venerdì 4 febbraio 2022

Buon compleanno Grand Central

Dopo tanto tempo, ritorno a pubblicare qualcosa su questo blog. Da un po' ne sentivo il richiamo e oggi ho finalmente trovato il tempo e (spero) la storia giusta.

Si tratta del 109° "compleanno" della stazione Grand Central di New York City. 

Chiunque sia andato a New York ci sarà passato almeno una volta, e anche chi non ha mai visitato la città, l'avrà quasi sicuramente vista in uno dei tanti film - anche animazioni, per esempio Madagascar - ambientate in questa suggestiva stazione ferroviaria.

Di seguito vi riporto l'interessante racconto pubblicato in proposito da Mario Calabresi nella sua newsletter Altre/Storie (alla quale vi consiglio di dare un'occhiata cliccando qui)

Buona lettura (e spero a presto!)


Buon compleanno Grand Central

di Mario Calabresi

Da 109 anni (il compleanno è stato proprio due giorni fa) è attraversata da un instancabile flusso di persone: ondate di passeggeri, pendolari, turisti, che si ripetono sistematiche e costanti da prima dell’alba fino all’ora di cena. Per anni ho coltivato il rito di andare ad osservare questa massa, ad un primo sguardo indistinta, di persone. Affascinato, per usare le parole di una canzone meravigliosa di Franco Battiato (Gli uccelli), dalle “traiettorie impercettibili” e dai “codici di geometrie esistenziali” con cui si muovono. Ognuno alla sua velocità, dettata dagli appuntamenti, dalla fretta, dai ritardi, ma nessuno mai si sfiora o si scontra, proprio come gli uccelli dai “voli imprevedibili e dalle ascese velocissime”.

Da più di due anni, da quando la pandemia ha fermato le nostre ali e non ho più attraversato l’Oceano, il mio rito di osservazione è sospeso e questo luogo del cuore lo visito solo nella memoria.

Sto parlando di Grand Central, una stazione, anzi un Terminal come lo chiamano i newyorkesi, che abita nel cuore di Manhattan, in una casa meravigliosa che mescola stili architettonici completamente diversi e che nell’eleganza del suo marmo era nata per essere “il salotto dei viaggiatori” e la porta d’ingresso dell’America.

Il primo treno che partì 109 anni fa era diretto a Boston e da qui si saliva su convogli che attraversavano tutti gli Stati Uniti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale ha cambiato funzione, diventando la casa per eccellenza dei pendolari che ogni giorno vanno a lavorare a New York dalla valle del fiume Hudson, da Long Island o dal Connecticut. Ma il cambio dei nomi sul tabellone, dove non ci sono più Miami, Washington o Chicago ma Yonkers, New Canaan e Poughkeepsie (sede negli Anni Venti e Trenta del secolo scorso dell’unica fabbrica americana della Fiat) non ha minimante scalfito il suo fascino e nemmeno diminuito il numero di coloro che l’attraversano. Resta la stazione con più binari al mondo, sono ben sessantasette disposti su due livelli, e nelle ore di punta arriva un treno ogni 58 secondi.

Grand Central è un posto speciale, che si ribella alle regole stabilite dalla sociologia per stazioni, aeroporti, autogrill, che vengono considerati luoghi di passaggio senza identità dove non si socializza e non si costruiscono relazioni. È stato l’antropologo francese Marc Augè a codificare queste regole in un libro fondamentale pubblicato trent’anni fa e intitolato per l’appunto “Nonluoghi”. 

Ma Grand Central non è un nonluogo, se potesse parlare ve lo racconterebbe l’orologio d’ottone a quattro facce che segna l’ora esatta dalla mezzanotte del 2 febbraio 1913: quanti incontri, appuntamenti, baci rubati, scambi di fiori, di regali, litigate, abbracci, pianti sono avvenuti in questo secolo sotto le sue lancette.

Non solo ci passano 750mila viaggiatori al giorno, ma anche più di venti milioni di turisti e curiosi ogni anno.

I nonluoghi sono caratterizzati dalla precarietà e dalla mancanza di storia, perché sempre condannati all’attimo presente, all’istante. Ma a Grand Central la storia invece si forma e si ferma, qui si radunavano i soldati che dovevano partire per il fronte europeo nella Seconda Guerra Mondiale, qui trovarono rifugio i senzatetto durante la feroce crisi che colpì New York negli Anni Settanta, qui è stato aperto uno dei primi centri vaccinali d’America, qui si trova uno dei più caratteristici e tradizionali ristoranti di Manhattan (l’Oyster Bar, dove si può mangiare la New England Clam Chowder, la famosa zuppa di vongole, cipolle e latte che il marinaio Ismaele mangia nel Moby Dick di Melville) e qui si può fare la spesa, comprare un mazzo di fiori, una bottiglia di vino e trovare un regalo.

Ma non solo, secondo Marc Augè nei nonluoghi le persone transitano ma nessuno vi abita, qui invece per alcuni decenni i tunnel sono stati la casa di homeless che vivevano di tutto ciò che la stazione poteva offrire e la loro presenza è sempre stata il sismografo delle crisi, l’indicatore dello stato di salute della città e dell’America tutta.

Sotto questo cielo, è il caso di dirlo perché l’immenso soffitto rappresenta una volta stellata con i segni zodiacali, la vita è reale e prende infinite direzioni.

Proprio in questi giorni del compleanno sono tornato a Grand Central grazie a un libro (Grand Central dream) uscito da pochi mesi, scritto da due giornalisti appassionati di arte cinema e letteratura, Stella Cervasio e Alessandro Vaccaro, che sono stati capaci di raccogliere una straordinaria quantità di storie e informazioni piene di fascino. 

Ho scoperto il reparto oggetti smarriti che si trova al binario 100, dove ne vengono raccolti ventimila l’anno e dove è arrivato di tutto: da una gamba di legno a una tartaruga, da un certificato di matrimonio a un gatto. O la storia di Lester Onderdonk, il responsabile del tabellone ferroviario che ogni giorno si posizionava con gessetto e microfono davanti a una lavagna e scriveva a mano con una bellissima grafia gli orari degli arrivi e delle partenze ma anche una serie di note come le previsioni metereologiche avverse a causa delle quali le corse sarebbero state soppresse. All'età di 58 anni la sua carriera terminò in virtù del processo di automazione: Grand Central adottò nel 1967 un display a cristalli liquidi prodotto da un’azienda italiana, la friulana Solari che ha fatto anche i tabelloni dell’aeroporto JFK di New York.

Degli uomini che scrivevano gli orari a mano resta traccia in una bellissima copertina del New Yorker del maggio del 1933, di un tempo in cui donne e uomini portavano il cappello e l’attesa si ingannava leggendo i giornali e non chini con gli occhi sugli smartphone.

Il più illustre e sofisticato settimanale americano ha dedicato tantissime copertine a Grand Central, a partire da quella del 1927 realizzata da Theodore Gilbert Haupt, pittore di matrice surrealista che regalò una visione completa del Main Concourse, l’immenso salone delle partenze, mostrando anche il cielo stellato. Cervasio e Vaccaro raccontano nel loro libro che lo stesso pittore realizzò anche un murale per lo zoo di Central Park che purtroppo fu distrutto dai lavori di restauro.

La copertina più potente è però la più recente: pubblicata il 30 Marzo del 2020, durante il primo lockdown, è il simbolo di ciò che abbiamo vissuto negli ultimi due anni. Si vede il grande atrio della stazione completamente deserto, unica presenza quella di un uomo delle pulizie che sta lavando il pavimento. L'orologio, solitario e quasi sperduto, sembra interrogarsi su ciò che sta succedendo. Mai nella sua storia aveva visto quello spazio vuoto e desolato, mai i treni si erano fermati, mai i negozi, i bar e i ristoranti non avevano aperto all’alba. Non è un caso che per raccontare il momento più drammatico della storia della città dopo l’11 settembre il New Yorker abbia scelto proprio Grand Central.

Ora la vita è tornata, lo smart working ha diminuito la forza delle ondate di pendolari e i turisti sono pochi, mancano gli europei, gli asiatici e i sudamericani, ma ogni giorno si aggiunge qualcuno. L’Oyster Bar ha sfruttato questo tempo per ristrutturarsi e modernizzare i suoi 440 coperti, anche se un negozio su tre nell’area intorno alla stazione non ha più riaperto. Ma chi ha memoria e conosce la storia della città sa che si rialzerà anche questa volta. 

Intanto per festeggiare il 109esimo compleanno, questa settimana in ogni bar della stazione una tazza di caffè americano costava solo 1,09 dollari. 

Io aspetto fiducioso di tornare a scegliere un angolo delle scale o di una delle balconate, prendere un caffè e mettermi a osservare la folla indistinta e cercare di intuire storie, vite e incontri. E di tornare a salutare l’orologio.

domenica 25 aprile 2021

Oltre il ponte - Italo Calvino

Questo è il testo di un canto scritto da Italo Calvino e messo in musica da Sergio Liberovici nel 1959.

La versione originale si puo' ascoltare cliccando qui. Vi consiglio di ascoltare anche la versione dei Modena City Ramblers, contenuta nel loro album del 2005 "Appunti Partigiani". E' la versione alla quale sono più legato e che mi accompagna fin dal momento della pubblicazione di quell'album.

Ma soprattutto le parole sono da leggere e rileggere.

Come ci ricorda Calvino, il modo migliore per onorare quegli uomini è continuare a tenere vive le loro idee, che anche nella realtà di oggi sono valide, seppur in contesti che sembrano (e talvolta sono) differenti. 

"E vorrei che quei nostri pensieri, quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell'aurora."

Buona lettura e buon 25 aprile 2021 a tutti!


O ragazza dalle guance di pesca

o ragazza dalle guance d'aurora

io spero che a narrarti riesca

la mia vita all'eta` che tu hai ora.


Coprifuoco, la truppa tedesca

la citta` dominava, siam pronti:

chi non vuole chinare la testa

con noi prenda la strada dei monti.


Avevamo vent'anni e oltre il ponte

oltre il ponte ch'e` in mano nemica

vedevam l'altra riva, la vita

tutto il bene del mondo oltre il ponte.


Tutto il male avevamo di fronte

tutto il bene avevamo nel cuore

a vent'anni la vita e` oltre il ponte

oltre il fuoco comincia l'amore.


Silenziosa sugli aghi di pino

su spinosi ricci di castagna

una squadra nel buio mattino

discendeva l'oscura montagna.


La speranza era nostra compagna

a assaltar caposaldi nemici

conquistandoci l'armi in battaglia

scalzi e laceri eppure felici.


Avevamo vent'anni...


Non e` detto che fossimo santi

l'eroismo non e` sovrumano

corri, abbassati, dai corri avanti!

ogni passo che fai non e` vano.


Vedevamo a portata di mano

oltre il tronco il cespuglio il canneto

l'avvenire di un giorno piu' umano

e piu' giusto piu' libero e lieto.


Avevamo vent'anni...


Ormai tutti han famiglia hanno figli

che non sanno la storia di ieri

io son solo e passeggio fra i tigli

con te cara che allora non c'eri.


E vorrei che quei nostri pensieri

quelle nostre speranze di allora

rivivessero in quel che tu speri

o ragazza color dell'aurora.


Avevamo vent'anni...

domenica 10 gennaio 2021

Odio il Capodanno, firmato Antonio Gramsci

 Alcuni giorni fa mi sono imbattutto in questo articolo tratto da l'Internazionale: riporta un articolo scritto da Gramsci il 1 gennaio 1916 sull'Avanti (rubrica "Sotto la Mole")

Il messaggio di Gramsci è idealmente collegabile con il suo celebre "Odio gli indifferenti", che trovate su questo stesso blog, cliccando qui.

Buona lettura!


Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

sabato 11 aprile 2020

U Sabadì d Pasqua - Pino Testa

Quest'anno è una Pasqua diversa per tutti, a causa del COVID19.
Anche tanti anni fa a Piazza Armerina la Pasqua era diversa da quella a cui siamo abituati, per le tante tradizioni che avevamo e che pian piano si sono perse.
In un periodo di isolamento (e lontananza) forzata da Piazza Armerina, leggere questo brano di Pino Testa mi ha riportato, con un po' di immaginazione, per le vie antiche del nostro paese, piena di gente allegra che riempie le strade e festeggia la resurrezione di Gesù Cristo con il suo grande messaggio di Speranza. 
Lo stesso messaggio di Speranza che anche noi oggi cerchiamo.

Il brano è estratto dalla raccolta "Sfanfùgghiuli" di Pino Testa. Questa raccolta mi venne regalata nel 2012 da Filippo Acquachiara, un uomo che sono felice di aver conosciuto (e per questo devo ringraziare i miei genitori). Un uomo che amava Piazza Armerina e che sentiva la necessità di conservare il nostro patrimonio culturale. Per questo mi regalò questo libro (e anche altri), e io sento che oggi pubblicandone un brano sul mio blog farò un po' contento anche lui.

Se siete piazzesi e avete dei parenti (soprattutto se anziani e magari da soli in questo momento), provate a leggergli qualcosa di queste righe, e forse gli farete così un bel regalo di Pasqua.

Buona Pasqua a tutti

 


venerdì 8 novembre 2019

Un volo pindarico da Battiato a Catullo

Stamattina mentre andavo al lavoro ho ascoltato la canzone di Battiato "Amore che vieni, amore che vai": la parte iniziale del testo mi è sempre piaciuta, e oggi in particolare ho fatto caso ai primi due versi "quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento...", che come sempre mi fa pensare ad una delle più famose poesie di Catullo, che ripropongo qui in latino e in italiano. (La traduzione è presa direttamente dal web, mi scuserete se non è la migliore possibile).

Buona lettura!

Vivamus mea Lesbia 

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviamo, mia Lesbia

Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci,
e le dicerie dei vecchi severi
consideriamole tutte di valore pari a un soldo.
I soli possono tramontare e risorgere;
noi, quando una buona volta finirà questa breve luce,
dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Dammi mille baci, poi cento,
poi ancora mille, poi di nuovo cento,
poi senza smettere altri mille, poi cento;
poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
li rimescoleremo, per non sapere (quanti sono)
e perché nessun malvagio ci possa guardare male,
sapendo che ci siamo dati tanti baci.

giovedì 23 agosto 2018

"Fragile, Reverendo nel West": intervista all'autore Giovanni Mattia


Dopo più di un anno, torno a scrivere sulle pagine del mio blog. 
L'occasione mi è stata data dalla pubblicazione del romanzo "Fragile, Reverendo nel West" che ha scritto il mio vecchio amico Giovanni Mattia.
Dopo aver letto il libro, ho pensato di fare un'intervista a Giovanni, visto che non capita tutti i giorni di avere "a portata di penna" l'autore del libro appena letto.
Come sempre...buona lettura!

  • Ciao Giovanni, innanzitutto ti chiedo: perché scrivi?
Ciao Marco, questa è una bella domanda. È successo per caso. Ad un certo punto, qualcosa è nato dentro di me: avevo un mondo tutto nuovo che aveva bisogno di esprimersi e ha cercato ogni mezzo per farlo, fino al momento in cui ho iniziato a scrivere.

  • Hai da poco pubblicato un romanzo western, dal titolo “Fragile, Reverendo nel West”. La scelta del genere Western può apparire singolare, e perfino non molto popolare, quindi perché un Western?
Perché il Far West è un mondo che è solo in apparenza così lontano. Quanti di noi hanno sognato di esplorare nuove terre? La segregazione subita dai nativi americani non rimanda a qualcosa di simile che avviene oggi? E il modo di comunicare così muscolare e poco pensante di quei tempi non ricorda una certa forma di propaganda alla quale assistiamo tutti i giorni? Questi sono solo alcuni dei tanti esempi di vicinanza tra Far West e giorno d’oggi.  

Un ulteriore motivo per cui ho scelto il Western riguarda la possibilità di imporre regole nuove ad un mondo che ha leggi tutte sue. Mi piaceva l’idea di offrire un punto di vista e una chiave di lettura diversa su questo genere molto standardizzato.

  • Perché hai scelto questo nome, Fragile, per il tuo personaggio principale?
La tecnica è del grande Pirandello, cioè prendere dei cognomi che evidenziano alcune caratteristiche dei personaggi. Fragile non è solo il protagonista, ma anche l’umanità del romanzo e l’equilibrio di un mondo al tempo stesso spietato e affascinante.

  • Fragile è un reverendo che improvvisamente sente che la sua città gli sta stretta, e decide quindi di partire verso le lontane terre dell’ovest, per la sua missione di evangelizzazione. Questo evento, che è la causa scatenante di tutto il romanzo, cosa ci racconta di te e della tua vita?
Il mito della Frontiera vive in ognuno di noi. Gli americani storicamente nell’800 ebbero l’esigenza di spingersi oltre, verso le terre selvagge. Come i protagonisti del libro, anche io spesso sento questa voglia di esplorare, conoscere, vivere in posti ai confini del mondo e attraverso “Fragile Reverendo nel West” sono riuscito a soddisfare un po’ della mia fame, per così dire, di terra.

  • Quindi anche tu, come i tuoi personaggi, ti senti stretto a Piazza Armerina e vorresti fuggire?
Un tempo avevo voglia di fuggire dal mio paese. Andare via, partire, viaggiare senza fermarmi. Adesso, invece, ho voglia di vivere un luogo che diventi mio. Fuggire non è più la soluzione.

  • Il romanzo è costellato di personaggi che inizialmente sembrano cattivi, depravati o pericolosi, che poi però spesso si rivelano delle brave persone, e i loro atteggiamenti sono sempre dovuti a qualcosa che hanno vissuto in passato. Cosa ci vuoi dire? Ci sono riferimenti alla tua esperienza di vita? Qualcuno potrebbe addirittura definire “buonista” un punto di vista simile. Cosa risponderesti?
Semplicemente non ho mai amato il manicheismo e il bene e il male senza sfumature. I personaggi del romanzo oscillano quasi tutti tra bene e male: a volte compiono efferatezze e altre invece si riscattano. Willie James, il più fedele scudiero del Reverendo, è emblematico. È un personaggio che sembra bonaccione e pacato, ma invece anche lui ondeggia tra bene e male. Mi piace, infatti, che un uomo non sia soltanto buono o cattivo ma abbia invece una sua complessità.
Più che buonista, il punto di vista del romanzo dà fiducia e possibilità di redenzione ai personaggi “negativi” del romanzo, non lasciando il cattivo nel suo stato originale ma raccontando la sua evoluzione.

  • I western di solito sono caratterizzati da pistoleri e saloon (che non mancano nel tuo romanzo) piuttosto che da preti. Il protagonista del tuo romanzo è invece un reverendo che vuole evangelizzare le masse: perché hai scelto questo tema? Perché la religione?
Considera che l’idea di questo romanzo nasce dal titolo di un film degli anni 70’: “Scusi ma dov’è il West”. Il film descriveva in chiave comica le avventure di un rabbino nel Far West. Da questo nacque l’idea. La religione è soltanto un modo per mettere a soqquadro il Far West e dare risalto alla Fragilità umana. Lo immagini un Reverendo che “All’O.K. Corral” dà ordini a John Wayne? Lo immagineresti Burt Lancaster prostrarsi a un prete cattolico?

Inoltre questo tema mi ha permesso di indagare sulle difficoltà di ogni essere umano di accettare il diverso. Nel Far West un Reverendo era un diverso. La paura del diverso fomenta il nostro odio verso qualcosa che noi non codifichiamo come familiare. Credo che ai nostri tempi abbiamo bisogno di parlare e analizzare la paura del diverso. Io ho provato a raccontare come le leggi del West abbiano individuato in un reverendo un personaggio ostile.

  • Spesso il reverendo dichiara di essere convinto che la potenza del messaggio evangelico può sconfiggere tutto e superare qualsiasi ostacolo, ma a volte sembra dirlo più che altro per cercare di autoconvincersi. Cosa significa? Anche tu hai le stesse convinzioni di Fragile?
Significa che la fede non è un principio statico, bensì un elemento dinamico nella vita di ogni persona. I tentativi di autoconvinzione di Fragile avvengono nei momenti di maggiore difficoltà. Io, a differenza di Fragile, non ho ancora deciso di intraprendere un mio cammino di fede e probabilmente questo punto di vista mi ha permesso di raccontare meglio un personaggio lontano come il reverendo. Enk è un uomo e in quanto uomo non ha una fede incorruttibile, ma ha delle debolezze che in fondo lo rendono ancora più simpatico.

  • Lungo il libro, emerge inoltre la tua predilezione per i personaggi vagabondi, sfaticati, buoni a nulla e perdi-tempo. Quelli che in un certo senso sono “fuori dal sistema” (per scelta propria o altrui). Da dove viene questa tua preferenza nel creare tali personaggi?
Un personaggio fuori sistema funge spesso da narratore. Rappresenta un polo di attrazione sia per chi scrive che per chi legge. Il vagabondo è una figura che mi ha sempre affascinato, soprattutto quando, in passato, volevo fuggire dal mio presente e vivere senza regole.
Quando andando in giro vedevo uomini ridotti all’osso nei bar e rimanere immoti per ore e ore a osservare non si sa che cosa, mi sono chiesto: cosa starà pensando? Perché vive in questo suo strano mondo? Perché si è ridotto così? Ciò mi ha spinto a inserire sfaticati e perdigiorno come personaggi in molti miei scritti o a renderli a protagonisti. Chi è fuori dal sistema nei miei scritti ha subito un danno irreparabile dal sistema stesso, che lo ha spinto a fuggire e cercare altre strade.

  • Se esiste, qual è il messaggio complessivo che vuoi trasmettere con la storia di Fragile?
Il romanzo vuole raccontare, attraverso il Far West, una storia umana. Vuole evidenziare come si possa integrare un uomo considerato diverso in una società meschina e spietata come nel Vecchio West. L’integrazione di Fragile nella California del 1880 è una cosa molto difficile ed è un processo lungo e tortuoso che tocca anime abituate a vivere senza regole. Lo sceriffo stesso è uno sconfitto che si ritira perché non è riuscito a garantire il rispetto delle leggi. Fragile, tuttavia, lo smuove, lo risveglia.
In fondo, il titolo dà un’idea di cosa si possa trovare nel romanzo: può un uomo Fragile essere degno di reverenza nel West? E se poi è considerato un diverso? Nel mondo di oggi riusciamo ad accettare le nostre debolezze e quelle altrui?

  • Capisco. Tu stesso ti senti fragile e indeciso?
Non ogni giorno, altrimenti non vivrei più. Però mi è capitato di passare periodi di grande incertezza. Il senso di precarietà che si vive oggi non si percepiva minimamente alcuni anni fa.

  • Ok, adesso dimmi una canzone, un film e un quadro che si potrebbero collegare al tuo libro.

Una canzone che si potrebbe collegare al mio libro è uno dei pezzi più tradizionali e replicati dagli americani: “Man in constant sorrow”.

Il film è “Fratello dove sei” (titolo originale “O Brother, Where Art Thou?”, la cui colonna sonora è proprio Man in constant sorrow). Il film racconta di un’odissea di tre uomini alla ricerca di un tesoro che non c’è. Un viaggio, un punto di arrivo, una ricerca in un mondo mitico e nel quale è possibile raccontare mille storie.

Il quadro a cui penso e che mi ha sempre accompagnato negli anni in molte riflessioni è “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?” di Paul Gauguin, che pone tre domande esistenziali che da secoli mettono in dubbio le reali potenzialità dell’uomo.

  • Bene, grazie per la disponibilità. Prima di salutarci un’ultima domanda: stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
Si. Sto lavorando a tre possibili romanzi. Uno è il seguito di “Fragile Reverendo nel West” che vorrei approfondire anche per raccontare ancora di più personaggi che nel primo libro hanno avuto un ruolo importante, ma di secondo piano. Quindi…a presto!


giovedì 30 marzo 2017

Le politiche di Trump non salveranno il carbone - dal Sole 24Ore

Si sta parlando molto in questi giorni degli atti del presidente USA Trump contro le precedenti scelte di Obama in tema di ambiente e clima. Ma di che si tratta veramente? Quali possono essere gli effetti?
Riporto di seguito un interssante articolo di Sissi Bellomo del Sole24Ore (leggibile qui).

Buona lettura

Non saranno gli editti di Donald Trump, ma le leggi dell’economia a decidere il destino del carbone e degli altri combustibili fossili. È questa l’opinione prevalente nel mondo dell’energia all’indomani del colpo di spugna alle politiche ambientali negli Stati Uniti.

Il nuovo presidente americano, proclamando la «fine della guerra contro il carbone», ha avviato un processo che negli Usa potrebbe effettivamente prolungare la vita a qualche vecchia e inquinante centrale. Le sue mosse non sembrano però sufficienti ad alterare in modo decisivo gli scenari di domanda e offerta, né a livello nazionale, né tanto meno su scala globale. Non a caso i mercati non hanno avuto reazioni rilevanti agli ultimi sviluppi della politica Usa.

La reazione del mercato 
I titoli di alcune società carbonifere – reduci da una crisi drammatica, che ha provocato numerosi casi di bancarotta e migliaia di licenziamenti – si sono rafforzati a Wall Street: in particolare Peabody Energy ha registrato un rialzo di oltre il 10% nelle ultime due sedute. Ma le quotazioni del carbone non hanno registrato grosse variazioni, salvo che in Asia, dove però sono in rialzo per via del ciclone Debbie, che ha costretto a chiudere diverse miniere in Australia.

Il gas, diretto concorrente del carbone nella generazione elettrica, si è mantenuto ai massimi da oltre un mese al Nymex, oltre 3 $/Mtbu, mentre il petrolio – anch’esso in rialzo, sopra 49 $/barile nel caso del Wti – sta rispondendo soprattutto al crollo della produzione in Libia, cui si è unito ieri un forte calo delle scorte di benzina negli Usa.

I rischi – non solo per gli scenari previsionali, ma anche e soprattutto per l’ambiente – diventerebbero molto più concreti se scattasse un effetto emulazione, ossia se altri Paesi decidessero di abbandonare la lotta contro il cambiamento climatico.

Washington non ha ancora deciso se ritirare ufficialmente l’adesione agli Accordi di Parigi, come Trump aveva promesso di fare in campagna elettorale: un passo che persino il gigante del petrolio ExxonMobil esorta ad evitare. Comunque sia, una volta smantellate le misure di Obama per la riduzione dei gas serra, è ben difficile che riesca a rispettare gli impegni di Parigi (gli accordi peraltro non prevedono sanzioni).

Tempi lunghi 
Il Clean Power Plan, in particolare, imponeva alle utilities di ridurre le emissioni di Co2 delle centrali elettriche del 32% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. Trump comunque non ha potuto abrogarlo per decreto, ma solo avviare la sua revisione. «Questa è solo la prima mossa di una lunga partita a scacchi, che durerà anni – avverte Richard Revesz, giurista della New York University – La questione potrebbe non essere risolta prima del 2020, quando ci saranno nuove elezioni presidenziali». Sarà infatti necessario avviare nuovi processi di consultazione, complicati dall’opposizione degli ambientalisti e di molte forze politiche, ed è probabile che ci saranno anche numerose battaglie in tribunale.

Nel frattempo difficilmente le utilities cambieranno i piani di investimento, che rispondono a strategie economiche di lungo periodo. Il ceo di Duke Energy Corp, Lynn Good, è stato molto chiaro in proposito: «Visto il prezzo competitivo del gas e la discesa dei costi delle rinnovabili continuare a tagliare le emissioni di Co2 per noi ha senso». La società non rinuncerà quindi al piano decennale, che prevede di investire 11 miliardi di dollari in centrali a gas o fonti rinnovabili (a scapito del carbone).

Quello di Duke Energy è un orientamento molto diffuso nel settore, rafforzato dal fatto che alcuni Stati – come la California e lo Stato di New York – non hanno alcuna intenzione di fare passi indietro nelle politiche contro il climate change. Anzi, proprio in questi giorni le hanno rafforzate.

La chiave è nei prezzi 
Al di là degli aspetti regolatori, le variabili chiave sono comunque da un lato il prezzo delle risorse e dall’altro il costo e il grado di sviluppo delle tecnologie. Del resto è stato durante la presidenza di Obama, più sensibile ai temi ambientali, che la produzione di idrocarburi negli Usa ha vissuto uno dei periodi di maggiore sviluppo nella storia, grazie allo sfruttamento dello shale gas e dello shale oil. E negli stessi anni il carbone ha perso terreno nella competizione tra fonti: la sua quota nel mix di generazione Usa è scesa dal 50% di una decina di anni fa al 30% nel 2016, quando è stato superato dal gas, che essendo più economico è salito al 34%.

La produzione di carbone negli Usa – non certo per colpa di regolatori occhiuti – è crollata ai minimi da quarant’anni nel 2016 e dal 2011 l’industria ha perso circa 60mila addetti, vittime della crisi ma anche dell’automazione dei processi estrattivi. Ora restano appena 77mila minatori nel Paese e nonostante la propaganda di Trump è improbabile che il loro numero crescerà. Anche la rimozione della moratoria sulle licenze minerarie in terreni federali per ora non interessare a nessuno: le società carbonifere assicurano di avere riserve più che sufficienti per molti anni a venire.