sabato 4 aprile 2015

La lettera di Samir

Mi trovo per alcuni giorni in Sicilia, la mia terra, luogo di arrivo e di partenze, anche per me. 
Forse per questo mi sono imbattutto praticamente subito in una lettera di un ragazzo egiziano di circa 20 anni, Samir. E' una lettera alla sua amata, che in quel momento si trovava ancora in Egitto.
Samir però non ce l'ha fatta: è arrivato cadavere a Pozzallo.

Mio adorato amore,
per favore non morire, io ce l'ho quasi fatta.
Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia.
Domani mi imbarco per l'Italia. Che Allah mi protegga.
Quello che ho fatto, l'ho fatto per sopravvivere.
Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro. Ti amo, tuo per sempre.

Samir

venerdì 27 marzo 2015

La situazione idrica a Piazza Armerina

L'acqua è un tema che interessa tutti, in particolare il sottoscritto, che ha pure passato qualche anno di vita a studiarla.
Riguardo al sistema idrico, si possono individuare due ordini di criticità: a monte dell'utilizzo, ovvero estrazione e distribuzione, e a valle, cioè il trattamento e lo scarico finale nel corpo idrico ricettore.
Su queste (ed altre tematiche) è stato da poco messo online il "Portale dell'acqua" , che fornisce tutta una serie di dati ed informazioni sulla situazione della gestione idrica nel nostro paese.
Il portale è stato realizzato dalla "Struttura di missione contro il dissesto Idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche", istituita dalla Presidenza del Consiglio.

Appena ho saputo del portale, ho pensato immediatamente al mio bel paese di Piazza Armerina. 
Di seguito riassumo i dati e le informazioni che trovato, cercando di essere il meno retorico possibile, visto che sul tema dell'acqua se ne dicono veramente di tutti i colori. Mi perdonerete se ogni tanto inserirò dei commenti.

Sappiate innanzitutto che l'Italia è attualmente sottoposta ad una procedura di infrazione europea a causa dell'inadempienza di molti comuni italiani alla direttiva 91/271/CEE, riguardante il trattamento delle acque reflue urbane. 
Non posso che segnalare che in questo caso "l'odiata" Unione Europea fa una cosa importantissima, spingendo il nostro paese ad applicare le giuste azioni che proteggano l'uomo e l'ambiente.
Mi sembrerebbe molto contraddittorio se qualunque antieuropeista utilizzasse queste procedure di infrazione per chiedere degli interventi a favore dell'ambiente: sarebbe come dire "dovete proteggere l'ambiente, come dicono gli incompetenti e inutili rappresentanti della UE."

Ma lasciamo stare la politica, e torniamo a noi.
Ogni buon ingegnere ambientale sa che tutti i comuni al di sopra di 2000 abitanti dovrebbero essere dotati di un impianto di depurazione, ma nella realtà questo  in molti casi non avviene. 
Oltre all'inesistenza dell'impianto, l'inadempienza alla direttiva può derivare anche dal fatto che l'impianto, anche se esistente, non soddisfa determinati requisiti o perché non sono state comunicate determinate informazioni.

Anche Piazza Armerina (insieme a circa altri 1000 comuni) ha l'onore di essere citata nella lettera del commissario europeo per l'ambiente Janez Potocnik, riguardante la suddetta procedura di infrazione.
L'impianto di Piazza Armerina risulta inadempiente per due motivi:
  • non è stato data una giustificazione al fatto che sia stato ridotto il numero di abitanti che l'impianto deve servire (da 26.149 a 23.000);
  • non è presente un trattamento secondario e pertanto i risultati dei trattamenti non sono conformi alla direttiva.
Riguardo al secondo punto, dando uno sguardo alle foto satellitari si vede che il trattamento secondario in effetti è presente, ma probabilmente non funziona come dovrebbe (oppure è il primario che viene bypassato).
Per ovviare a queste inadempienze, risultano programmati degli interventi di cui però, purtroppo, non si hanno dettagli (le informazioni sugli interventi dovrebbero provenire dagli ATO di appartenenza).

Passiamo ora ad alcuni dati interessanti, provenienti dai rapporti ISTAT al 2012.

Piazza Armerina ha una percentuale di perdite idriche del 53,5%, al di sopra della media ATO del 48,2% e della media regionale del 45,6%.

















Per avere un quadro del contesto italiano delle perdite idriche, riporto la mappa seguente.


Passando ai dati sui trattamenti delle acque reflue, si scopre che nell'ATO di Enna viene trattato il 37,5% dei reflui civili prodotti, rispetto ad una media regionale del 40,4%, che è il valore più basso tra le regioni italiane.In questo caso non si hanno dati sui singoli comuni.
Piazza Armerina è dotata di un impianto che dovrebbe essere in grado di trattare all'incirca tutti i reflui civili prodotti, quindi tutte le abitazioni ed attività normalmente collegate alla rete fognaria urbana  recapitano i reflui all'impianto di trattamento. Inoltre in queste percentuali difficilmente rientrano i sistemi esistenti di trattamento individuale dei reflui (vasche IMHOFF, ecc.)
Per concludere, due considerazioni:
  1. Scopo di questo articolo non è fare terrorismo psicologico, ma soltanto riassumere dei dati esistenti online e liberamente consultabili. I dati risalgono al 2012, quindi le cose potrebbero essere cambiate, per esempio in seguito a successivi interventi sulle reti di distribuzione.
  2. Risparmiamo tutta l'acqua che possiamo, in ogni momento e in ogni atto della nostra quotidianità.



martedì 24 marzo 2015

Rapporto GSE su energia da fonti rinnovabili in Italia

Il GSE ha pubblicato il primo rapporto statistico “Energia da fonti rinnovabili in Italia – 2013”, dedicato al complesso degli usi energetici delle FER.

Dal rapporto emerge che, in Italia nel 2013, il 16,7% dei consumi complessivi di energia sono stati coperti da fonti rinnovabili. Dato che porta l’Italia a un passo dal raggiungimento del target Ue del 17% al 2020 e vicino a quello del 19-20% fissato dalla SEN.

Nel settore elettrico sono stati prodotti nel 2013, 112 TWh da fonti rinnovabili. La fonte idraulica è quella che ha contribuito maggiormente (47%), seguita da quella solare (19%), dalle bioenergie (15%) e dalla fonte eolica (13%).

Nel settore termico, nel 2013 sono stati consumati 10,6 Mtep di energia da fonti rinnovabili (18% dei consumi complessivi di energia termica), di cui 9,8 Mtep in modo diretto (stufe, camini, pannelli solari, pompe di calore, impianti di sfruttamento del calore geotermico) e 0,8 Mtep come consumi di calore derivato. Le bioenergie hanno fornito il contributo più rilevante (7,8 Mtep) grazie soprattutto al notevole consumo di biomassa solida nel settore domestico. Molto significativo è anche il contributo delle pompe di calore (2,5 Mtep), mentre è ancora limitato il contributo della risorsa geotermica e di quella solare.

E infine per quanto riguarda il settore trasporti sono stati immessi in consumo 1,25 Mtep di biocarburanti sostenibili (oltre 1,4 milioni di tonnellate), in gran parte costituiti da biodiesel (94%). Rispetto all'obiettivo settoriale fissato dalla UE per il 2020 (10%), l'Italia si attesta poco al di sotto del 5%.

venerdì 13 marzo 2015

Il gas (non) conteso tra Italia e Croazia

Ieri in uno dei tanti talk show in TV si parlava (anche) di energia, che è un po' il mio settore. 

Era presente Di Battista (M5S): non si è fatto mancare qualche fesseria , sempre con il suo eloquio teatrale, appassionato ma soprattutto superbo e saccente. Ha detto: "dovremmo investire in rinnovabili, come fanno negli altri paesi". Spero sappia che per incentivare gli investimenti in rinnovabili tutti paghiamo già in bolletta più di 12 mld euro annui. Vabbè.

Durante la trasmissione viene citato un articolo di Romano Prodi che fa notare il paradosso dei nuovi grandi giacimenti gas in Adriatico (giacimenti in alto mare, lontano dalle coste): dal lato Croazia hanno già fatto campagne esplorative e assegnato le licenze per la produzione, invece da noi è tutto bloccato. I giacimenti sono a cavallo del confine tra acque territoriali croate e italiane, quindi estraendo dal loro lato, i croati tireranno su anche il metano giacente sotto acque italiane. L'utilizzo di quelle risorse farebbe risparmiare all'Italia un bel po' di soldi.
Ok, dice Prodi, massima attenzione ambientale e principio di precauzione da considerare sempre, ma il modo giusto di affrontare il rischio NON è bloccare tutto, quanto piuttosto analizzarlo e gestirlo, e per questo in Italia abbiamo una normativa tra le più restrittive al mondo (oltre ad un avanzato know-how tecnologico e accademico). 
A chiunque a questo punto stia pensando:" si, ma qua siamo in Italia, si sa come vanno le cose, mancano i controlli e alla fine inquinano tutto", io rispondo con le parole dette su un altro argomento dallo stesso Di Battista: "se il problema sono i controlli, allora sono quelli da sistemare, non possiamo bloccare delle cose positive per paura che alcuni possano fare azioni illecite".

La risposta di Di Battista in questo caso invece è stata: "Prodi è quello che ci ha fatto entrare nell'euro, quindi non si può pretendere granchè.": complimentoni, analisi molto seria e approfondita dell'argomento trattato nell'articolo.

Torniamo alla Croazia: il Ministero dell'ambiente italiano ha giustamente ottenuto di partecipare alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica per i progetti croati, visto che anche l'Italia sarebbe coinvolta in eventuali impatti negativi. Per coerenza dall'Italia (e dalle regioni) dovrebbe allora arrivare un'opposizione pari a quella fatta internamente. Vedremo.
Va detto che in effetti anche in Croazia ci sono opposizioni contro le attività estrattive, quindi il governo ha deciso di fare un referendum popolare in proposito. Vedremo.

Io ritengo che l'attenzione su questi progetti sia importante, e può aiutare a tenere alta la guardia, però non mi spiego come sia possibile che appena si pensa a qualche opera di un certo tipo, partono istantaneamente i comitati di opposizione. Allo stesso modo è sbagliato essere a priori a favore di qualsiasi opera, ed io non voglio essere tra questi ultimi.
Da modestissima persona "informata" sulla materia dico: la tematiche ambientali ed energetiche sono varie e complesse, nel senso che non esiste la soluzione unica e perfetta in ogni situazione ("investiamo in rinnovabili, e tutto sarà risolto"). Ad esempio il gas è ritenuta la miglior fonte energetica di transizione verso un'economia decarbonizzata, verso la quale per fortuna ci stiamo dirigendo (che i petrolieri lo vogliano o no).

Per concludere, sul tema io la penso come Prodi, cioè come nell'articolo che trovate qui.


lunedì 2 marzo 2015

PD contro distacco idrico (ed M5S??).

Vorrei segnalare che oggi il PD ha presentato in commissione ambiente al Senato un emendamento al collegato ambientale per garantire una fornitura idrica minima vitale ed evitare il distacco completo anche in caso di morosità prolungata. 
Ripeto, è una proposta del PD, presentata da Stefano Vaccari (emendamento 44.0.100). 

Lo dico perchè il M5S (anche quello di Piazza Armerina) aveva fatto giustamente tanto rumore in proposito (vedere comunicato del 27 novembre 2014), dicendo che avrebbero lavorato in Senato per fare proprio quello che invece stanno facendo oggi i ladri-mafiosi-kasta del PD. 

Se l'emendamento sarà accettato (si spera anche con i voti di quelli dell'M5S) non vorrei vedere annunci targati M5S del tipo "Ce l'abbiamo fatta, a dispetto della kasta" (ancora peggio se scritto tutto maiuscolo e con aggiunto "fate girare, tutti devono sapere").


martedì 17 febbraio 2015

La guerra in Libia è un regalo al califfo - Lucio Caracciolo (LIMES)

Interessantissima analisi di Lucio Caracciolo (LIMES) della situazione in Libia e degli scenari di intervento.

Buona lettura.

Una campagna militare di crociati e apostati: al-Baghdadi non potrebbe chiedere di più. Senza assecondare l'avventurismo di chi dimentica il nostro passato coloniale, l'Italia può fare qualcosa contro i jihadisti della Quarta sponda.

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari). 

Eppure del nuovo sbarco sulla quarta sponda si discetta nelle cancellerie europee e nei palazzi dei monarchi e delle giunte militari arabe, con il discreto ma pressante incoraggiamento americano. Una operazione di controguerriglia da sviluppare su un territorio largamente desertico grande sei volte l’Italia, in totale caos geopolitico, dove si affrontano decine di bande e milizie di vario colore e appartenenza etnica, locale o regionale, tutte armate fino ai denti.

Una campagna che in teoria si presenta non dissimile dalle guerre sovietica o americana in Afghanistan, solo in un contesto molto più confuso e senza i mezzi delle superpotenze. Ma con la stessa carenza di obiettivi chiari e perseguibili. 

Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute. 

In ogni caso, per una spedizione oltremare toccherebbe esibire una bandiera Onu autorizzata dal Consiglio di Sicurezza - percorso non scontato - in modo da vestirla da “operazione di pace”. Come ha avvertito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, l’Italia «è pronta a combattere, naturalmente nel quadro della legalità internazionale». 

Stavolta però la foglia di fico onusiana non potrebbe mascherare la natura della guerra: non c’è nessuna pace da preservare, nemmeno in embrione. Non basta: il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha annunciato che Roma aspira a guidare l’agognata missione schierando un contingente di cinquemila uomini. In effetti, più che di soldati avremmo bisogno di carri armati (Rommel docet), che non abbiamo: quelli davvero efficienti si contano sulle dita delle mani o poco più. 

Peggio, sembra che alcuni esponenti del governo abbiano persa la memoria del nostro passato coloniale in Tripolitania e in Cirenaica. Certo non l’hanno dimenticato i libici. «Tutto ciò cui aspiriamo è avere di nuovo gli italiani qui fra le mani», ha twittato uno dei più seguiti blogger di Misurata, nemmeno fra i più radicali. Per vendicare Omar al-Mukhtar e i suoi gloriosi martiri. 

Quattro anni dopo aver partecipato controvoglia, su uno strapuntino dell’ultimo minuto, alla liquidazione franco-britannica di Gheddafi (e della Libia), adesso rischiamo dunque di tornarci in pompa magna, per ritessere la tela che abbiamo strappato. A supportare le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan. 

Invece del Colonnello, con cui flirtammo per quattro decenni, lavoreremmo stavolta per un sedicente generale dalle ambigue credenziali, Khalifa Heftar, appoggiato da egiziani, sauditi, emiratini e altri petromonarchi del Golfo. Il quale ha saputo abilmente intestarsi la “guerra al terrorismo” (sezione libica), certificato di qualità ad uso dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali meno avvertite, utile a legittimare l’eliminazione dei propri avversari - in questo caso anzitutto le milizie di Misurata e altri gruppi presuntamente “islamisti”. 

Puro avventurismo geopolitico, che fra l’altro significherebbe esporci gratuitamente al terrorismo jihadista sul nostro territorio molto più di quanto non lo si sia adesso. A rimettere ordine nel dibattito pubblico alimentato dai suoi stessi ministri ha pensato Matteo Renzi, avvertendo che «non è tempo per una soluzione militare». Il nostro premier ha preso tempo: meglio “aspettare l’Onu”. E ha correttamente osservato: «In Libia non c’è un’invasione dello Stato Islamico, ma alcune milizie che combattevano lì hanno iniziato a fare riferimento a loro». 

Renzi mostra così di non voler cadere nella trappola della propaganda del “califfo”, che si annuncia “a sud di Roma”. E, se volessimo davvero combattere lo Stato Islamico, potremmo attaccarlo dove effettivamente si trova, fra Siria e Iraq. Non risulta però che i nostri piloti siano autorizzati a colpirlo. 

Ma qualcosa si può e si deve fare. Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati - operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico. Tra Iraq e Siria gli americani hanno bombardato con qualche successo raffinerie e impianti controllati dal “califfato”. 

In Libia le Marine occidentali potrebbero affondare, prima che partano, le barche con cui i mercanti di essere umani attraversano il Canale di Sicilia, lucrando su migliaia di disperati. 

Un blocco navale di fatto, accompagnato da operazioni di forze speciali nei porti libici, infliggerebbe un colpo severo al più osceno dei traffici. E alla cassa degli aspiranti emuli del “califfo”.

giovedì 5 febbraio 2015

Lettera aperta a un amico musulmano - Confronto sull’islam e sulla barbarie dell’Isis

La presente lettera è stata scritta da Francesca Paci, giornalista della Stampa che da anni lavora in Medio Oriente.

Aggiungo questa lettera agli Appunti perchè anche io, in questi mesi, mi sono confrontato con i miei amici musulmani: ad alcuni di loro ho tentato di dire le stesse parole, una ad una, che ha scritto Francesca Paci (alla quale ho già fatto i complimenti su twitter).

Buona lettura.


Caro Mohammed, 

amico con cui da anni discuto dei rapporti tra islam e occidente, dei pregiudizi, dei ponti da costruire al posto dei muri, delle nostre colpe e della vostra ipersensibilità, voglio scriverti oggi perché ho ancora l’amaro in bocca per la nostra telefonata di ieri, mentre la Rete moltiplicava le immagini del pilota giordano Muad Kassasbe bruciato vivo dagli assassini dello Stato Islamico (e poi vendicato dalla Giordania con un’ennesima esecuzione che come denuncia anche Amnesty non risolve il problema). Lo so, preferisci che non chiami Stato Islamico la banda criminale di al Baghdadi, preferisci l’acronimo arabo di “daesh”, quello adottato ufficialmente dalla Francia per evitare qualsiasi associazione tra la tua religione e la barbarie all’opera in Siria e in Iraq. Hai ragione, le parole contano, anche in Gran Bretagna ormai si dice quasi sempre “daesh” perché giustamente l’aggettivo “islamico” è neutro e non ha alcuna connotazione violenta. Al netto della necessaria correttezza lessicale però, mi duole che il tuo disgusto per l’ennesima feroce esecuzione firmata “daesh” non arrivi fino in fondo, come non è arrivato fino in fondo dopo l’attentato al settimanale francese Charlie Hebdo, come non è arrivato fino in fondo dopo la decapitazione del giornalista americano James Foley e degli altri ammazzati dai boia incappucciati, come non arriva più fino in fondo quando ripensi a posteriori agli aerei che si schiantano sulle Torri Gemelle nel cielo sopra New York. 

Avevi 17 anni l’11 settembre del 2001, ci siamo conosciuti poco dopo. Mi hai raccontato che restasti scioccato, che non avevi alcuna simpatia politica per gli americani anche se ascoltavi Moby, che detestavi il sostegno di Washington a Israele e al regime dell’allora Faraone Mubarak (per questo hai partecipato alla rivoluzione di piazza Tahrir), che senza alcuna profonda empatia restasti ugualmente ammutolito. Anche 14 anni fa, nell’enfasi del momento, hai pensato che tutte le possibili malefatte degli Stati Uniti non meritassero quella carneficina, l’hai pensato mentre già tra i tuoi amici, sui giornali egiziani, nei programmi tv iniziavano a serpeggiare insidiosi il virus del giustificazionismo e la tentazione di credere al complotto. Alla fine, sotto sotto, sebbene tu sia troppo per bene per credere che la Cia o la Casa Bianca o il Mossad abbiamo davvero pilotato Mohammed Atta, hai cominciato a congetturare, tu quoque, che mah, forse qualcosa di strano dietro alle Twin Towers c’era pure... L’hai cominciato a pensare perché sei cresciuto, ti sei laureato in ingegneria informatica e hai preso a viaggiare in un mondo che ti guardava diversamente perché ti chiamavi Mohammed e hai sviluppato una ipersensibilità verso qualsiasi discorso sull’islam. Io questo lo capisco, so quanto siano stati pesanti questi ultimi anni per chi come te prega senza farlo pesare a nessuno e mi accompagna a cercare una birra nella Cairo in pieno Ramadan. 

Eppure quando commenti con me gli orrori compiuti nel nome della tua religione senti sempre il bisogno, e lo senti sempre più spesso, di spiegarmi che l’islam non c’entra, che il Corano è un libro di pace, che le parole del Profeta Maometto sono parole di amore, che la moderazione è la cifra delle tue preghiere e che gli assassini sono falsi musulmani la cui opera profanatrice fa comodo dietro le quinte a chissà chi. Anche ieri l’hai fatto, mentre la gabbia dentro cui ardeva il povero 24enne catturato a dicembre (musulmano anche lui) ci sbatteva in faccia tutto il peggio dell’odio giustificato da presunte missioni indicate da Dio. Ma a chi vuoi che faccia comodo, Mohammed? La Storia dell’uomo è costellata di orrori su cui si sono disfatte e costruite civiltà, se dovessimo leggerla sempre nell’ottica di chi-si-è-avvantaggiato-di-cosa non ci sarebbe Storia. Siccome il presidente Francese Francoise Hollande ha visto la sua popolarità lievitare dopo Charlie Hebdo, dobbiamo sospettare che abbia architettato lui l’attentato? Siccome ogni stupro di gruppo commesso in India accende l’interesse mediatico su una tragedia altrimenti ignorata, dobbiamo sospettare che le donne abbiano interesse a essere violentate? Siccome più bambini muoiono a Gaza e più cresce il biasimo internazionale verso il blocco imposto da Israele, dobbiamo sospettare che ad ammazzarli siano i palestinesi?  

Quando la mia religione, il cristianesimo, passava a fil di spada gli infedeli dietro le insegne delle Crociate chi se ne avvantaggiava? Chi armava le mani dei conquistadores muniti di croce e spada in America Latina? Quale falsa lettura dei libri sacri giustificava l’azione della Chiesa nell’Irlanda delle Case Magdalene, i famigerati istituti di suore che accoglievano le ragazze ritenute “immorali”? La Chiesa, tardi e male quanto vuoi, si è presa carico del suo passato e della sua storia. E quando non l’ha fatto la Chiesa l’hanno fatto i cristiani. E quando anche i cristiani riluttavano l’hanno fatto gli atei, i volteriani, gli irriverenti. Quando riuscirai a dirmi senza omissioni che i tagliagole di al Baghdadi pregano come te, si rivolgono verso la Mecca come te, che osservano lo stesso digiuno rituale e che sono un cancro nato all’interno della tua famiglia senza che neppure chi davvero se ne avvantaggia (come per esempio il criminale Bashar Assad) abbia avuto influenza sulla genesi di quella follia? 

In realtà chi ha alimentato questa follia chiamata “daesh” esiste ma, perdonami Mohammed, non si trova a Washington né a Gerusalemme. Per quanto la criminale guerra di Iraq voluta da George W. Bush abbia scoperchiato il vaso di Pandora, per quanto la morte dei bambini di Gaza squassi il cuore, per quanto le cerimonie di nozze afghane devastate dai droni killer siano deprecabili, le menti di quelli che bruciano oggi il pilota giordano (ma anche Charlie Hebdo) sono piene delle idiozie diffuse negli ultimi trent’anni da una pubblicistica religiosa che propaga una visione basica dell’islam, elementare, ignorante, fatta solo di haram/halal (vietato/permesso).  

Hai ragione, è una versione dell’islam da analfabeti, due dei foreign fighters partiti da Birmingham per andare a combattere in Siria aveva prima comprato su Amazon il manuale “Islam for dummies”. Hai ragione, lo so, l’islam è molto altro e il Corano come la Sunna sono testi ricchissimi. Ma è inutile girarci intorno, si tratta comunque di una pubblicistica islamica, edita nel Golfo, pile e pile di libri che si basano sulla più rigida delle 4 scuole islamiche (quella hanbalita) e sulla dottrina ultraortodossa wahabita, sono testi zeppi di parole che conosci bene e che riconosci perché sono la distorsione di quelle stesse che leggi tu. Perché i sanguinari vendicatori di Parigi volevano far tacere chi irrideva il tuo Profeta e per quanto quelle vignette fossero insultanti o perfino volgari i loro autori sono stati ammazzati da chi invocava il nome del tuo Dio. E solo quando, amico Mohammed, ti metterai a piangere di fronte alla sagoma di Muad Kassasbe che si squaglia nel fuoco senza pensare a chi c’è veramente dietro, senza spiegarmi che quelli di “daesh” non sono musulmani perché l’islam proibisce l’odio (ma loro, me l’hanno spiegato ad Anversa, pensano di essere musulmani più bravi di te), solo quando la tua condanna della barbarie andrà fino in fondo guardando dentro lo specchio i tuoi fantasmi (oggi anche miei) saremo insieme nella battaglia per la nostra sopravvivenza. E vinceremo.