domenica 6 settembre 2015

Il verbo Potere - discorso del Generale dalla Chiesa

1 maggio 1982, Il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Prefetto di Palermo, incontra i Maestri del Lavoro a Palermo il giorno dopo l’assassinio di Pio La Torre.
La parte centrale del discorso, quella sul "potere", mi fa semplicemente venire i brividi.

Buona lettura. 


Signori, come titolare dell'organizzazione di questa manifestazione e non come padrone di casa, perche' il padrone di casa e' la Camera di Commercio, avrei dovuto parlare per primo per dare non solo il benvenuto ma anche l'augurio per una festa, per una manifestazione di gioia; parlo per ultimo perche' avrebbe dovuto essere tra noi il rappresentante del Governo nella persona dell'On. Mannino che, all'ultimo momento, non ha potuto venire. Parlare per ultimo non significa parlare meglio perche' molto bene hanno parlato tutti coloro che mi hanno preceduto e, per ultimo, il rappresentante della Regione, che, con tanta semplicita', con tanta vibratilita', ha detto quello che e' nell'animo di tutti noi. Avrei voluto che questa manifestazione, la prima alla quale nella mia veste nuova vado partecipando, significasse, veramente e soltanto, gioia; gioia per chi ha raggiunto un traguardo fatto di sacrifici, di rinunzie e di lavoro.
Purtroppo dobbiamo avvertire, e cogliere, e sottolineare questa atmosfera che certamente ci rende consapevoli della gravita', del gravissimo episodio che, come episodio, turba, ma, come episodio inquadrato in qualcosa di più vasto, deve scuoterci, deve renderci veramente coscienti che dobbiamo stare uniti e insieme, tutti. Se e' vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere ne' ai prevaricatori, ne' ai prepotenti, ne' ai disonesti. 

Potere puo' essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma e' anche un verbo, un verbo al quale ho sentito attingere sia dal Cavaliere del Lavoro Spadafora, sia dal Presidente dei Maestri, sia da tutti.
Potere; l'ho sentito questo verbo. Ebbene, io l'ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che cosi' estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l'interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che e' fatta, e' fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi assommano in numero in sessanta, ma che rappresentano tutta la Sicilia, rappresentano non solo la città di Palermo, non solo questa capitale bellissima dell'isola, ma rappresentano gli angoli piu' remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra.
E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perche' anche chi e' animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillita', la serenita'.

Ma non voglio dimenticare i festeggiati perche' e' da loro, dalla loro lunga parentesi di vita, dai 25 ai 40 anni, so che saranno premiati, e so cosa significano anche i 40 anni perché sono lunghi da passare, sono fatti di tormenti, di ansie, di preoccupazioni, anche di gioie e di soddisfazioni sempre piu' rare che non le prime. Ma alla fine esiste un patrimonio da trasmettere, quel patrimonio che e' fatto di sacrificio, che e' fatto di rinunzie, di tormenti, ma e' fatto anche di qualcosa che si e' costruito per gli altri, che si e' donato, che deve essere trasmesso, e che deve essere recepito nella veste migliore.
Io dico grazie, a nome del Governo, a questi bravi Maestri del Lavoro, a quelli che li hanno preceduti, a quelli che li seguiranno, perche' sul loro esempio, sul loro donare senza chiedere, sul loro procedere senza avanzare né iattanza né ribalta, noi sappiamo di poter contare su una convivenza davvero fattiva, ma anche producente di quei valori morali di cui qua oggi si e' discorso.
Non vado avanti, vi dico bravi e vi invito a credere.

venerdì 4 settembre 2015

Accogliere - di Giovanni de Mauro

Articolo di Giovanni De Mauro, sull'Internazionale.
Storie che restituiscono un senso all'idea di Europa.

Buona lettura.

Padre Efstratios Dimou è un prete ortodosso di 57 anni. Tutti lo chiamano Papa Stratis. Vive nel villaggio di Kalloni, sull’isola di Lesbo, in Grecia. “Ogni giorno arrivano tra le cento e le duecento persone”. Rifugiati che hanno bisogno di aiuto. Papa Stratis, insieme a un gruppo di volontari, gli dà pane, acqua, latte, scarpe, vestiti, coperte, lenzuola. 

Dominique Mégard ha 66 anni. È un informatico in pensione e vive nel nord della Francia. Va tutti i giorni nell’accampamento di Calais con un paio di generatori elettrici, così i migranti che vivono lì possono ricaricare i loro telefoni e restare in contatto con le famiglie.

Sarah Morpurgo coordina a Londra The bike project, un gruppo di meccanici che ripara vecchie biciclette per i rifugiati che arrivano nella capitale britannica. 

Angelique e Onno Bos erano in vacanza a Lesbo con i quattro figli. La sera prima di tornare a casa, in Olanda, hanno deciso di cancellare il volo per restare ad aiutare i rifugiati che per tutta l’estate sono sbarcati sull’isola. 

Jaz O’Hara ha 25 anni e fa su e giù tra il Kent, dove vive, e Calais, in Francia. Porta gli aiuti che raccoglie tra i suoi amici su Facebook.

Food not bombs è un gruppo di volontari che preparano da mangiare per le famiglie di migranti che arrivano a Budapest: cucinano con gli ingredienti donati dai mercati della città. 

Szeged è una città nel sud dell’Ungheria, al confine con Serbia e Romania. Decine di abitanti si sono organizzati per dare assistenza legale ai rifugiati di passaggio. Il gruppo si chiama MigSzol Szeged.

Da mesi decine di volontari si danno il cambio per preparare da mangiare al Baobab di Roma, l’unico centro d’accoglienza in Europa gestito dagli stessi migranti. 

Mareike Geiling e il suo fidanzato, Jonas Kakoschke, vivono a Berlino. Hanno lanciato un sito, Flüchtlinge willkommen, per mettere in contattoi migranti con i berlinesi che vogliono ospitarli. Più di settecento persone hanno già deciso di aprire le loro case. Fethullah Üzümcüoğlu ha 24 anni, 

Esra Polat ne ha 20. Si sono appena sposati e hanno deciso di usare tutti i soldi della lista di nozze per dare da mangiare ai rifugiati siriani di passaggio nella loro città, Kilis, nel sud della Turchia, al confine con la Siria. Nelle foto del loro matrimonio li si vede ancora vestiti a festa mentre servono da mangiare a una fila di persone. Quattromila in un pomeriggio.

In tutta Europa si moltiplicano le storie di comuni cittadini che decidono di accogliere i migranti e di aiutarli, di organizzarsi per fare quello che politici e governi dovrebbero fare ma non fanno. Sono storie che non finiscono in prima pagina e non aprono i telegiornali, ma restituiscono un senso all’idea di Europa.