domenica 6 settembre 2015

Il verbo Potere - discorso del Generale dalla Chiesa

1 maggio 1982, Il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Prefetto di Palermo, incontra i Maestri del Lavoro a Palermo il giorno dopo l’assassinio di Pio La Torre.
La parte centrale del discorso, quella sul "potere", mi fa semplicemente venire i brividi.

Buona lettura. 


Signori, come titolare dell'organizzazione di questa manifestazione e non come padrone di casa, perche' il padrone di casa e' la Camera di Commercio, avrei dovuto parlare per primo per dare non solo il benvenuto ma anche l'augurio per una festa, per una manifestazione di gioia; parlo per ultimo perche' avrebbe dovuto essere tra noi il rappresentante del Governo nella persona dell'On. Mannino che, all'ultimo momento, non ha potuto venire. Parlare per ultimo non significa parlare meglio perche' molto bene hanno parlato tutti coloro che mi hanno preceduto e, per ultimo, il rappresentante della Regione, che, con tanta semplicita', con tanta vibratilita', ha detto quello che e' nell'animo di tutti noi. Avrei voluto che questa manifestazione, la prima alla quale nella mia veste nuova vado partecipando, significasse, veramente e soltanto, gioia; gioia per chi ha raggiunto un traguardo fatto di sacrifici, di rinunzie e di lavoro.
Purtroppo dobbiamo avvertire, e cogliere, e sottolineare questa atmosfera che certamente ci rende consapevoli della gravita', del gravissimo episodio che, come episodio, turba, ma, come episodio inquadrato in qualcosa di più vasto, deve scuoterci, deve renderci veramente coscienti che dobbiamo stare uniti e insieme, tutti. Se e' vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere ne' ai prevaricatori, ne' ai prepotenti, ne' ai disonesti. 

Potere puo' essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma e' anche un verbo, un verbo al quale ho sentito attingere sia dal Cavaliere del Lavoro Spadafora, sia dal Presidente dei Maestri, sia da tutti.
Potere; l'ho sentito questo verbo. Ebbene, io l'ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che cosi' estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l'interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che e' fatta, e' fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi assommano in numero in sessanta, ma che rappresentano tutta la Sicilia, rappresentano non solo la città di Palermo, non solo questa capitale bellissima dell'isola, ma rappresentano gli angoli piu' remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra.
E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perche' anche chi e' animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillita', la serenita'.

Ma non voglio dimenticare i festeggiati perche' e' da loro, dalla loro lunga parentesi di vita, dai 25 ai 40 anni, so che saranno premiati, e so cosa significano anche i 40 anni perché sono lunghi da passare, sono fatti di tormenti, di ansie, di preoccupazioni, anche di gioie e di soddisfazioni sempre piu' rare che non le prime. Ma alla fine esiste un patrimonio da trasmettere, quel patrimonio che e' fatto di sacrificio, che e' fatto di rinunzie, di tormenti, ma e' fatto anche di qualcosa che si e' costruito per gli altri, che si e' donato, che deve essere trasmesso, e che deve essere recepito nella veste migliore.
Io dico grazie, a nome del Governo, a questi bravi Maestri del Lavoro, a quelli che li hanno preceduti, a quelli che li seguiranno, perche' sul loro esempio, sul loro donare senza chiedere, sul loro procedere senza avanzare né iattanza né ribalta, noi sappiamo di poter contare su una convivenza davvero fattiva, ma anche producente di quei valori morali di cui qua oggi si e' discorso.
Non vado avanti, vi dico bravi e vi invito a credere.

venerdì 4 settembre 2015

Accogliere - di Giovanni de Mauro

Articolo di Giovanni De Mauro, sull'Internazionale.
Storie che restituiscono un senso all'idea di Europa.

Buona lettura.

Padre Efstratios Dimou è un prete ortodosso di 57 anni. Tutti lo chiamano Papa Stratis. Vive nel villaggio di Kalloni, sull’isola di Lesbo, in Grecia. “Ogni giorno arrivano tra le cento e le duecento persone”. Rifugiati che hanno bisogno di aiuto. Papa Stratis, insieme a un gruppo di volontari, gli dà pane, acqua, latte, scarpe, vestiti, coperte, lenzuola. 

Dominique Mégard ha 66 anni. È un informatico in pensione e vive nel nord della Francia. Va tutti i giorni nell’accampamento di Calais con un paio di generatori elettrici, così i migranti che vivono lì possono ricaricare i loro telefoni e restare in contatto con le famiglie.

Sarah Morpurgo coordina a Londra The bike project, un gruppo di meccanici che ripara vecchie biciclette per i rifugiati che arrivano nella capitale britannica. 

Angelique e Onno Bos erano in vacanza a Lesbo con i quattro figli. La sera prima di tornare a casa, in Olanda, hanno deciso di cancellare il volo per restare ad aiutare i rifugiati che per tutta l’estate sono sbarcati sull’isola. 

Jaz O’Hara ha 25 anni e fa su e giù tra il Kent, dove vive, e Calais, in Francia. Porta gli aiuti che raccoglie tra i suoi amici su Facebook.

Food not bombs è un gruppo di volontari che preparano da mangiare per le famiglie di migranti che arrivano a Budapest: cucinano con gli ingredienti donati dai mercati della città. 

Szeged è una città nel sud dell’Ungheria, al confine con Serbia e Romania. Decine di abitanti si sono organizzati per dare assistenza legale ai rifugiati di passaggio. Il gruppo si chiama MigSzol Szeged.

Da mesi decine di volontari si danno il cambio per preparare da mangiare al Baobab di Roma, l’unico centro d’accoglienza in Europa gestito dagli stessi migranti. 

Mareike Geiling e il suo fidanzato, Jonas Kakoschke, vivono a Berlino. Hanno lanciato un sito, Flüchtlinge willkommen, per mettere in contattoi migranti con i berlinesi che vogliono ospitarli. Più di settecento persone hanno già deciso di aprire le loro case. Fethullah Üzümcüoğlu ha 24 anni, 

Esra Polat ne ha 20. Si sono appena sposati e hanno deciso di usare tutti i soldi della lista di nozze per dare da mangiare ai rifugiati siriani di passaggio nella loro città, Kilis, nel sud della Turchia, al confine con la Siria. Nelle foto del loro matrimonio li si vede ancora vestiti a festa mentre servono da mangiare a una fila di persone. Quattromila in un pomeriggio.

In tutta Europa si moltiplicano le storie di comuni cittadini che decidono di accogliere i migranti e di aiutarli, di organizzarsi per fare quello che politici e governi dovrebbero fare ma non fanno. Sono storie che non finiscono in prima pagina e non aprono i telegiornali, ma restituiscono un senso all’idea di Europa.

giovedì 30 luglio 2015

"Io Ricordo" i morti di mafia.

Questi giorni di luglio, per un siciliano che ha un po' di memoria del passato, sono segnati anche da tanti anniversari di morti da non dimenticare: Paolo Borsellino, Boris Giuliano e Rita Atria, ad esempio.
Rita si è ammazzata il 26 luglio '92, una settimana dopo l'uccisione di Borsellino. Aveva 18 anni.
Qui sul blog ho pubblicato il suo fortissimo tema di maturità, scritto quello stesso anno, dopo l'uccisione di Falcone.

Oggi, ho trovato alcuni video che meritano veramente di essere visti.
Il primo è il trailer di "Io Ricordo" un lungometraggio di Ruggero Gabbai dove i genitori, fratelli e sorelle, gli orfani delle vittime di mafia, con un linguaggio semplicemente vero e commovente, mettono a nudo la dignità del proprio dolore e raccontano chi erano le persone che la mafia ha ucciso.



Il secondo video è una serie di spot riguardanti la campagna "ritroviamo l'onore" contro il pizzo in Sicilia. Purtroppo non sono stati trasmessi in televisione.


Sono orgoglioso di essere siciliano.
Odio la retorica e le frasi fatte, soprattutto su temi come questo, quindi non scrivo nient'altro.

venerdì 29 maggio 2015

Buonisti un cazzo

Questo articolo è di Alessandro Gilioli (l'Espresso).
La "cesura" tra cultura ed etnia che viene spiegata è realmente chiarificatoria ed utile, soprattutto per chi in contesti simili ci vive, e, a volte, non sa più cosa pensare. Ecco, in quei momenti, arriva il Salvini di turno che ti dà la risposta più rapida, più semplice, più pericolosa.
Oppure cerchi di non arrenderti al facile odio etnico, e questo articolo di Gilioli, secondo me, aiuta a continuare ad avere la "bussola etico-sociale" su come pensarla.
Per questo tentativo di non arrendersi al puro "odio tecnico", ci si può anche sentir dire buonisti, di tanto in tanto. Ecco, se vi capita, rispondete semplicemente con il titolo di questo articolo.

Buona lettura.

Questa mattina i bambini rom della baraccopoli sotto l'ospedale San Filippo Neri, a Roma, non sono andati a scuola: le famiglie avevano paura che venissero picchiati o che qualche genitore impedisse il loro ingresso in classe. In quanto rom.

Stiamo attenti, state attenti, perché quello che sta succedendo è la proiezione su un'etnia (attenzione: in quanto etnia, cioè con quei tratti e quella lingua) del comportamento criminale di altri membri dell'etnia stessa. Esattamente come se negli Stati Uniti, negli anni Trenta, i bambini figli d'italiani non fossero andati a scuola - in quanto italiani -  temendo ritorsioni per una strage compiuta dalla mafia siciliana.

Stiamo attenti, state attenti, perché la cesura è sottile ma decisiva. Ed è la cesura tra cultura (cioè usi, abitudini diffuse, codici comportamentali che si tramandano in famiglia) e appartenenza etnica, cromosomica, genetica. Il passaggio, ripeto, sembra una sciocchezza ma è dirimente ed è già avvenuto. Non solo nella peggiore destra rancida (Salvini, Libero, il Tempo) ma un po' anche a sinistra, laddove si identifica come «problema» un'etnia (un'intera etnia!), e non le abitudini comportamentali e subculturali che in quell'etnia si sono tramandate, che ovviamente  non hanno nulla di etnico e di genetico, ma sono appunto comportamentali e subculturali: pertanto si possono gradualmente estinguere solo con una contaminazione culturale, non con la criminalizzazione di un'etnia («i Rom sono la feccia della società», onorevole Gianluca Buonanno), né con la identificazione di un'etnia come problema.

Stiamo attenti, state attenti, perché il superamento più o meno consapevole e ragionato di questa membrana logica - cioè la confusione tra etnia e comportamenti culturali - non è che porta alla spartizione del campo tra leghisti e buonisti, tra legalitari e permissivisti, tra destra e sinistra. Proprio no. Porta, semplicemente, alla guerra interetnica sotto casa. Oggi con gli zingari, domani con altre minoranze. Che non gradiranno l'idea di non poter mandare il bambino a scuola perché qualcuno della loro stessa etnia ha commesso un reato. E si organizzeranno di conseguenza.

D'altro canto si sa da settant'anni che la rivolta del ghetto di Varsavia è l'unica risposta ragionevole al razzismo. E che ha avuto l'unico difetto di avvenire troppo tardi. Con i razzisti, buonisti un cazzo.

mercoledì 27 maggio 2015

Io so cos'è la fame - Settimio Damiani

100 anni dalla grande guerra. Ascoltando il BBC World Service oggi ho scoperto la storia di Settimio Damiani e del suo diario. Un diario della prima guerra mondiale. 
Propongo il breve video di Rai Storia in proposito: a molti, le ultime parole di Settimio, faranno ricordare le parole dei nostri nonni. Sembra impossibile ma è così: durante la guerra, i soldati italiani avevano un ulteriore nemico, la fame. 
La fame nera, come cantavano i Mercanti di Liquore. 

Buona visione.

lunedì 11 maggio 2015

Poesia di Felicia Impastato

9 maggio 1978, Peppino Impastato viene ammazzato.
La poesia che pubblico è della madre di Peppino, Felicia.

Buona lettura.

Chistu unn’è me figghiu.
Chisti un su li so manu
chista unn’è la so facci.
Sti quattro pizzudda di carni
un li fici iu.

Me figghiu era la vuci
chi gridava ’nta chiazza
eru lu rasolu ammulatu
di li so paroli
era la rabbia
era l’amuri
chi vulia nasciri
chi vulia crisciri.

Chistu era me figghiu
quannu era vivu,
quannu luttava cu tutti:
mafiusi, fascisti,
omini di panza
ca un vannu mancu un suordu
patri senza figghi
lupi senza pietà.

Parru cu iddu vivu
un sacciu parrari
cu li morti.
L’aspettu iornu e notti,
ora si grapi la porta
trasi, m’abbrazza,
lu chiamu, è nna so stanza
chi studìa, ora nesci,
ora torna, la facci
niura come la notti,
ma si ridi è lu suli
chi spunta pi la prima vota,
lu suli picciriddu.

Chistu unn’è me figghiu.
Stu tabbutu chinu
di pizzudda di carni
unn’è di Pippinu.

Cca dintra ci sunnu
tutti li figghi
chi un puottiru nasciri
di n’autra Sicilia.

venerdì 24 aprile 2015

Angelo Lionti, un partigiano piazzese.

Per me il 25 aprile è sempre stata una data molto importante, sarà un caso, ma è anche il giorno di San Marco.
L'intervista che segue è tratta dal libro "Per non dimenticare", raccolta di testimonianze di reduci della II guerra mondiale, curata da Ignazio Nigrelli.
Anche Piazza Armerina ha una storia della Resistenza da raccontare.

Buona lettura.

Mi chiamo Lionti Angelo e sono nato a Piazza Armerina il 25.8.20. Quando scoppiò la guerra ero già sotto le armi quale Carabiniere presso la Legione allievi a Roma, da qui fui trasferito al Gruppo Carabinieri di Pastrengo V.LE Romania: poiché si doveva costituire una sezione celere aderii volontario e ai primi di Gennaio fui trasferito in Albania presso la 384 sezione Celere. Ci imbarcammo a Bari e sbarcammo a Durazzo, eravamo una settantina di cui metà motociclisti e metà a cavallo, io appartenevo alla sezione a cavallo. Qui potei assistere, già il primo giorno di arrivo, ad un cruento bombardamento ad opera dei greci che produsse diversi danni agli alloggi ove eravamo destinati. Da Durazzo fui trasferito ad Elbasan ove cominciai il mio servizio presso il Comando dell'Armata, io fui destinato al servizio di smistamento dei prigionieri. Qui non ho nulla di particolare da evidenziare se non diversi bombardamenti perpetrati dai greci. Rimasi in Albania fino alla capitolazione della Grecia e Jugoslavia (aprile 1942), da qui il mio reparto fu trasferito in Kosovo, e precisamente a Pec, ove attualmente c'è il nostro contingente di soldati e posso dire che fummo destinati a vigilare sull'incolumità dei residenti i quali subivano continue aggressioni da parte dei serbi, così come avviene oggi. 
Successivamente siamo rientrati a Tirana, io da qui fui trasferito a Firenze ed ammesso al corso per sott'Ufficiali (ottobre 1942).Quale vice brigadiere fui destinato a Roma in forza alla stazione di Ponte Milvio prima e a Monte Mario dopo, siamo già nel 1943. Ricordo che spesso facevo servizio lungo la strada ove abitava la sig.ra Petacci. Dopo di che fui inviato a comandare un posto fisso, sempre a Roma, con oltre settanta uomini,. (aprile-maggio 1943).Da qui potei assistere alla caduta del fascismo e alla ascesa di Badoglio (25 luglio 1943). Fu proprio il mio gruppo, nella persona del maresciallo maggiore Osvaldo Antichi che ebbe l'incarico di custodire Mussolini: a tale proposito debbo dire che la scelta dell'Arma per la sua custodia fu voluta personalmente dallo stesso duce, ciò però ci alienò le simpatie dei fascisti da cui ci dovevamo continuamente guardare; diventammo un reparto a rischio in quanto preso di mira dai fascisti. Arriva così la notizia dell'armistizio. Assistetti allo smembramento del nostro esercito, chi fuggiva a destra e chi a sinistra. 
Io assieme ad altro commilitoni decidemmo di rimanere e lottare partecipando all'organizzazione che il generale dei Carabinieri Filippo Caruso aveva creato, il "centro clandestino" dei carabinieri contro l'occupazione nazista di Roma, nota come "banda Caruso", appunto. Gli ordini erano di agevolare la ritirata dei tedeschi e reagire solo nel caso in cui avessimo riscontrato resistenza. Ricordo che pur di espletare il mio dovere vivevo continuamente affrontando il pericolo e con mezzi di fortuna. Una volta dormivo in un sottoscala, un'altra dentro un tram ecc. Si sopravviveva con espedienti. Ad ogni modo riuscii a mettere assieme un gruppo di uomini, non solo Carabinieri ma anche qualche civile, e costituire una resistenza ai tedeschi che ci davano continuamente la caccia, soprattutto lo squadrone fascista di Pollastrini.. 
Ricordo diverse azioni in cui sottraemmo molte armi ai tedeschi, per esempio, il 20 settembre del 1943, con altri, riuscì ad entrare e prelevare una mitragliatrice Breda, due fucili mitragliatori con più di 2000 colpi nella polveriera dell"Acqua Traversa", già occupata dai tedeschi, il 25 settembre '43 assieme al carabiniere Antonio Ceci disarmammo due tedeschi in Viale delle Medaglie d'Oro, il 20 ottobre sempre di quell'anno rubai due mitra da una camionetta tedesca lasciata incustodita. Il 7 ottobre ero riuscito a sottrarmi alla cattura dei tedeschi e a mettere in salvo tutti i carabinieri del Posto Fisso del Forte di Monte Mario, mettendo in salvo tutte le armi in dotazione nascondendole in piccoli depositi in un bosco vicino. Il 10 ottobre del 43, dopo nuovi accordi con il maresciallo Antichi, formai la mia squadra, costituì anche un plotone di 30 civili armati abitanti a Belsito, in Viale delle Medaglie d'Oro e in via Trionfale. Il 28 ottobre del '43 mi introdussi nella sede della Legione dei Carabinieri del Lazio e portai via dei timbri per timbrare licenze false per far ottenere le carte annonarie a parte dei carabinieri sbandati. Nel dicembre del '43 riuscì impedire che un deposito di armi clandestino sotto il forte di Monte Mario venisse consegnato ai tedeschi, convincendo un maresciallo maggiore a non rivelarne l'esistenza. Alla fine del 1943 cercai di organizzare un attentato contro il maresciallo Kesserling: avevo saputo che frequentava abitualmente la villa del conte Miani requisita dai tedeschi: dopo un pedinamento e sopralluoghi, il gruppo da me preparato pronto, venni consigliato di soprassedere per non compromettere la popolazione civile, sempre a dicembre cercai di far saltare una potente stazione radio trasmittente al forte di Monte Mario, ma le bombe tedesche che dovevo usare non potevano distruggere la fortissima difesa delle strutture e dei venti uomini di guardia, perciò dovetti desistere, anche perché il tentativo fu scoperto e sparando colpi di pistola riuscì ad eclissarmi. 
Nel gennaio del 44 fui avvertito che il capitano tedesco Lank e il repubblichino Patrizi avevano disposto il mio arresto e perciò dovevo allontanarmi dalla zona di Monte Mario. Nel '44 ricordo altri episodi tra i quali il salvataggio di diversi prigionieri alleati spostandoli dalla località di Prati in una villetta di Via Flaminia; assieme all'avvocato Rodolfo Passerini e al dottore Barela accompagnammo un soldato britannico, William Harris, alla villetta, in pieno mezzogiorno, mentre i tedeschi presidiavano la zona. Nell'aprile del '44, grazie ad alcune conoscenze andai al Ministero dell'Africa Italiana e ritirai molti caricatori di mitra e diverse bombe a mano che poi nascosi nell'orto della fornaia di Belsito. Inevitabile fu la loro reazione: si intensificarono i rastrellamenti e le esecuzioni. 
Avevo trovato rifugio in via Clivo di Cinna, verso le ore 23, a causa di un tradimento anch'io, assieme ad alcuni dei miei uomini, fui arrestato; già in quel rifugio cominciarono a interrogarmi: domande e colpi di scudiscio si alternavano, ma io non volli e non potevo tradire; da lì mi ordinarono di uscire, io li precedevo di alcuni passi, perciò, riuscì di nascosto a tirare dalla tasca la nota scritta dei miei compagni e ingoiarla. Fui condotto in carcere a Regina Coeli, nel III Braccio, in una cella individuale, era il 2 maggio 1944. Qui fui più volte "interrogato" sia da italiani sia da tedeschi e picchiato selvaggiamente per farmi confessare i nomi dei miei carabinieri che lottavano contro i tedeschi. Non dissi mai una parola e a causa di ciò erano talmente i pestaggi che subivo che spesso svenivo dal dolore: usavano lo scudiscio e bastoni muniti di chiodi. Conservo ancora la foto della camicia che indossavo, tutta macchiata di sangue. Venni interrogato per circa dodici volte dal 2 al 17 maggio, con bestialità, brutalmente, ma da me non ebbero mai la confessione. 
Tentarono di farmi contraddire mettendomi a confronto con altri prigionieri che conoscevo e che mi conoscevano, senza riuscire a piegarmi ai loro voleri, nonostante il mio corpo fosse ormai ridotto ad una piaga, nonostante non potessi più dormire per il dolore. Le mie condizioni erano tali che due dei medici del III Braccio di nascosto mi passavano delle pillole calmanti che lenivano un po' il dolore, dandomi così la felicità di qualche ora di sonno. In carcere conobbi un piazzese di nome Saverio Arcurio con cui organizzai un comitato che si incaricò di redigere un piano per l'evasione dei detenuti. Avevamo diversi problemi tra cui quello che riguardava l'evacuazione di diverse donne, per lo più mogli di alti ufficiali italiani datisi alla macchia; non potendo arrestare i mariti avevano pensato di detenere le mogli. Venne però il tempo del processo che si svolse il 31 maggio 1944: nell'arco di un pallido pomeriggio uno squallido tribunale germanico dopo un interrogatorio farsa mi condannò alla pena capitale mediante fucilazione. Ritornai in carcere con l'animo di chi doveva essere ucciso da lì a qualche giorno. Dentro di me venivano in mente tanti pensieri, i miei affetti più cari, la mia terra di Sicilia, Piazza
Non mi perdetti d'animo, anche perché sentivamo le confortanti notizie sull'arrivo imminente degli alleati. Ma un giorno ascoltammo dei passi sinistri lungo i corridoi di Regina Coeli. Era il plotone di esecuzione che veniva a prelevare i condannati a morte. Diverse esecuzioni furono messe in essere, io però mi salvai grazie alla fortuna e ad uno stragemma che mi consentì di sopravvivere e di raccontare la mia vicenda. Di lì a poco i tedeschi si ritirarono e i nostri custodi diventarono gli austriaci, oltre ai collaborazionisti italiani. Prendemmo coraggio ed un giorno decidemmo la sommossa. 
La mattina del 4 giugno '44 ci tenemmo tutti pronti per un'azione di forza contro i nostri sicari; il comandante Saverio Arcurio riuscì a "convincere" la guardia armata che tutti eravamo disposti a vendere cara la nostra pelle, alle ore 12 ci ritrovammo nuovamente fuori, ma con un'aria diversa, non c'erano più tedeschi. I'indomani cercai di riprendere contatto con i miei uomini, però non fu possibile; a Belsito trovai altri carabinieri e patrioti coi quali accerchiammo e costringemmo alla resa due militi fascisti, cercai di bloccare il vicebrigadiere della PAI Gragnani che però riuscì a sfuggirmi e a dare l'allarme alla vicina caserma della PAI dalla quale vennero fuori 18 uomini che alla fine pensarono bene di darsela a gambe abbandonando nelle nostre mani la caserma dove trovammo anche l'elenco della squadra del fascista Gragnani.
Io non potei partecipare all'arrivo degli americani a Roma in quanto fui inviato in convalescenza a causa delle ferite riportate durante gli i pestaggi cui venivo sottoposto in carcere. Quando ritornai a Roma, a guerra già finita e col grado di Maresciallo, fui inviato a comandare la Stazione di S. Pietro; sono stato io ad intervenire e a sedare la prima rivolta di detenuti comuni del dopoguerra nel carcere di Regina Coeli in Roma.