domenica 10 gennaio 2021

Odio il Capodanno, firmato Antonio Gramsci

 Alcuni giorni fa mi sono imbattutto in questo articolo tratto da l'Internazionale: riporta un articolo scritto da Gramsci il 1 gennaio 1916 sull'Avanti (rubrica "Sotto la Mole")

Il messaggio di Gramsci è idealmente collegabile con il suo celebre "Odio gli indifferenti", che trovate su questo stesso blog, cliccando qui.

Buona lettura!


Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

sabato 11 aprile 2020

U Sabadì d Pasqua - Pino Testa

Quest'anno è una Pasqua diversa per tutti, a causa del COVID19.
Anche tanti anni fa a Piazza Armerina la Pasqua era diversa da quella a cui siamo abituati, per le tante tradizioni che avevamo e che pian piano si sono perse.
In un periodo di isolamento (e lontananza) forzata da Piazza Armerina, leggere questo brano di Pino Testa mi ha riportato, con un po' di immaginazione, per le vie antiche del nostro paese, piena di gente allegra che riempie le strade e festeggia la resurrezione di Gesù Cristo con il suo grande messaggio di Speranza. 
Lo stesso messaggio di Speranza che anche noi oggi cerchiamo.

Il brano è estratto dalla raccolta "Sfanfùgghiuli" di Pino Testa. Questa raccolta mi venne regalata nel 2012 da Filippo Acquachiara, un uomo che sono felice di aver conosciuto (e per questo devo ringraziare i miei genitori). Un uomo che amava Piazza Armerina e che sentiva la necessità di conservare il nostro patrimonio culturale. Per questo mi regalò questo libro (e anche altri), e io sento che oggi pubblicandone un brano sul mio blog farò un po' contento anche lui.

Se siete piazzesi e avete dei parenti (soprattutto se anziani e magari da soli in questo momento), provate a leggergli qualcosa di queste righe, e forse gli farete così un bel regalo di Pasqua.

Buona Pasqua a tutti

 


venerdì 8 novembre 2019

Un volo pindarico da Battiato a Catullo

Stamattina mentre andavo al lavoro ho ascoltato la canzone di Battiato "Amore che vieni, amore che vai": la parte iniziale del testo mi è sempre piaciuta, e oggi in particolare ho fatto caso ai primi due versi "quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento...", che come sempre mi fa pensare ad una delle più famose poesie di Catullo, che ripropongo qui in latino e in italiano. (La traduzione è presa direttamente dal web, mi scuserete se non è la migliore possibile).

Buona lettura!

Vivamus mea Lesbia 

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviamo, mia Lesbia

Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci,
e le dicerie dei vecchi severi
consideriamole tutte di valore pari a un soldo.
I soli possono tramontare e risorgere;
noi, quando una buona volta finirà questa breve luce,
dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Dammi mille baci, poi cento,
poi ancora mille, poi di nuovo cento,
poi senza smettere altri mille, poi cento;
poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
li rimescoleremo, per non sapere (quanti sono)
e perché nessun malvagio ci possa guardare male,
sapendo che ci siamo dati tanti baci.

giovedì 23 agosto 2018

"Fragile, Reverendo nel West": intervista all'autore Giovanni Mattia


Dopo più di un anno, torno a scrivere sulle pagine del mio blog. 
L'occasione mi è stata data dalla pubblicazione del romanzo "Fragile, Reverendo nel West" che ha scritto il mio vecchio amico Giovanni Mattia.
Dopo aver letto il libro, ho pensato di fare un'intervista a Giovanni, visto che non capita tutti i giorni di avere "a portata di penna" l'autore del libro appena letto.
Come sempre...buona lettura!

  • Ciao Giovanni, innanzitutto ti chiedo: perché scrivi?
Ciao Marco, questa è una bella domanda. È successo per caso. Ad un certo punto, qualcosa è nato dentro di me: avevo un mondo tutto nuovo che aveva bisogno di esprimersi e ha cercato ogni mezzo per farlo, fino al momento in cui ho iniziato a scrivere.

  • Hai da poco pubblicato un romanzo western, dal titolo “Fragile, Reverendo nel West”. La scelta del genere Western può apparire singolare, e perfino non molto popolare, quindi perché un Western?
Perché il Far West è un mondo che è solo in apparenza così lontano. Quanti di noi hanno sognato di esplorare nuove terre? La segregazione subita dai nativi americani non rimanda a qualcosa di simile che avviene oggi? E il modo di comunicare così muscolare e poco pensante di quei tempi non ricorda una certa forma di propaganda alla quale assistiamo tutti i giorni? Questi sono solo alcuni dei tanti esempi di vicinanza tra Far West e giorno d’oggi.  

Un ulteriore motivo per cui ho scelto il Western riguarda la possibilità di imporre regole nuove ad un mondo che ha leggi tutte sue. Mi piaceva l’idea di offrire un punto di vista e una chiave di lettura diversa su questo genere molto standardizzato.

  • Perché hai scelto questo nome, Fragile, per il tuo personaggio principale?
La tecnica è del grande Pirandello, cioè prendere dei cognomi che evidenziano alcune caratteristiche dei personaggi. Fragile non è solo il protagonista, ma anche l’umanità del romanzo e l’equilibrio di un mondo al tempo stesso spietato e affascinante.

  • Fragile è un reverendo che improvvisamente sente che la sua città gli sta stretta, e decide quindi di partire verso le lontane terre dell’ovest, per la sua missione di evangelizzazione. Questo evento, che è la causa scatenante di tutto il romanzo, cosa ci racconta di te e della tua vita?
Il mito della Frontiera vive in ognuno di noi. Gli americani storicamente nell’800 ebbero l’esigenza di spingersi oltre, verso le terre selvagge. Come i protagonisti del libro, anche io spesso sento questa voglia di esplorare, conoscere, vivere in posti ai confini del mondo e attraverso “Fragile Reverendo nel West” sono riuscito a soddisfare un po’ della mia fame, per così dire, di terra.

  • Quindi anche tu, come i tuoi personaggi, ti senti stretto a Piazza Armerina e vorresti fuggire?
Un tempo avevo voglia di fuggire dal mio paese. Andare via, partire, viaggiare senza fermarmi. Adesso, invece, ho voglia di vivere un luogo che diventi mio. Fuggire non è più la soluzione.

  • Il romanzo è costellato di personaggi che inizialmente sembrano cattivi, depravati o pericolosi, che poi però spesso si rivelano delle brave persone, e i loro atteggiamenti sono sempre dovuti a qualcosa che hanno vissuto in passato. Cosa ci vuoi dire? Ci sono riferimenti alla tua esperienza di vita? Qualcuno potrebbe addirittura definire “buonista” un punto di vista simile. Cosa risponderesti?
Semplicemente non ho mai amato il manicheismo e il bene e il male senza sfumature. I personaggi del romanzo oscillano quasi tutti tra bene e male: a volte compiono efferatezze e altre invece si riscattano. Willie James, il più fedele scudiero del Reverendo, è emblematico. È un personaggio che sembra bonaccione e pacato, ma invece anche lui ondeggia tra bene e male. Mi piace, infatti, che un uomo non sia soltanto buono o cattivo ma abbia invece una sua complessità.
Più che buonista, il punto di vista del romanzo dà fiducia e possibilità di redenzione ai personaggi “negativi” del romanzo, non lasciando il cattivo nel suo stato originale ma raccontando la sua evoluzione.

  • I western di solito sono caratterizzati da pistoleri e saloon (che non mancano nel tuo romanzo) piuttosto che da preti. Il protagonista del tuo romanzo è invece un reverendo che vuole evangelizzare le masse: perché hai scelto questo tema? Perché la religione?
Considera che l’idea di questo romanzo nasce dal titolo di un film degli anni 70’: “Scusi ma dov’è il West”. Il film descriveva in chiave comica le avventure di un rabbino nel Far West. Da questo nacque l’idea. La religione è soltanto un modo per mettere a soqquadro il Far West e dare risalto alla Fragilità umana. Lo immagini un Reverendo che “All’O.K. Corral” dà ordini a John Wayne? Lo immagineresti Burt Lancaster prostrarsi a un prete cattolico?

Inoltre questo tema mi ha permesso di indagare sulle difficoltà di ogni essere umano di accettare il diverso. Nel Far West un Reverendo era un diverso. La paura del diverso fomenta il nostro odio verso qualcosa che noi non codifichiamo come familiare. Credo che ai nostri tempi abbiamo bisogno di parlare e analizzare la paura del diverso. Io ho provato a raccontare come le leggi del West abbiano individuato in un reverendo un personaggio ostile.

  • Spesso il reverendo dichiara di essere convinto che la potenza del messaggio evangelico può sconfiggere tutto e superare qualsiasi ostacolo, ma a volte sembra dirlo più che altro per cercare di autoconvincersi. Cosa significa? Anche tu hai le stesse convinzioni di Fragile?
Significa che la fede non è un principio statico, bensì un elemento dinamico nella vita di ogni persona. I tentativi di autoconvinzione di Fragile avvengono nei momenti di maggiore difficoltà. Io, a differenza di Fragile, non ho ancora deciso di intraprendere un mio cammino di fede e probabilmente questo punto di vista mi ha permesso di raccontare meglio un personaggio lontano come il reverendo. Enk è un uomo e in quanto uomo non ha una fede incorruttibile, ma ha delle debolezze che in fondo lo rendono ancora più simpatico.

  • Lungo il libro, emerge inoltre la tua predilezione per i personaggi vagabondi, sfaticati, buoni a nulla e perdi-tempo. Quelli che in un certo senso sono “fuori dal sistema” (per scelta propria o altrui). Da dove viene questa tua preferenza nel creare tali personaggi?
Un personaggio fuori sistema funge spesso da narratore. Rappresenta un polo di attrazione sia per chi scrive che per chi legge. Il vagabondo è una figura che mi ha sempre affascinato, soprattutto quando, in passato, volevo fuggire dal mio presente e vivere senza regole.
Quando andando in giro vedevo uomini ridotti all’osso nei bar e rimanere immoti per ore e ore a osservare non si sa che cosa, mi sono chiesto: cosa starà pensando? Perché vive in questo suo strano mondo? Perché si è ridotto così? Ciò mi ha spinto a inserire sfaticati e perdigiorno come personaggi in molti miei scritti o a renderli a protagonisti. Chi è fuori dal sistema nei miei scritti ha subito un danno irreparabile dal sistema stesso, che lo ha spinto a fuggire e cercare altre strade.

  • Se esiste, qual è il messaggio complessivo che vuoi trasmettere con la storia di Fragile?
Il romanzo vuole raccontare, attraverso il Far West, una storia umana. Vuole evidenziare come si possa integrare un uomo considerato diverso in una società meschina e spietata come nel Vecchio West. L’integrazione di Fragile nella California del 1880 è una cosa molto difficile ed è un processo lungo e tortuoso che tocca anime abituate a vivere senza regole. Lo sceriffo stesso è uno sconfitto che si ritira perché non è riuscito a garantire il rispetto delle leggi. Fragile, tuttavia, lo smuove, lo risveglia.
In fondo, il titolo dà un’idea di cosa si possa trovare nel romanzo: può un uomo Fragile essere degno di reverenza nel West? E se poi è considerato un diverso? Nel mondo di oggi riusciamo ad accettare le nostre debolezze e quelle altrui?

  • Capisco. Tu stesso ti senti fragile e indeciso?
Non ogni giorno, altrimenti non vivrei più. Però mi è capitato di passare periodi di grande incertezza. Il senso di precarietà che si vive oggi non si percepiva minimamente alcuni anni fa.

  • Ok, adesso dimmi una canzone, un film e un quadro che si potrebbero collegare al tuo libro.

Una canzone che si potrebbe collegare al mio libro è uno dei pezzi più tradizionali e replicati dagli americani: “Man in constant sorrow”.

Il film è “Fratello dove sei” (titolo originale “O Brother, Where Art Thou?”, la cui colonna sonora è proprio Man in constant sorrow). Il film racconta di un’odissea di tre uomini alla ricerca di un tesoro che non c’è. Un viaggio, un punto di arrivo, una ricerca in un mondo mitico e nel quale è possibile raccontare mille storie.

Il quadro a cui penso e che mi ha sempre accompagnato negli anni in molte riflessioni è “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?” di Paul Gauguin, che pone tre domande esistenziali che da secoli mettono in dubbio le reali potenzialità dell’uomo.

  • Bene, grazie per la disponibilità. Prima di salutarci un’ultima domanda: stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
Si. Sto lavorando a tre possibili romanzi. Uno è il seguito di “Fragile Reverendo nel West” che vorrei approfondire anche per raccontare ancora di più personaggi che nel primo libro hanno avuto un ruolo importante, ma di secondo piano. Quindi…a presto!


giovedì 30 marzo 2017

Le politiche di Trump non salveranno il carbone - dal Sole 24Ore

Si sta parlando molto in questi giorni degli atti del presidente USA Trump contro le precedenti scelte di Obama in tema di ambiente e clima. Ma di che si tratta veramente? Quali possono essere gli effetti?
Riporto di seguito un interssante articolo di Sissi Bellomo del Sole24Ore (leggibile qui).

Buona lettura

Non saranno gli editti di Donald Trump, ma le leggi dell’economia a decidere il destino del carbone e degli altri combustibili fossili. È questa l’opinione prevalente nel mondo dell’energia all’indomani del colpo di spugna alle politiche ambientali negli Stati Uniti.

Il nuovo presidente americano, proclamando la «fine della guerra contro il carbone», ha avviato un processo che negli Usa potrebbe effettivamente prolungare la vita a qualche vecchia e inquinante centrale. Le sue mosse non sembrano però sufficienti ad alterare in modo decisivo gli scenari di domanda e offerta, né a livello nazionale, né tanto meno su scala globale. Non a caso i mercati non hanno avuto reazioni rilevanti agli ultimi sviluppi della politica Usa.

La reazione del mercato 
I titoli di alcune società carbonifere – reduci da una crisi drammatica, che ha provocato numerosi casi di bancarotta e migliaia di licenziamenti – si sono rafforzati a Wall Street: in particolare Peabody Energy ha registrato un rialzo di oltre il 10% nelle ultime due sedute. Ma le quotazioni del carbone non hanno registrato grosse variazioni, salvo che in Asia, dove però sono in rialzo per via del ciclone Debbie, che ha costretto a chiudere diverse miniere in Australia.

Il gas, diretto concorrente del carbone nella generazione elettrica, si è mantenuto ai massimi da oltre un mese al Nymex, oltre 3 $/Mtbu, mentre il petrolio – anch’esso in rialzo, sopra 49 $/barile nel caso del Wti – sta rispondendo soprattutto al crollo della produzione in Libia, cui si è unito ieri un forte calo delle scorte di benzina negli Usa.

I rischi – non solo per gli scenari previsionali, ma anche e soprattutto per l’ambiente – diventerebbero molto più concreti se scattasse un effetto emulazione, ossia se altri Paesi decidessero di abbandonare la lotta contro il cambiamento climatico.

Washington non ha ancora deciso se ritirare ufficialmente l’adesione agli Accordi di Parigi, come Trump aveva promesso di fare in campagna elettorale: un passo che persino il gigante del petrolio ExxonMobil esorta ad evitare. Comunque sia, una volta smantellate le misure di Obama per la riduzione dei gas serra, è ben difficile che riesca a rispettare gli impegni di Parigi (gli accordi peraltro non prevedono sanzioni).

Tempi lunghi 
Il Clean Power Plan, in particolare, imponeva alle utilities di ridurre le emissioni di Co2 delle centrali elettriche del 32% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. Trump comunque non ha potuto abrogarlo per decreto, ma solo avviare la sua revisione. «Questa è solo la prima mossa di una lunga partita a scacchi, che durerà anni – avverte Richard Revesz, giurista della New York University – La questione potrebbe non essere risolta prima del 2020, quando ci saranno nuove elezioni presidenziali». Sarà infatti necessario avviare nuovi processi di consultazione, complicati dall’opposizione degli ambientalisti e di molte forze politiche, ed è probabile che ci saranno anche numerose battaglie in tribunale.

Nel frattempo difficilmente le utilities cambieranno i piani di investimento, che rispondono a strategie economiche di lungo periodo. Il ceo di Duke Energy Corp, Lynn Good, è stato molto chiaro in proposito: «Visto il prezzo competitivo del gas e la discesa dei costi delle rinnovabili continuare a tagliare le emissioni di Co2 per noi ha senso». La società non rinuncerà quindi al piano decennale, che prevede di investire 11 miliardi di dollari in centrali a gas o fonti rinnovabili (a scapito del carbone).

Quello di Duke Energy è un orientamento molto diffuso nel settore, rafforzato dal fatto che alcuni Stati – come la California e lo Stato di New York – non hanno alcuna intenzione di fare passi indietro nelle politiche contro il climate change. Anzi, proprio in questi giorni le hanno rafforzate.

La chiave è nei prezzi 
Al di là degli aspetti regolatori, le variabili chiave sono comunque da un lato il prezzo delle risorse e dall’altro il costo e il grado di sviluppo delle tecnologie. Del resto è stato durante la presidenza di Obama, più sensibile ai temi ambientali, che la produzione di idrocarburi negli Usa ha vissuto uno dei periodi di maggiore sviluppo nella storia, grazie allo sfruttamento dello shale gas e dello shale oil. E negli stessi anni il carbone ha perso terreno nella competizione tra fonti: la sua quota nel mix di generazione Usa è scesa dal 50% di una decina di anni fa al 30% nel 2016, quando è stato superato dal gas, che essendo più economico è salito al 34%.

La produzione di carbone negli Usa – non certo per colpa di regolatori occhiuti – è crollata ai minimi da quarant’anni nel 2016 e dal 2011 l’industria ha perso circa 60mila addetti, vittime della crisi ma anche dell’automazione dei processi estrattivi. Ora restano appena 77mila minatori nel Paese e nonostante la propaganda di Trump è improbabile che il loro numero crescerà. Anche la rimozione della moratoria sulle licenze minerarie in terreni federali per ora non interessare a nessuno: le società carbonifere assicurano di avere riserve più che sufficienti per molti anni a venire.

mercoledì 1 febbraio 2017

Benefici ambientali ed energetici dell'auto elettrica

La mobilità elettrica può garantire sostanziali benefici ambientali ed energetici, soprattutto in ambito urbano, e può costituire nel medio periodo un’importante leva per il conseguimento degli obiettivi che l’Italia condivide con l’Unione Europea dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Parigi sul cambiamento climatico.
Il sistema dei trasporti si inserisce infatti nel più ampio target della decarbonizzazione assunto dall’Europa e dai paesi europei. Per raggiungere tale obiettivo, è necessario incrementare in maniera sostanziale il livello di elettrificazione dei consumi finali, in particolare nel settore termico e dei trasporti.  

La mobilità elettrica consente in sostanza di riportare anche nei trasporti le riduzioni di intensità di emissioni di anidride carbonica, che derivano dallo sviluppo di impianti termoelettrici ad alta efficienza ed a gas naturale, dallo sviluppo delle fonti rinnovabili, dalla preferenza accordata a meccanismi di mercato come l’ETS. I benefici che deriverebbero da una crescita significativa della mobilità elettrica si possono quantificare in maniera precisa. Il basso impatto ambientale derivante dall’utilizzo di un veicolo elettrico è infatti dovuto alla disponibilità di energia necessaria al suo funzionamento che ha ormai limitati impatti ambientali e climalteranti. Infatti il settore elettrico italiano sta attraversando una fase di profondo cambiamento, caratterizzata da un forte aumento della quota di produzione da fonti rinnovabili e questo trend è destinato a continuare in futuro, in linea con i nuovi obiettivi europei al 2030, che prevedono un incremento del peso delle fonti rinnovabili destinate alla produzione di energia elettrica, fino al 45% del consumo finale lordo. Il risultato è che, per il 2015, il fattore medio di emissione sui consumi finali è stato pari a 316 gCO2/kWh (-45% rispetto al 1990!), mentre è ragionevole ipotizzare al 2030 un fattore medio di emissione sui consumi finali dell’ordine di 280 gCO2/kWh.
In questo contesto, la diffusione dei veicoli elettrici – proprio perché accoppiata alla crescente generazione da fonti rinnovabili e da un impianti termoelettrici ad alta efficienza – contribuirebbe sia alla riduzione nell’utilizzo di fonti primarie fossili (e quindi ad un miglioramento della “bolletta energetica”) sia al raggiungimento degli obiettivi afferenti le emissioni climalteranti.
Il veicolo elettrico è già oggi in vantaggio rispetto alle altre tipologie di veicoli: sulla base delle emissioni 2015, un veicolo elettrico emette indirettamente tra 40 e 60 grammi di CO2 per chilometro, a fronte dei 115 grammi medi dei veicoli mossi da motori a combustione interna, mentre sulla base delle emissioni al 2030 questi valori saranno pari, rispettivamente, a 30/40  e 95 grammiCO2/km (quest’ultimo è l’obiettivo europeo sulle emissioni di CO2 del parco veicolare nuovo a partire dal 2021). .
Altro sostanziale vantaggio è quello assicurato sulla qualità dell’aria, che assume importanza fondamentale nei centri urbani e nelle are densamente popolate. I veicoli elettrici allo scarico semplicemente non emettono nessuno degli inquinanti atmosferici che hanno diretto impatto sulla salute come il particolato (PM10, PM 2,5), gli ossidi di azoto (NOx), gli ossidi di zolfo (SOx), gli idrocarburi incombusti (THC), il monossido di carbonio (CO) e i composti organici volatili (COV).
Infine, si deve sottolineare la   forte riduzione dell’impatto acustico, scomparendo quello dovuto alla combustione e che quindi  limitato unicamente a quello dovuto  al rotolamento dei pneumatici.In sostanza  i benefici ambientali in ambito urbano, dove più pressante è il problema dell’inquinamento atmosferico, sarebbero consistenti e migliori anche rispetto ai più moderni veicoli EURO 6.

In questo quadro, vale la pena di sviluppare un esercizio di stima e valorizzazione, verificando quali effetti avrebbe la ipotetica e semplice sostituzione degli autoveicoli in circolazione “euro 2” immatricolati nel 2000 (si ipotizza una percorrenza media di 5000 km, cioè di un utilizzo in ambito urbano). Nel caso di introduzione di veicoli EURO 6 con emissioni di CO2 in linea con gli obiettivi di emissione al 2020, si avrebbe una riduzione complessiva di circa il 40% di CO2, del 70% di NOx&THC ed un risparmio energetico del 35%. Mentre nel caso di introduzione di veicoli elettrici, si avrebbe una riduzione complessiva del 70% di CO2, del 100% di NOx&THC ed un risparmio energetico di circa il 70%.


Certamente, la mobilità elettrica imporrà un significativo sviluppo infrastrutturale, ma si tratta di interventi relativamente semplici da adottare, a fronte dei quali si paleseranno importanti vantaggi rispetto ad ogni altra tecnologia, anche senza salti tecnologici, per l’assenza di emissioni di sostanze inquinanti e la costante riduzione dell’impatto climalterante dovuto  al continuo trend di decarbonizzazione della generazione elettrica.

venerdì 23 dicembre 2016

I dati sulla gestione dei rifiuti in Italia, Sicilia, provincia di Enna e Piazza Armerina.

L’ISPRA ha presentato alcuni giorni fa il Rapporto Rifiuti Urbani 2016. Ho dato un’occhiata per fare un quadro della situazione nazionale, regionale (Sicilia), provinciale (Enna) e comunale (Piazza Armerina). Ecco cosa ne è uscito fuori.

Italia

La fotografia scattata dall'Ispra mostra un calo nella produzione nazionale di rifiuti: 29,5 mln di tonnellate nel 2015, -0,4% rispetto al 2014. Nell’ultimo triennio, la produzione pro capite (cioè i kg di rifiuti urbani prodotti in un anno da ogni abitante) rimane sostanzialmente invariata, attestandosi, nel 2015, a 487 kg/abitante per anno. La contrazione più contenuta del dato pro capite rispetto a quello di produzione assoluta è dovuta a una contestuale decrescita della popolazione residente (-0,2% tra il 2014 e il 2015).



Lo smaltimento in discarica è diminuito del 16% ma interessa ancora il 26% dei rifiuti urbani. Il 18% dei rifiuti è invece avviato a recupero di materia della frazione organica e oltre il 26% al recupero delle altre frazioni merceologiche. Il 19% è incenerito, mentre circa il 2% è destinato a impianti produttivi, come cementifici e centrali termoelettriche, per essere utilizzato all'interno del ciclo produttivo e per produrre energia. Il 3%, infine, è inviato a ulteriori trattamenti quali la raffinazione per la produzione di CSS o la biostabilizzazione, mentre l'1% è esportato, principalmente verso Austria e Ungheria.

Cresce la quota di raccolta differenziata, che si attesta al 47,5% della produzione, +2,3% sul 2014.



L’analisi dei dati mostra anche che l’incenerimento non sembra determinare un disincentivo alla raccolta differenziata, come risulta evidente per alcune regioni quali Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Campania e Sardegna. In queste regioni, infatti, a fronte di percentuali di incenerimento pari rispettivamente al 45%, 22%, al 33%, 28% ed al 21% del totale dei rifiuti prodotti, la raccolta differenziata raggiunge valori elevati (rispettivamente del 59%, 63%, 57%, 48%, 56%). 

Segnalo comunque che la direttiva 2008/98/CE non prevede obiettivi di raccolta differenziata ma fissa specifici target per la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di specifici flussi di rifiuti, quali i rifiuti urbani e i rifiuti da attività di costruzione e demolizione.
Infatti Raccolta differenziata e riciclaggio non sono affatto la stessa cosa: la prima è un sistema di gestione/raccolta dei rifiuti, il secondo è invece un sistema di smaltimento vero e proprio dei rifiuti. Nel 2015, ad esempio, a fronte di una percentuale di raccolta differenziata del 47,5%, si è avuta una percentuale di riciclaggio del 44%.

Dati negativi riguardano il costo medio pro capite dei servizi di igiene urbana, che sale a 167,97 euro/anno nel 2015, +1,7% sull'anno precedente.



Regione Sicilia 

In Sicilia nel 2015 sono stati prodotti totale 2.350.191 tonnellate, valore praticamente stabile rispetto al 2014. Quindi la Sicilia produce circa l’8% dei rifiuti urbani nazionali. La produzione pro-capite è di 463 kg/ab*anno, quindi un valore più basso di circa il 5% rispetto alla media nazionale, e minore di quasi il 30% rispetto all’Emilia Romagna, che è la regione con il valore di produzione pro-capite più alto di tutta Italia (642 kg/ab*anno). 

L’83% dei rifiuti è ancora smaltito in discarica (nel 2013 era il 93%), contro il 5% della Lombardia. La Sicilia inoltre continua ad essere il fanalino di coda italiano per le percentuali di Raccolta Differenziata: 12,8% nel 2015, con un progresso praticamente nullo dal 12,5 % del 2014. La Calabria, che è la penultima regione in classifica, ha una percentuale di raccolta differenziata di circa il doppio. 

L’ISPRA segnala che “In alcune regioni come Lazio, Campania, Sicilia, lo scarso sviluppo impiantistico delle infrastrutture deputate al trattamento della frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata rappresenta un elemento che sta fortemente condizionando l’attuazione di un ciclo di gestione corretto.”


Provincia di Enna

Nella provincia di Enna, nel 2015 sono state prodotte 60.913 tonnellate di RU, in calo di circa il 3% rispetto al 2014. La provincia di Enna è la provincia siciliana con la più bassa produzione totale di rifiuti urbani.

La percentuale di raccolta differenziata nella provincia di Enna è, ahimè, tra le più basse d’Italia: 10,8% nel 2015. Tale dato va però un po’ contestualizzato, segnalando che si è avuto un incremento di quasi 5 punti percentuali in un solo anno (nel 2014 la percentuale era infatti del 6,1%): nel 2014 la provincia di Enna era ultima in Sicilia (e in tutta Italia!!), invece nel 2015 è “salita” al 6° posto su 9 province.


Piazza Armerina

A Piazza Armerina da circa due anni è iniziata la raccolta differenziata, arrivando ad un percentuale del 56%, secondo gli ultimi dati (non ISPRA). Guardando i dati della figura soprastante, ci accorgiamo come nel nostro paese abbiamo raggiunto livelli pari a quelli di regioni virtuose come Emilia Romagna, Sardegna e Piemonte. Va inoltre segnalata la bella realtà dell’Ecopunto, che ha ricevuto menzioni particolari anche a livello nazionale. 

Ciononostante, non vanno dimenticate le tante inciviltà che ogni giorno vediamo accadere sulle nostre strade, e davanti alle quali dovremmo forse alzare un po’ più la voce facendo rispettare le regole, piuttosto che girarci dall’altra parte. 


In conclusione, per la Sicilia la situazione è tutt’altro che rosea, anche se alcuni buoni segnali ci sono (come nel caso di Piazza Armerina) ma il lavoro da fare è ancora tantissimo e a tutti i livelli: culturale, politico e tecnologico. Quindi…Buon lavoro a tutti!!