emozioni, i tuffi al cuore, i timori che si intrecciano. E' leggermente ferito, è gravemente ferito, è in fin di vita, è salvo, è quasi morto, è salvo, è ferito, è lui, non è lui.

Quanta paura, quanta speranza, quante lacrime alle 18,47. Si, alle 18,47 un medico dell'ospedale civico firma il cartellino "d'entrata" del giudice italiano più famoso nel mondo. Due parole, solo due parole: "arresto cardiaco". Giovanni Falcone è arrivato morto in ospedale, è arrivato già morto. E sull'ambulanza che lo trasportava c'era la sua borsa di pelle marrone. Piena di carte, piena di fogli. C'era anche un libro, "Il ruolo del Pubblico ministero". Su un'altra ambulanza Francesca, la moglie, giudice di tribunale, magistrato come il marito, magistrato come il fratello, Alfredo, sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo. "Ha le gambe rotte", diceva alle otto di sera un infermiere del Civico. "Ha il ventre aperto", raccontava un chirurgo alle dieci di sera. E' in coma, no si salva, è in fin di vita, è fuori pericolo. Povera Francesca, è morta, è morta anche lei con il suo amore.

A sera tarda, a tardissima sera arriva la solita rivendicazione della Falange Armata, arriva la notizia del lutto cittadino in memoria di Giovanni Falcone, arriva la notizia del consiglio comunale che si riunisce in seduta straordinaria con quello provinciale. Arriva lo "sgomento" della città di Palermo, la "costernazione" della capitale siciliana per l'uomo simbolo, per l'uomo amato e odiato, per il giudice che ha mandato sotto processo mille uomini d'onore. Gliel'avevano giurata a Giovanni Falcone. gliel'avevano giurata tredici anni fa: "Morirai, lo sai che prima o poi morirai...". E lui lo sapeva. Ma ridendo, con quella sua faccia che alcune volte lo rendeva antipatico anche gli amici che lo volevano bene, lui rispondeva: "Per me la vita vale come il bottone di questa giacca, io sono un siciliano, un siciliano vero". E rideva, rideva, Giovanni Falcone.

lunedì 28 aprile 2014

Ugo Forno, il partigiano di 12 anni.

Qualche giorno fa sono andato a visitare il Museo Storico della Liberazione che si trova a Roma, in Via Torquato Tasso (qualcuno, se ha visto il film "Roma Città Aperta", ha forse già capito di cosa sto parlando).
Ho potuto leggere le ultime parole incise dapartigiani condannati a morte sulle pareti delle celle e ancora perfettamente leggibili.
Ho scoperto tante nuove storie italiane, che andrebbero ricordate, raccontate, spiegate. 
A volte basterebbe fare più attenzione ai nomi delle vie e delle piazze.
Per esempio io ogni mattina, andando a lavoro, passo da una piazzetta, anonima a prima vista: è Piazzale dei Caduti della Montagnola, dove il 10 settembre 1943 morirono 53 persone (militari e civili) per difendere Roma dall'avanzata tedesca.
Ci sono tante altre storie come questa, e oggi nei miei appunti ne voglio segnare una che mi ha colpito particolarmente: la storia di Ugo Forno, il partigiano Ugo Forno, che a 12 anni, insieme ad alcuni suoi amici, mise in fuga un gruppo di guastatori tedeschi che volevano far saltare il ponte ferroviario sul fiume Aniene (proprio lì a fianco passano oggi i FrecciaRossa ed Italo).
Ma fu ucciso da una granata. 
A 12 anni. 
Era il 5 giugno. Il giorno dopo dall'entrata a Roma delle prime truppe canadesi.

Ugo Forno era uno studente romano, abitante con i genitori in via Nemorense e che frequentava la seconda media al Luigi Settembrini di via Sebenico.

La mattina del 5 giugno 1944, uscito di casa alle 6.30, incontra gli alleati, da poco entrati in Roma a Piazza Verbano, Alle 7.30 Angiolo Bandinelli lo vede vicino al Parco Nemorense che grida: "c'è una battaglia lassù oltre piazza Vescovio! Ci sono i tedeschi resistono ancora". Seppe da alcune persone, riunite in piazza Vescovio, che un reparto di guastatori tedeschi stava cercando di far saltare il ponte ferroviario sull'Aniene.

Procuratosi un fucile e una bandoliera con diverse cartucce, alle ore 9, Forno entrò in una casa colonica di vicolo del Pino per incontrarsi con cinque giovani, anche loro armati con fucili e pistole. Forno convinse i cinque giovani contadini Antonio e Francesco Guidi, Luciano Curzi, Vittorio Seboni e Sandro Fornari, a impedire ad ogni costo l’azione delle retroguardie tedesche.

Attraversata la campagna e giunti all'altezza dell’Aniene, i sei partigiani videro una decina di guastatori tedeschi, intenti a piazzare grossi pacchi di esplosivo sotto le arcate del ponte che sorregge i binari della ferrovia Roma-Firenze, di fianco a Ponte Salario.

I partigiani, allora, aprirono il fuoco sul commando germanico, costringendoli a gettarsi al riparo. Dopo un breve combattimento i soldati tedeschi decisero di abbandonare l’azione e ritirarsi. Per coprirsi le spalle, tuttavia, spararono tre colpi con un mortaio. Il primo prese in pieno Francesco Guidi, facendolo stramazzare. Il secondo proiettile squarciò una coscia al Curzi e staccò un braccio al Fornari; il terzo e le schegge centrarono Ugo Forno al petto e alla testa, uccidendolo di schianto, a mezzogiorno e qualche minuto. Il loro sacrificio permise la salvezza del ponte ferroviario sull'Aniene, che rimase intatto.

Dopo poco giunsero un gruppo di gappisti che avvolsero il corpo di Ugo Forno in una bandiera e lo trasportarono, insieme ai tre feriti, nella clinica di via Monte delle Gioie. Francesco Guidi, 21 anni, non riuscì a sopravvivere all’estremo tentativo chirurgico di salvargli la vita.

Il 5 giugno 2010, il ponte ferroviario sull'Aniene è stato dedicato ad Ugo Forno da RFI-Rete Ferroviaria Italiana.

Il 16 gennaio 2013 gli è stata conferita la Medaglia d'oro al merito civile.

lunedì 7 aprile 2014

Dipendenza energetica? Meglio dalla Russia che dagli Usa - Limes

Oggi propongo questa analisi di Demostenes Floros pubblicata su Limes qualche giorno fa.
Viene presentato un punto di vista con un focus economico-commerciale, che magari tralascia degli aspetti di politica più alta, ma non per questo meno interessante.
Non condivido però la frase "l'ipotetica sostituzione dei flussi energetici russi con quelli americani": nessuno infatti ha mai parlato di totale "sostituzione", bensì di integrazione e diversificazione.

Buona lettura.

A marzo gli alti prezzi del petrolio sono lievemente calati: circa 2 dollari al barile ($/b) in meno rispetto alla chiusura di febbraio.

Il costo del barile permane comunque elevato: Brent e Wti quotano rispettivamente poco sotto i 108$/b ed i 102$/b, risentendo quindi delle fortissime tensioni internazionali.

Gli eventi in Ucraina rappresentano un vero e proprio conflitto geopolitico che ha come protagonisti gli Stati Uniti d’America da una parte e la Federazione Russa dall’altra. Tale scontro - che vede la presenza della Cina in appoggio alla Russia (non tragga in inganno l’astensione in sede Onu), seppur da una posizione più defilata - sta assumendo un carattere sempre più globale. Si manifesta infatti, politicamente e militarmente, in almeno tre distinti palcoscenici: l’Ucraina per l’appunto, la Siria e il Venezuela (con il tema del nucleare iraniano sullo sfondo).

Dal punto di vista energetico, l’amministrazione Usa persegue una strategia che ha come obiettivo la riduzione delle forniture russe di gas all’Europa e la futura sostituzione di quest’ultime con lo shale americano. Se così fosse, si tratterebbe di un’operazione complessa e lunga un decennio, vista la sostanziale inesistenza di impianti di liquefazione negli Usa e di gassificazione in Europa, oltre ai problemi connessi ai costi di trasporto e ai prezzi di vendita (il mercato asiatico è più profittevole di quello europeo). Inoltre i limiti di legge impediscono agli Usa di esportare in quei paesi con cui non hanno siglato un accordo di libero scambio che contempli anche il tema dell'energia.L’eventuale stipula del Trattato Transatlantico tra Washington e Bruxelles (T-Tip) supererebbe una parte di questi problemi.

Il paniere energetico dell’Ue è attualmente composto per il 57% da idrocarburi: 33% petrolio e 24% gas naturale. Nel 2013, la Federazione Russa ha fornito all’Europa (Turchia compresa) il 31% circa del suo fabbisogno di metano, pari a 161.5 mld di m3 (il 24% all’Ue). In base ai dati forniti da Gazprom Export, il 53% di tale ammontare - equivalente a 86.1 mld di m3 - è transitato attraverso il territorio dell’Ucraina. Prima della costruzione del Nord Stream, la pipeline sotto il Baltico, ben l’80% del gas di Mosca passava da Kiev.

Di converso, l’Europa è ancora il principale cliente della Russia - secondo le cifre di sicurezzaenergetica.it - dal momento che la prima assorbe il 61% delle esportazioni energetiche del gigante eurasiatico (il 50% del gas naturale). Più precisamente, Mosca ricava dall’export di energia un ammontare pari al 18% del proprio pil (368 mld di $). Ne consegue che il rapporto tra Unione Europea e Federazione Russa è di effettiva interdipendenza più che di mera subordinazione della prima nei confronti della seconda: prova ne sono anche i gasdotti Nord Stream (capacità max. 55 mld di m3), Blue Stream (16 mld di m3) e South Stream (63 mld di m3), nei cui capitali sono presenti società multinazionali tedesche, olandesi francesi e italiane (Eni ha una joint venture paritetica con Gazprom in Blue Stream e possiede il 20% di South Stream Ag).

L’ipotetica sostituzione dei flussi energetici russi con quelli americani ridurrebbe drasticamente le entrate valutarie di Mosca, che grazie ad esse negli anni scorsi ha costituito un fondo statale di 530 mld di dollari (60 mld dei quali sono stati utilizzati per arginare il crollo della Borsa e la fuga di capitali causata dalle sanzioni). Ciò costringerebbe il Cremlino a guardare sempre più verso l’Asia rafforzando il proprio rapporto strategico con Pechino (nel 2011, il 21,7% della produzione manifatturiera mondiale aveva luogo in Cina) a discapito di una possibile sinergia energetica e manifatturiera con l’Europa.

L’Italia delle Pmi, di Enel ed Eni sarebbe il paese più colpito; per di più, dopo l’errore strategico della guerra in Libia dalla quale ci approvvigionavamo per il 24% dei consumi di petrolio, non pare giovi al nostro paese il congelamento - dal sapore geopolitico più che normativo - delle trattative Ue-Gazprom in merito all’opportunità che la pipeline South Stream (esattamente come è avvenuto per il Tap) ottenga l’esenzione dall’obbligo di concedere l’accesso a terzi prevista dal Terzo Pacchetto Energia (nel 2013, il 43% dei nostri consumi di gas è stato soddisfatto dai russi).

Siamo così sicuri che la crisi Ucraina sia per l’Europa un’occasione unica per smarcarsi dalla dipendenza energetica russa? Quali le eventuali conseguenze?

Proviamo ad abbozzare una risposta a una domanda tutt’altro che semplice, ma che non riguarda solamente il tema dell’energia. Secondo l’approccio teorico mainstream (filone neoclassico), la crisi atlantica odierna - la più grave dal 1929 - ha avuto un’origine finanziaria poi estesasi all’economia reale. Un secondo approccio concettuale, classico e minoritario, ha invece individuato la genesi in un eccesso di investimenti per alcuni e in un deficit della domanda per altri.

Nel bel mezzo della discussione in merito al T-Tip, all’Ue e all’Italia, suggeriamo di prestare maggiore attenzione alla spiegazione che l’economista borghese J.A. Shumpeter diede della 1ª Grande depressione, quella tra il 1873 ed il 1898. Questa poteva essere spiegata “con la spinta dei prodotti provenienti in gran copia da un apparato produttivo che i due precedenti decenni avevano grandemente allargato”.

Per quanto riguarda gli Usa invece, è forse un po’ più chiaro perché stiano tentando di mantenere l’attuale basso livello dei prezzi dello shale gas, 2/3 $ per Mmbtu, a fronte di costi di produzione di 5/6 $ per Mmbtu.

venerdì 21 marzo 2014

World Water Day, IEA shares in-depth analysis of energy sector’s use

The energy sector already accounts for about 15% of the world’s total water use, so for World Water Day, on 22 March, the International Energy Agency (IEA) is sharing its most detailed analysis of the sector’s impact on water resources.

“Water for Energy: Is energy becoming a thirstier resource?”, a chapter from the IEA World Energy Outlook 2012 (WEO-2012), is now available for free on the IEA website. The analysis reveals how much water is used by various energy processes and assesses the sector’s vulnerabilities as rising population and growing economies constrain water resources around the globe.

“Water availability is a growing concern for energy, and assessing the energy sector’s use of water is important in an increasingly water-constrained world,” IEA Executive Director Maria van der Hoeven said. “The IEA’s in-depth analysis of the nexus of water and energy can help countries identify ways to use water most effectively and efficiently in energy production and consumption. Now the IEA is sharing that expertise with everyone.”

Water is critical for electricity generation as well as the extraction, transport and processing of fossil fuels, even the irrigation of crops that go into biofuels. Water shortages in India and the United States, among other countries, have limited energy output in the past two years, while the heavy use of water in unconventional oil and gas production has generated considerable public concern.

Moreover, the energy sector’s water needs are set to grow, making water an increasingly important criterion for assessing the viability of energy projects. In some regions, water constraints are already affecting the reliability of existing operations and they will introduce additional costs. The IEA analysis draws on the WEO-2012’s central policy scenario to show that expanding power generation and biofuels output underpins an 85% increase in the amount consumed (the volume of water that is not returned to its source after use) through to 2035.

“Since water and energy are essential resources, we need to find ways to ensure that use of one does not limit access to the other.  As demand for both continues to increase, this will be a growing challenge and priority,” Ms. Van der Hoeven emphasised.

To download the WEO-2012 excerpt "Water for Energy: Is energy becoming a thirstier resource?", please click here.

From iea.org

Pietro Mennea, l'eroe (umile) di un'Italia che viveva di traguardi

Un anno fa moriva Pietro Mennea, "La freccia del Sud".
Sara Caspani de ilsussidiario.net lo ricorda così.

Buona lettura.

A un anno dalla sua scomparsa lo ritroviamo alla linea dei 200 metri, Pietro Mennea, chino sui blocchi di partenza. Siamo a Barletta, 1965: un ragazzino smilzo del Sud ha cominciato a correre sfidando le macchine della cittadina, e straordinariamente riesce ad uscirne vincitore ogni volta. Non interessano ancora le distanze, le prime settimane di attività Pietro le spende addirittura come marciatore, diretto poi alla velocità dopo esser stato visto aggredire la salita di Porta Marina a Barletta senza mai cedere, come in apnea.
Gli allenamenti si svolgono su una pista malmessa, l'unica allora disponibile, senza grandi attrezzature. Il dono di allenarsi su quei campi ha permesso di potenziare i muscoli e di correre con una motivazione profonda, quasi di stampo sociale. Perché nessun campione può nascere da un atleta che non voglia diventarlo o che non abbia motivazioni per esserlo. Lo storico allenatore Carlo Vittori legge nella corsa di quel ragazzino introverso la potenza antica dei grandi atleti che spesso si cela nei muscoli non ancora formati. Così Pietro si allontana, scatta dai blocchi davanti ai nostri occhi, ed entra nel Centro Federale di Formia, dove sono solo lui e la pista. Una pista che saluta alla mattina entrando e la sera uscendone, come un appuntamento tra innamorati. «Non è un sacrificio eccessivo?» gli chiedono spesso i giornalisti, «No, mi piace da morire» è la risposta fissa.
I primi 100 metri sono sempre stati i più sofferti per l'atleta barlettano e per correrli ci sono voluti ogni anno 350 giorni di allenamento: un culto del sacrificio che rese Mennea campione di preparazione, prima che di pista. Un uomo capace di sostenere la solitudine, con la volontà quale unico mezzo per vincere i muscoli di fattura sovietica e statunitense. L'atletica italiana di quegli anni ha avuto questo come distintivo: magari senza l'abito adatto, portava la nobiltà umile di battersi fino all'ultimo metro. «Il nostro carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura». Tutta la preparazione stava nel temprare quell'unico punto: «La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni». Gli allenamenti di Pietro arrivavano a contare 25 ripetute di 60 metri e 10 di 150 metri, che per chi se ne intende significa finire con i muscoli così carichi di acido lattico che stare in piedi risulta quasi impossibile.
Lo rivediamo percorrere la curva dei 200 metri di Città del Messico 1979,in settima corsia dopo 11 anni dal record del tanto stimato campione Tommy Smith. Mennea ruba il tempo che lo renderà primatista del mondo con un esorbitante 19"72, risultato commentato con le lacrime agli occhi: «Questo sport è umile e io sono partito con umiltà».

mercoledì 12 marzo 2014

Venite a vedere il sangue per le strade - Luis Sepulveda

10 anni fa, l'11 marzo 2004, avveniva l'attentato terroristico di Madrid.
All'indomani Luis Sepulveda scrisse un articolo di grande dolore (e non solo) su tutto quello che stava accadendo nel mondo.
Nel finale si accenna anche al "sorriso infame di un buffone italiano".

Buona lettura. Riposino in Pace.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini, bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo. 
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. 

Venite a vedere gli appunti, i libri, le cose sparse fra i resti del massacro. Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il suo diritto di vivere in pace. Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico obiettivo del terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa che possa giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla barbarie. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile e solidale. 

Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane, nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i giornali per misurare i risultati della loro codardia, l'infame bilancio di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna dell'umanità intera. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a sentire come l'aria di un inverno che si ritira porta il «perché?» per i parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità. Assassini; la vostra zampata d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai, però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani, vedove, esseri mutilati ma solo voti. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di questa città che ha gridato «pace» con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato da un servo dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare l'orrore in Europa. 

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, il lavoro sereno di medici e infermiere, il gesto triste dei governanti solitari, e anche il sorriso infame di un buffone italiano, l'unico al mondo ad assecondare Aznar con le sue menzogne. 


Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le vostre mani e scrivete «pace» su tutti i muri della terra.

martedì 4 marzo 2014

Diplomazia l'unica arma dell'Europa

Articolo tratto oggi dal Sole24Ore, interessante analisi di cui condivido le considerazioni.
Scritto da Carlo Bastasin e di cui si può trovare l'originale cliccando qui.

Buona lettura.

Rispondere a Vladimir Putin con le sue stesse armi, sarebbe per l'Europa un modo veloce, diretto e completamente sbagliato. Prendendo controllo della Crimea, Putin ha violato con arroganza le leggi internazionali. Ma il suo potere nel confronto militare è maggiore di quello che può esercitare sul piano diplomatico. È al tavolo negoziale che va esposta la sua debolezza, inclusa quella economica mostrata ieri dai mercati. È lì che l'Europa può imporre il rafforzamento della democrazia in Ucraina, svalutando di riflesso l'autocrazia di Mosca. Non con minacce di missili o di dure sanzioni, come piace ai più radicali a Washington, ma seminando il virus democratico ai confini della Russia.

Ogni volta che i cingoli solcano il terreno, cadiamo preda di un riflesso automatico che stigmatizza come debole o tardiva la ricerca europea di soluzioni diplomatiche. L'esperienza delle primavere arabe giustifica molti pregiudizi. Ma questa volta la cancelliera Merkel, promotrice di un approccio sia di condanna sia di mediazione attraverso un "gruppo di contatto" – che contrasta con la tentazione americana di isolare Mosca - ha ragione e bene ha fatto il governo italiano a capirlo e a sostenerlo.

A Obama, Merkel avrebbe detto che Putin si esprime come se vivesse in una diversa realtà in cui il rispetto si misura in munizioni da sparare. È proprio così ma è una realtà con cui fare i conti: un mondo diviso in aree di influenza in cui Mosca, includendo l'Ucraina, controllerebbe "Eurasia", da contrapporre sia alla Ue sia alle potenze asiatiche. Un tale blocco non democratico ai confini rappresenterebbe una minaccia per l'Europa. Ma a ben vedere proprio l'intervento militare di questi giorni manda in frantumi la strategia di Putin.

Non potrà esserci un'Eurasia stabile se Mosca la può imporre solo dividendo l'Ucraina con le armi. La partita politica è stata già persa da Putin con la cacciata di Yanukovich. Per l'Ue portare subito al negoziato il leader del Cremlino sancirebbe il fallimento del suo piano pericoloso. Mosca inoltre è vulnerabile alle sanzioni economiche, come i riflessi finanziari della crisi hanno mostrato ieri. E questo consente di privilegiare la minaccia di sanzioni economiche alla strategia dell'isolamento politico. Politicamente infatti è proprio nell'isolamento, invocato con vari gradi di bellicosità da Capitol Hill, che Putin costruisce la propria influenza diplomatica fino a determinare paradossalmente le sorti degli interventi americani in Siria o le trattative con l'Iran e con altre aree critiche in cui la presa diplomatica occidentale è debole.

Ora, pur dialogando, l'Europa deve puntare direttamente alla costruzione di istituzioni democratiche a Kiev. Decine di migliaia di ucraini sono scesi in piazza pronti a dare la loro vita per quelli che considerano valori europei: la capacità di autogovernarsi, di esprimere liberamente il proprio pensiero e di determinare da sé il futuro dei propri figli. Tutto ciò richiede istituzioni di governo occidentali che la rivoluzione arancione non era riuscita a costruire. In quel vuoto si era riaperta la porta a Yanukovich. Il completamento del percorso democratico a Kiev è la contropartita che l'Europa deve ora imporre a fronte degli aiuti finanziari e di un accordo sulle regioni di confine che consenta a Putin di rinfoderare i muscoli. Isolare posizioni estremiste a Kiev è di comune interesse, così come condividere l'importanza economica dell'Ucraina.

Difendere la democrazia in Ucraina è però il vero compito esistenziale. In particolare alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo. Quale significato avrebbe altrimenti votare nell'Unione europea a maggio? E quale miglior modo per svuotare i sentimenti anti-europei nei nostri Paesi? La crisi ucraina infatti interroga l'Europa nel suo profondo. La minaccia di Kiev in mano russa risolleva le paure dell'Est europeo e Bruxelles deve evitare che si ripeta la frattura tra "vecchia e nuova Europa" evocata da Rumsfeld ai tempi dell'invasione in Iraq. Proprio dall'allargamento a Est, l'Europa pensava a se stessa come a un potere "trasformativo", diverso dall'hard power americano, in grado di attrarre pacificamente ai valori occidentali Paesi privi di esperienza democratica con la sola prospettiva di ingresso nell'Ue o di accesso ai suoi mercati. La logica era coerente con una visione positiva della globalizzazione.

Poi con la crisi europea e la vivacità delle autocrazie emergenti, è cresciuto il dubbio che l'Europa anziché artefice, fosse vittima del potere trasformativo degli interessi economici in Russia o in Cina. Ora in Ucraina, forza e instabilità, dei Paesi emergenti, finora ristretti alla finanza, assumono per la prima volta un'inedita dimensione militare. Risolvere la crisi, evitando lo scontro ma promuovendo le istituzioni democratiche può cambiare la storia dei prossimi decenni, quando gli analisti americani già danno per certe crisi strategiche attorno alla Cina, e restituire all'Europa il coraggio di sé.