venerdì 15 luglio 2016

Acerra, inquina più il traffico che il termovalorizzatore


Qual è l'impatto del termovalorizzatore di Acerra sulla qualità dell'area nel comune campano e nell'intera regione? "Molto contenuto" e "ampiamente inferiore ai limiti di legge" secondo lo studio presentato dall'Istituto sistemi agricoli e forestali mediterranei del Cnr.

Nel dettaglio, l'indagine su macroinquinanti (NOx, CO, SO2, PM10, PM2.5) e microinquinanti (Ipa, metalli e diossine) rileva che le emissioni da traffico rappresentano "il fattore di maggior pressione", in particolare a sud di Acerra, nell'area metropolitana di Napoli e in corrispondenza della rete stradale. "Importanti" anche gli impatti di riscaldamento, porto del capoluogo campano e di alcune industrie, mentre è "molto contenuto" il contributo del termovalorizzatore.

Secondo i dati elaborati dal Cnr, per il biossido di azoto l'impatto massimo dell'impianto di Acerra è inferiore allo 0,75% del valore limite. Per il particolato le concentrazioni dovute al termovalorizzatore sono "ovunque inferiori" allo 0,1% del valore limite. Per i microinquinanti, nel punto di massima ricaduta dell'intera zona esaminata, l'infrastruttura contribuisce per meno dello 0,2% rispetto ai valori limite per i metalli. Per gli Ipa l'effetto del termovalorizzatore è di 1.000 volte inferiore al limite riferito al "benzo-a-pirene". Per le diossine, infine, la struttura di Acerra ha un impatto 100.000 volte al di sotto del valore guida suggerito dall'Oms.

L'evento di presentazione dello studio, organizzato da Aris e Nimby Forum, è stato chiuso dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, intervenuto sulla situazione dei rifiuti a Roma, che ha "discariche sature e tra un po' avrà un problema evidente di smaltimento rifiuti". Dato ciò "sono pronto a incontrare il sindaco Raggi, le porte sono aperte".

Il ministro è tornato anche sul piano termovalorizzatori predisposto dal Governo in applicazione dell'art. 35 dello "sblocca Italia", ribadendo che il problema non sono questi impianti, "come dimostrano i dati del Cnr", ma i tassi di raccolta differenziata e conferimento in discarica: nel primo caso c'è "poca sensibilità di alcuni sindaci, che devono svegliarsi", nel secondo Galletti ha detto di non voler "girare l'Italia per risolvere i problemi dei governatori che non vogliono fare i termovalorizzatori".

mercoledì 13 aprile 2016

Fotovoltaico in Italia: per "quelli che..."

Domanda per tutti quelli che: “in Italia siamo ancora fermi alle fonti fossili, all’estero sono molto più avanti di noi”, ma anche per quelli che “io sono per le energie rinnovabili” e poi non sanno un fico secco della situazione italiana: 

qual è la nazione al mondo con la massima percentuale di energia elettrica fotovoltaica rispetto al proprio consumo elettrico totale? Risposta: l’ITALIA.
Si, l’ITALIA, quella in cui sei nato, quella che pensi sia l’ultima al mondo in qualsiasi cosa (tranne il calcio, forse).

Da poco è stato pubblicato lo “Snapshot of global photovoltaic markets” della IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia, organo dell’OCSE): tra i dati riportati, c’è la classifica della percentuale di penetrazione del fotovoltaico sulla domanda di elettricità nazionale al 2015. L’Italia è al primo posto al MONDO, con dietro Grecia, Germania e tutti gli altri (Giappone al 5°, USA al 25° posto). 
La classifica è basata sulla stima della capacità di produzione teorica: nel caso dell’Italia comunque cambia poco, visto che abbiamo una producibilità teorica dell’8% ed effettiva che nel 2015 dovrebbe essere intorno al 7,5 % (in attesa dei dati di Terna).

L’Italia (sì, sempre Lei, quella con la bandiera tricolore, ecc. ecc.) è anche la 2° al mondo per potenza fotovoltaica installata procapite, cioè per ogni italiano (anche per “quelli che…”) ci sono 308 W di potenza fotovoltaica installata.

Infine, per chi ancora non ne avesse abbastanza, la nostra piccola Italia è al 5° posto mondiale per capacità fotovoltaica (FV) installata.
Ciò non significa che il FV debba essere fermato in Italia, si può continuare con una crescita di tale fonte, ma certo non con le modalità esplosive ed estremamente dispendiose degli anni passati.

Il rapporto evidenzia i mercati attualmente più importanti, in termini di nuova capacità FV installata nel 2015: Cina, Giappone e USA. In totale, si stima che sulla Terra attualmente dovrebbe esserci una capacità FV installata totale di 227 GW. Per dare un ordine di grandezza, la potenza elettrica totale netta installata in Italia al 2014 è di circa 122 GW (tutte le fonti energetiche).

A seguire riporto una infografica che riassume i dati presentati nel rapporto.

Per concludere, sottolineo che il bisogno di informazione VERA è fortissimo, oggi su questi temi c’è moltissima strumentalizzazione. Quindi, la prossima volta che sentirete qualcuno dire i soliti luoghi comuni e le solite cavolate su questi temi, fate un’opera di informazione ed indicategli (cortesemente, mi raccomando...) il link a questo articolo.


martedì 22 marzo 2016

Il rapporto-fuffa di Greenpeace sulle piattaforme offshore

Il 17 aprile ci sarà il referendum sull’abrogazione del prolungamento (fino a esaurimento del giacimento) delle concessioni per la attuali attività estrattive offshore ad una distanza dalla costa minore di 12 miglia.
Non lo riconoscete? Vi siete persi già al passaggio “abrogazione del prolungamento”?

Forse perché qualcuno ve lo ha presentato come “referendum-trivelle”, “referendum no-triv”, o altre folcloristiche trovate. Ma in effetti, quello scritto all’inizio è il nome più appropriato, che è sempre meglio della denominazione ufficiale utilizzata dallo stesso comitato promotore: “Divieto di attività prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per i titoli abilitativi già rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento”

Ma lasciamo stare le questioni di comunicazione (che sono comunque tutt’altro che secondarie) e passiamo invece a qualcosa di più concreto: Greenpeace ha pubblicato un “rapporto” (non si offenda troppo chi i rapporti li fa per davvero) in cui pretende di dimostrare la pericolosità delle piattaforme, utilizzando dati ISPRA che dicono praticamente l’opposto. In che modo? Vi faccio un esempio:

Mi trovo in Finlandia in inverno e, dopo aver misurato la quantità di neve caduta, la confronto con il mio valore di riferimento, cioè la neve caduta in inverno in Sicilia: deduco in maniera convinta che la Finlandia ha un problema di nevicate eccessive, perché il livello di neve in Sicilia è molto minore. Qualcosa non quadra, vero?

Beh, più o meno è questo quello che ha fatto Greenpeace: confrontare concentrazioni relative a campioni di acque che si trovano a distanze tra i 6 e 30 km dalla costa con dei valori limite di concentrazione che valgono invece fino a meno di 2 km dalla costa. E’ abbastanza prevedibile che, più ci si avvicina alla costa, più i valori limite si abbassano, perché aumentano gli organismi viventi esposti e le possibili contaminazioni.

Ma vediamo di capire più nel dettaglio.

Greenpeace si è fatta dare dei dati da ISPRA, riguardo ai piani di monitoraggio ambientale obbligatori che vengono svolte nelle piattaforme offshore, e con questi dati ha tirato fuori un “rapporto” quantomeno discutibile. Prima nota stonata: i dati ricevuti da ISPRA che Greenpeace ha orgogliosamente ottenuto, non sono resi pubblici sul sito di Greenpeace stessa! Alla faccia della trasparenza.
Nel rapporto, sono stati confrontati i valori di concentrazione nei sedimenti in corrispondenza delle piattaforme (a distanze minime di 6 km dalla costa) con i valori limite di concentrazione (SQA) fissati per le acque fino a circa 1,6 km dalla costa (1 miglio), dette acque costiere-marine, definite alla lettera c) dell’art.74 del Testo Unico Ambientale (DL 152/06).

I risultati del confronto hanno quindi significatività pressoché nulla.

L’unico valore limite che è stato considerato correttamente è quello relativo al benzene nell’acqua (non nei sedimenti), ed indovinate un po’? Loro stessi ammettono che in questo caso non ci sono mai stati superamenti del limite!

Ecco i riferimenti utili per verificare voi stessi quanto detto in questo articolo:
  • Definizione di acque marino-costiere: lettera c) dell’art.74 del Testo Unico Ambientale (DL 152/06);
  • Standard di Qualità Ambientale (SQA) per sedimenti in acque marino-costiere: DM 56/09 e 260/10, tabelle 2/A e 1/B;
  • SQA per il Benzene valevole anche per le acque territoriali, cioè al di là delle marino-costiere: DM 56/09 e 260/10, tabella 1/A.

Che dire di più? La scienza è una cosa seria, l’ambiente è una cosa seria.

Invece prendere in giro la gente non è affatto serio nè rispettabile.


venerdì 26 febbraio 2016

Il puzzle del sistema elettrico tra rinnovabili, reti, costi e CO2

Per raggiungere la famosa decarbonizzazione del settore energetico e, più in generale, dell’economia di un Paese, le infrastrutture elettriche di rete sono fondamentali. Infatti, l’integrazione nel sistema delle fonti rinnovabili, e soprattutto della produzione da fonti rinnovabili non programmabili (come il sole e il vento), ha necessariamente bisogno di adeguate infrastrutture di rete. Ciò al fine di permettere l’ottimale sfruttamento della produzione elettrica da tali fonti ed evitare sprechi dovuti a insufficiente (o inesistente) magliatura di rete. Una rete magliata e sviluppata in maniera ottimale potrebbe anche rendere meno necessario il ricorso ai costosi (per ora) sistemi di storage.
I precedenti concetti sono piuttosto noti, e si adattano perfettamente a famose situazioni italiane, come il “famoso caso del Sorgente-Rizziconi”, ovvero il raddoppio del cavo di collegamento tra Sicilia e Calabria, che permetterebbe di sfruttare molto meglio la produzione rinnovabile (e non solo) sia in Sicilia che in tutto il Sud Italia. Ma questa è un’altra storia.
Come si diceva, per decarbonizzare il settore energetico, ovviamente si può ricorrere alla produzione di energia da fonti rinnovabili: tal energia (soprattutto l’energia solare ed eolica) ha però costi di produzione (Levelised Cost Of Electricity - LCOE), in generale, maggiori dell’energia prodotta da fonti fossili tradizionali. Ciò è dovuto in parte al basso capacity factor di questo tipo di tecnologie (soprattutto se gli impianti sono ubicati in maniera sub-ottimale). Per chi se lo stesse chiedendo, il capacity factor è il rapporto tra la produzione annua effettiva e la produzione teorica ottenibile se l’impianto lavorasse ogni ora dell’anno al massimo della sua capacità. Non sfugga il dettaglio che tale capacity factor è basso anche a causa di una scelta non ottimale della localizzazione dell’impianto (ad esempio perché la scelta dell’ubicazione è fatta in funzione della rete di trasmissione esistente). Incrementando l’utilizzo di tecnologie con alti costi di produzione, aumenterebbero di conseguenza i costi generali di tutto il sistema elettrico.
Ricapitoliamo i pezzi del puzzle: energia solare, energia eolica, localizzazione degli impianti, capacity factor, costi di produzione, costi di sistema, infrastrutture di rete. Il problema è ricomporre questo puzzle trovando la soluzione ottimale, cioè tale da massimizzare la produzione da Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) e contemporaneamente minimizzare i costi di sistema. Questo è quello che ha provato a fare un team di ricercatori del NOAA e dell’Università del Colorado, in USA: i risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati da poco su Nature.
In premessa, lo studio* evidenzia che negli Stati Uniti non c’è un sistema elettrico unico, quanto piuttosto diversi sistemi regionali interconnessi, gestiti però in maniera autonoma l’uno dall’altro. Altro elemento peculiare degli Stati Uniti è l’ampia estensione territoriale, che comprende quindi sia ampie zone ottimali per la produzione fotovoltaica, sia altrettanto ampie zone ottimali per la produzione eolica.
Secondo lo studio, le infrastrutture di rete andrebbero decisamente sviluppate, creando un sistema unico nazionale costituito da collegamenti HVDC, che rispetto alle reti HVAC consentono una più agevole trasmissione dell’energia sulle lunghe distanze. In questo modo, si riuscirebbe a sfruttare in maniera ottimale la produzione da FER: infatti la variabilità e l’intermittenza di tali produzioni si riduce all’aumentare dell’area territoriale coperta dalla rete di collegamento. Con un efficiente sistema unico di trasmissione su tutto il territorio degli USA, si riuscirebbe quindi ad attenuare fortemente tale intermittenza, ottenendo, utilizzando termini più affascinanti, una de-correlazione temporale delle produzioni da FER. A tale ridotta variabilità si aggiungerebbe la scelta ottimale della localizzazione degli impianti, finalizzata ad ottenere i più alti capacity factor possibili. Ecco che il puzzle (almeno teoricamente) è risolto: sfruttamento massimo delle FER grazie alla ridotta intermittenza su ampia scala geografica e minimizzazione dei costi grazie all’ottimale localizzazione degli impianti.
I ricercatori hanno elaborato un complesso modello di simulazione/ottimizzazione, partendo da un’estesa base pluriennale di dati metereologici orari, aventi la risoluzione territoriale di una griglia con celle di 13 km di lato. In questo modo sono stati ottenuti i valori di capacity factor per ogni cella della griglia territoriale, individuando così le aree potenzialmente ottimali per l’installazione di impianti FV ed eolici (vedi figura 1).


Obiettivo del modello è stato quello di individuare lo schema della rete di trasmissione e dell’ubicazione di impianti FER e tradizionali che fosse ottimale sia dal punto di vista ambientale (riduzione della CO2), sia dal punto di vista dei costi (minimizzazione costi di sistema), e sia dal punto di vista della gestione in sicurezza del sistema elettrico (dispacciamento degli impianti).
Nel modello sono stati inseriti i possibili trend della domanda elettrica e gli scenari di evoluzione dei costi delle tecnologie e del gas, e sono stati considerati molti vincoli, come l’esclusione di aree protette e urbanizzate per l’installazione di impianti FV o eolici, la costruzione di nuovi impianti nucleari o fossili solo in corrispondenza di siti già esistenti, ecc. Ovviamente un tale modello, nonostante la sua complessità, ha dovuto prevedere varie semplificazioni: non è considerato il pompaggio idroelettrico, le tecnologie di produzione ancora in fase di sviluppo (CSP, moto ondoso, geotermico), le tecnologie di storage.
Sono stati considerati tre scenari evolutivi al 2030: High-cost Renewables Low-cost Gas (HRLG), Low-cost Renewables High-cost Gas (LRHG), Mid-cost Renewables Mid-cost Gas (MRMG). Le emissioni di CO2, secondo il modello, con le tecnologie attuali potrebbero essere ridotte del 33% (HRLG), del 61% (MRMG) e addirittura del 78% (LRHG) rispetto ai livelli del 1990. Il tutto mantenendo un costo medio LCOE di sistema in linea con quello del 2012: 8.6 c$/kWh (HRLG), 10,2 c$/kWh (MRMG), 10,0 c$/kWh (LRHG), rispetto ai 9,8 c$/kWh del 2012.
Inoltre, un migliore sfruttamento delle fonti rinnovabili avrebbe un ulteriore  effetto di decarbonizzazione sull’economia in generale, tramite l’utilizzo delle elettro-tecnologie attualmente esistenti (pompe di calore, veicoli elettrici, cucine a induzione).
Gli autori sottolineano che nello scenario migliore (LRHG) i risparmi annui totali di questo sistema di trasmissione unico rispetto agli attuali sistemi regionali sarebbe pari a 47 mld di dollari, cioè circa il triplo del costo annuo dell’infrastruttura di rete HVDC ipotizzata. Mi permetto di evidenziare che, probabilmente non a caso, gli autori non riportano quali sarebbero i risparmi annui negli altri due scenari, forse perché, in effetti, il costo annuo della rete HVDC sarebbe maggiore.
Le figure seguenti, tratte dall’articolo pubblicato su Nature, sintetizzano i risultati ottenuti.






Una domanda però mi rimane: come si potrebbe tradurre e perseguire in pratica la localizzazione ottimale degli impianti prevista dal modello e riportata in figura 3? Escludendo la totale nazionalizzazione/monopolizzazione, lo Stato dovrebbe elaborare meccanismi tali da guidare in maniera molto precisa l’installazione dei nuovi impianti solo nelle aree geografiche previste al fine di un’ottimizzazione di sistema. Compito molto molto difficile, secondo me. Di sicuro, però, lo storage di energia elettrica non sembra l’unica strada da percorrere verso una completa integrazione delle FER nel sistema, parallelamente al miglior sfruttamento della loro produzione e mantenendo alti i livelli di sicurezza della rete.
Sulla difficoltà di mettere in pratica tutto questo, anche gli stessi autori dello studio sono d’accordo: ma con il tipico spirito ottimista americano, che condivido pienamente anch’io, ricordano che la sfida per la creazione di un sistema elettrico unico nazionale è simile ad altri progetti (portati a termine) di infrastrutturazione nazionale, come le ferrovie transcontinentali nell’800 o le autostrade interstatali nel ‘900. Adesso è giunto il turno del sistema elettrico. Staremo a vedere.


*Future cost-competitive electricity systems and their impact on US CO2 emissions, Alexander E. MacDonald, Christopher T. M. Clack, Anneliese Alexander, Adam Dunbar, James Wilczak & Yuanfu Xie. Nature Climate Change (2016) doi:10.1038/nclimate2921

lunedì 8 febbraio 2016

NOma: l’app che racconta i luoghi e le persone morte per combattere la mafia

“Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”

Ormai oggi esistono app di tutti i tipi e per tutti i gusti, ma a me non m’è n’è mai fregato granché. Ma stavolta PIF mi ha fatto cambiare idea. Sì, perché insieme all’associazione “Sulle nostre gambe”, ha realizzato un’app veramente interessante: “NOma”.  Il nome sta per NO mafia, ed è un progetto che si pone l’obiettivo di divulgare le storie delle tantissime persone (siciliani e non solo) che hanno combattuto la mafia fino a sacrificare le proprie vite. In che modo?
L’applicazione è una guida virtuale per chiunque voglia visitare (realmente o virtualmente) i luoghi delle stragi mafiose e, soprattutto, per scoprire le storie che quei luoghi raccontano. Nell’app troverete un elenco di personaggi, e per ognuno sarà raccontata la sua storia e i luoghi in cui furono ammazzati. Ogni storia è raccontata attraverso documenti storici, animazioni digitali, note biografiche, video, fotografie d’epoca e interviste inedite ai familiari. Le storie sono raccontate da tanti personaggi siciliani di oggi (lo stesso PIF, Beppe Fiorello, Pippo Baudo, Giuseppe Tornatore, Luigi Lo Cascio e tanti altri). Tutti i luoghi descritti sono georeferenziati e quindi si può anche essere guidati sui percorsi da seguire per visitarli realmente.

Nell’app (scaricabile gratuitamente) è anche presente un elenco degli esercenti siciliani che aderiscono ad Addiopizzo: distinti per categoria e tutti ovviamente georeferenziati.

Buona lettura e buon ascolto a tutti.

giovedì 21 gennaio 2016

Legge “Collegato ambientale”: non solo acqua e mozziconi di sigaretta...

Il 18 gennaio 2016 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un’importante legge riguardante molti temi ambientali: "Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali", meglio nota come “Collegato ambientale”.

Molti di voi saranno subito interessati al tema dell’acqua: in questo provvedimento si stabilisce, infatti, la Tariffa sociale del servizio idrico integrato (cioè una tariffa idrica per utenti in condizioni di disagio economico) e si affronta il tema della morosità degli utenti. Questi temi sono agli artt. 60 e 61, quindi andiamo con ordine, e vediamo in sintesi tutti i principali contenuti di questa legge.

L'articolo 1 interviene in materia di responsabilità per danni all'ambiente marino causati dalle navi e dagli impianti, nel caso di avarie o incidenti, anche prevedendo che il proprietario del carico si munisca di una polizza assicurativa a copertura integrale dei rischi anche potenziali. L'articolo 2 riguarda la destinazione delle somme corrispondenti all'incremento delle royalty annualmente versate per la concessione di coltivazione di idrocarburi in mare. L'articolo 5 destina 35 milioni di euro per un programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro nell'ambito dei progetti a cui destinare i proventi - di competenza Minambiente - delle aste CO2. In particolare, si propone l’istituzione della figura del “mobility manager” negli istituti di ogni ordine e grado.

All'articolo 8 del collegato ambientale invece si interviene sulle procedure delle autorizzazioni ambientali riguardanti lo scarico in mare di acque derivanti da attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi o gassosi in mare.
Ancora, all'articolo 12 l'eliminazione del tetto dei 20 MW per i Seu e il rilascio dei certificati bianchi ai sistemi di autoproduzione di elettricità con ciclo Orc (Organic Rankine Cycle) alimentati dal recupero di calore prodotto da cicli industriali e da processi di combustione. L'articolo 13 amplia l'elenco dei sottoprodotti di origine biologica utilizzabili negli impianti per la generazione a biomasse e biogas ai fini dell'accesso agli incentivi.
All’art. 21 si istituisce lo “Schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell'impronta ambientale” dei prodotti.

L’art. 40 prevede il divieto di abbandono nell’ambiente di mozziconi di sigaretta e altri piccoli rifiuti come scontrini, fazzoletti e gomme da masticare (ma non era vietato già prima??) con multe che possono andare da 30 a 300 euro. Ovviamente tra il dire e il fare…

All’art. 56 è previsto un credito d’imposta del 50% delle spese che le aziende sosterranno per eseguire interventi di bonifica su immobili e strutture contenenti amianto.

Interessanti sono anche i provvedimenti contenuti nella parte VII “Disposizioni per garantire l’accesso universale all’acqua”. Vediamo le principali.

Con l’art 58 è istituito presso la Cassa conguaglio per il settore elettrico un Fondo di garanzia per gli interventi finalizzati al potenziamento delle infrastrutture idriche, ivi comprese le reti di fognatura e depurazione, in tutto il territorio nazionale, e a garantire un'adeguata tutela della risorsa idrica e dell'ambiente secondo le prescrizioni dell'Unione europea. Il Fondo è alimentato tramite una specifica componente della tariffa del servizio idrico integrato, da indicare separatamente in bolletta, determinata dall'Autorita' per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico.

L’art. 60 prevede la Tariffa sociale del servizio idrico integrato: l'Autorità, al fine di garantire l'accesso universale all'acqua, assicura agli utenti domestici del servizio idrico integrato in condizioni economico-sociali disagiate l'accesso, a condizioni agevolate, alla fornitura della quantità di acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, sulla base dei principi e dei criteri individuati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro dell'economia e delle finanze.

All’art.61 si affronta il tema della morosità nel servizio idrico: l’Autorità, di concerto con i Ministeri, emanerà delle direttive per il contenimento della morosità degli utenti, assicurando che sia salvaguardata, tenuto conto dell'equilibrio economico e finanziario dei gestori, la copertura dei costi efficienti di esercizio e investimento e garantendo il quantitativo minimo vitale di acqua necessario al soddisfacimento dei bisogni fondamentali di fornitura per gli utenti morosi. L’Autorità è altresì comunque incaricata di definire le procedure per la gestione della morosità e per la sospensione della forniture, che non potranno più quindi essere definite autonomamente dalle aziende che operano negli ATO.

giovedì 17 dicembre 2015

Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Il 12 dicembre si è conclusa a Parigi la 21° Conferenza delle Parti (COP21) sui cambiamenti climatici. Dopo giorni di trattative, è stato finalizzato un documento condiviso da tutti i 195 Paesi presenti a Parigi. L’accordo è stato presentato come un passo storico per tutta l’umanità, un passo decisivo per il futuro del nostro pianeta.

Dal mio modesto punto di vista, l’accordo presenta luci e ombre, un po’ come affermato, in maniera estrema, da George Monbiot sul Guardian: “By comparison to what it could have been, it’s a miracle, by comparison to what it should have been, it’s a disaster”.

In generale, comunque, mi sento tra coloro i quali vedono il bicchiere mezzo pieno. Vediamo più in dettaglio alcuni aspetti, positivi e negativi (sempre dal mio modesto punto di vista).

Partiamo dagli aspetti positivi: per la prima volta, praticamente tutti i Paesi della Terra (anche quelli in via di sviluppo), hanno condiviso l’obiettivo di limitare l’innalzamento della temperatura media globale al 2100 “ben al di sotto” di 2°C, impegnandosi per non andare oltre 1,5°C. In effetti, già il solo fatto che tale obiettivo sia stato condiviso da tutti, è un buon segnale che fa ben sperare. Tale obiettivo è stato portato avanti in particolare da una High ambition coalition, costituita dai paesi più minacciati dagli effetti dei cambiamenti climatici, dall’Unione Europea e, finalmente, anche dagli USA.

Un altro aspetto positivo è che dal 2020 i Paesi firmatari dovranno obbligatoriamente aggiornare i propri impegni nazionali di riduzione ogni 5 anni, e le modifiche potranno essere fatte solo al rialzo, cioè migliorando il livello di ambizione. A partire già dal 2018 e poi ogni 5 anni, inoltre, i Paesi dovranno riferire riguardo ai progressi fatti per raggiungere i propri obiettivi.

Passiamo ora agli aspetti che, a mio parere, non sono “completamente positivi”: nel documento non si cita mai in maniera diretta il concetto di carbon pricing, inteso come carbon tax, ma si parla però della possibilità per i Paesi di collaborare con meccanismi di mercato (e non). Questo è un riferimento a meccanismi simili al sistema ETS implementato in Europa per lo scambio di permessi di emissione, con modello cap and trade. Tale sistema non ha funzionato granchè, poiché per varie ragioni il prezzo della CO2 è a livelli bassissimi (circa 7 €/ton) non dando così un segnale di prezzo efficace per investire in tecnologie e processi a basso contenuto di carbonio. Inoltre, col sistema europeo ETS, in effetti, si è alimentato un processo di delocalizzazione delle attività industriali senza dare alcuno stimolo ai paesi emergenti ed in via di sviluppo nel processo di decarbonizzazione delle loro economie. E’ ormai chiaro che è indispensabile fissare un sistema di “carbon pricing” coerente con le regole del WTO che faccia pesare in modo uniforme a livello globale il contenuto di emissioni gas serra dei prodotti che circolano nei mercati internazionali. In un mondo con economie globalizzate, per un determinato Paese, l’unico modo per intercettare correttamente la CO2 relativa alla produzione/consumo del bene è quella di tassare il consumo del bene, visto che, come si è visto, la produzione può tranquillamente avvenire al di fuori del Paese stesso, eludendo quindi la tassazione sulla produzione. Ma in un periodo di stagnazione dei consumi come quello odierno (per noi europei), la tassazione sui consumi suona forse più come un’eresia che una vera proposta politica.
Tutto il testo dell’accordo è informato dal concetto di differenziazione degli impegni, ovvero il fatto che i Paesi in via di sviluppo possono impiegare tempi maggiori per raggiungere il picco di emissioni e hanno obblighi minori riguardo al reporting dei progressi conseguiti. Questo aspetto, seppur corretto in una certa misura poiché tali Paesi hanno il diritto di procedere nel loro sviluppo, potrebbe rivelarsi uno dei più grossi ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di contenimento del riscaldamento: tra i Paesi in via di sviluppo ci sono infatti alcuni tra i maggiori emettitori di CO2 al mondo, come Cina e India.

Passiamo infine agli aspetti negativi: salta subito all’occhio che nell’accordo non ci sono percorsi e obiettivi quantitativi definiti di riduzione delle emissioni di CO2, ma si parla di raggiungere il picco delle emissioni “al più presto possibile” considerando la differenziazione per paesi, e raggiungere un equilibrio tra emissioni e assorbimento/rimozione di CO2 nella seconda metà del secolo (cioè tra il 2051 e il 2099), cioè la c.d. “Carbon neutrality”.
Inoltre ogni Paese può fissare i propri obiettivi di riduzione liberamente e senza una struttura standard che li renda facilmente confrontabili tra Paesi diversi. L’accounting delle riduzioni conseguite potrà essere fatto con metodologia a scelta del Paese poichè la metodologia di calcolo elaborata dalla Convenzione è facoltativa.
Infine, non sono previsti meccanismi “sanzionatori” per chi non raggiunge gli obiettivi prefissati. Quindi l’impegno di ogni singolo Paese sarà meramente volontario e non vincolante.

Rispetto a Copenaghen nel 2009, stavolta l’invio degli impegni da parte dei Paesi prima dell’inizio della Conferenza, l’assenza di meccanismi sanzionatori ed il principio di differenziazione sono stati elementi chiave per raggiungere un accordo.
In conclusione (considerando che questo appuntamento di Parigi era “too big to fail”) l’accordo è un buon punto di partenza che si spera sarà seguito da azioni coerenti, trasparenti, verificabili e che ognuno faccia veramente la propria parte.


Sull’obiettivo dei 2°/1,5°, si potrebbe aprire un’altra discussione, anche alla luce di un recente articolo apparso su Nature, di cui, per concludere, condivido la frase finale: “we need to agree how to start, not where to end mitigation”.