sabato 21 maggio 2022

24° Salone del Libro di Torino 2022 - Il diario di Giovanni Mattia

In questi giorni si sta svolgendo a Torino il XXIV Salone internazionale del Libro di Torino.

Il mio amico Giovanni Mattia, scrittore emergente con alcuni libri già pubblicati, si trova proprio lì e allora gli ho proposto di scrivere un breve diario di questa sua visita al Salone 2022. 

Lui ha accettato di buon grado e quindi oggi e domani pubblicherò questo diario, che spero avrete il piacere di leggere.

Buona lettura da me e Giovanni!


20 maggio 2022

Questa mattina sveglia presto. C'è il Salone del libro e il primo obiettivo è evitare la fila chilometrica. 

Esco di casa, sono le 8.45. Il caldo ancora non è torrido. Il mio alloggio si trova ad un chilometro e mezzo da Lingotto, il luogo che ospita il grande evento. Sono contento, felice, estatico.

Arrivo all'entrata che sono le 9.00. Sono il primo e un sospiro di sollievo mi fa sentire più leggero.

Unico problema: l'ingresso si apre alle 10.00. Faccio amicizia con gli addetti all'ingresso che temono già il momento in cui inizieranno ad arrivare tante persone e si creerà la fila. Iniziano a vedersi addetti ai lavori. C'è chi si presenta con "Siamo della Rai" e io li guardo e li invidio un po'. Penso che un giorno - magari il prossimo anno - forse anche io potrò presentarmi dicendo "sono un autore". 

Finalmente le 10.00. Entro. Tanta gente elegante che attende il gentile pubblico. 

La prima cosa che faccio è andare ad un evento che mi sembra interessante, si parla di Calvino. Due docenti della Luiss ne sviscerano le Sei lezioni americane. Si parla di innovazione, siamo pochi a partecipare ma mi dico: meglio così. Poi esco, godo della magia di ogni libro che vedo e che mi dice a chiare lettere: "comprami!". 

Si sente un grande applauso, grande entusiasmo. Mi chiedo per chi sia. 

È arrivato Alessandro Barbero, il grande storico amato per la sua capacità di raccontare la storia a tutti. Ascolto un po', è un piacere. 

Immagino, sogno e sospiro. Magari un giorno potrei esserci io a raccontare un mio libro. Lo desidero e questo posto i desideri te li fa accarezzare, non te li nasconde.

Anzi, ti strizza l'occhio e ti dice: "provaci!".

È il Salone, glamour e popolare allo stesso tempo che ti afferra per un braccio e ti avvicina al mondo che ruota intorno al più grande compagno di avventure: il libro.

Adesso mi alzo, vado verso la Sellerio e so già che lì passerò parecchi minuti rimanendo estasiato...

sabato 23 aprile 2022

Resistenza ieri e oggi: le parole di Mattarella, Segre e don Milani.

Uno degli appuntamenti fissi tra me e questo mio blog è il 25 aprile.

Quest'anno il 25 aprile ha un significato e una prospettiva ulteriore, a causa della guerra in Ucraina (o meglio, il significato è sempre lo stesso, siamo noi che forse quest'anno dovremmo riuscire a individuarlo più chiaro e netto).

Per questo motivo, ho deciso di riportare qui alcune dichiarazioni (del passato e del presente) finalizzate a far si che questa data non serva soltanto a "fare memoria" (che è comunque importante), ma anche ad evitare di essere indifferenti quando qualcosa del genere succede ancora da qualche parte del mondo, e a saperci schierare dalla parte giusta della storia.

Buona lettura

Sergio Mattarella, 22/04/2022

Ricordiamo la rivolta in armi contro l’oppressore. Rivolta che fu morale, anzitutto - come ha ricordato il Presidente Buscemi - e poi difesa strenua del nostro popolo dalla violenza che veniva scatenata contro di esso.

Il 25 aprile rappresenta la data fondativa della nostra democrazia, oltre che di ricomposizione dell’unità nazionale. Una data in cui il popolo e le Forze Alleate liberarono la nostra Patria dal giogo imposto dal nazifascismo. Un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista.

Un’esperienza terribile; che sembra dimenticata, in queste settimane, da chi manifesta disinteresse per le sorti e la libertà delle persone, accantonando valori comuni su cui si era faticosamente costruita, negli ultimi decenni, la pacifica convivenza tra i popoli.

Abbiamo assistito, in queste settimane– con un profondo senso di angoscia - a scene di violenza sui civili, anziani donne e bambini, all’uso di armi che devastano senza discrimine, senza alcuna pietà.

L’attacco violento della Federazione Russa al popolo ucraino non ha alcuna giustificazione, come è emerso dalle parole del Ministro Guerini, poc’anzi. La pretesa di dominare un altro popolo, di invadere uno Stato indipendente, ci riporta alle pagine più buie dell’imperialismo e del colonialismo.

L’incendio appiccato alle regole della comunità internazionale appare devastante; destinato a propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermarlo subito, scongiurando il pericolo del moltiplicarsi, dalla stessa parte, di avventure belliche di cui sarebbe difficile contenere i confini. Per tutte queste ragioni la solidarietà, che va espressa e praticata nei confronti dell’Ucraina, deve essere ferma e coesa.

È possibile che questo comporti alcuni sacrifici. Ma questi avrebbero portata di gran lunga inferiore rispetto a quelli che sarebbe inevitabile subire se quella deriva di aggressività bellica non venisse fermata subito.

Dal “nostro” 25 aprile, nella ricorrenza della data che mise fine alle ostilità sul nostro territorio, viene un appello alla pace. Alla pace, non ad arrendersi di fronte alla prepotenza. A praticare il coraggio di una de-escalation della violenza, il coraggio di interrompere le ostilità, il coraggio di ritirare le forze di invasione. Il coraggio di ricostruire.

La straordinaria conquista della libertà, costata sacrifici e sangue ai popoli europei - e condivisa per molti decenni - non può essere rimossa né cancellata.

Sappiamo anche che la libertà non è mai acquisita una volta per sempre e che, per essa, occorre sapersi impegnare senza riserve.

Vale ovunque. In Europa, in Italia. Il convinto e incondizionato rifiuto di ogni sopraffazione totalitaria, unitamente alla consapevolezza dell’importanza della democrazia, all’affermazione coraggiosa e intransigente del rispetto della dignità umana, al rifiuto di ogni razzismo, alla fedeltà ai propri ideali, sono i valori che ci sono stati affidati dalla Liberazione; e che avvertiamo di dover trasmettere ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai giovani europei perché si scongiuri l’atrocità inescusabile della guerra.

Lottare contro la sopraffazione, in aperta violazione del diritto internazionale, scongiurare morti ulteriori e sofferenze ulteriori di un popolo aggredito, è una causa comune che ci interpella e ci vede impegnati.

Riflettere sul valore dei diritti dell’uomo, primo fra tutti quello di poter vivere in pace, è il forte messaggio che ci ha consegnato la Resistenza.


Liliana Segre  - 25/03/2022

La guerra assurda e sanguinosa che all’improvviso è tornata a sconvolgere il cuore della nostra Europa provoca in me un orrore che non mi è facile descrivere: quelle bombe sulle case, quelle famiglie in fuga, quei padri che baciano i figli forse per l’ultima volta e tornano indietro per combattere… quanti ricordi di un terribile passato, che non avrei mai, mai immaginato di rivedere così vicino a tutti noi!

Anche rispetto a questa mostruosità della guerra, la nostra Costituzione ci offre una guida sicura, se riusciamo a declinare in chiave universale i suoi precetti. Infatti, l’aggressione immotivata e ingiustificabile contro la sovranità dell’Ucraina rappresenta proprio l’esempio evidente del tipo di guerra che, più di ogni altro, l’articolo 11 della Costituzione ci insegna a «ripudiare»: la guerra come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli».

E la resistenza del popolo invaso rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria patria, che l’articolo 52 prescrive addirittura come «sacro dovere».

Dunque, non è concepibile nessuna equidistanza; se vogliamo essere fedeli ai nostri valori, dobbiamo sostenere il popolo ucraino che lotta per non soccombere all’invasione, per non perdere la propria libertà.

Questo sostegno non può e non deve significare inimicizia nei confronti del grande popolo russo, anzi. Anche questo popolo subisce le conseguenze nefaste delle scelte e della condotta disumana dei suoi governanti. Condotta che reca offesa alla memoria dei 20 milioni di caduti dell’Unione Sovietica – dunque russi e ucraini insieme – nella guerra vittoriosa contro il nazifascismo.

Credo che proviamo tutti lo stesso senso di ripugnanza, di angoscia e anche di impotenza di fronte a questa guerra. Possiamo solo unirci nel chiedere un immediato cessate il fuoco, la fine dell’invasione russa, l’invio di rapidi aiuti alla popolazione civile, l’avvio di trattative a oltranza, l’affidamento all’Onu di un ruolo di interposizione, il ristabilimento di una pace autentica basata sulla giustizia e il rispetto dei diritti dei popoli.


Don Milani, 1965 (qui link al mio precedente articolo che parla di Don Milani).

Era nel 1922 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza "cieca, pronta e assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina, e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non in mente e sulla bocca che la parola sacra "Patria", quelli che di quella parla non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come fate voi, fecero un male immenso alla Patria (e, sia detto incidentalemente, disonorarono anche la Chiesa).

Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevno certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra "giusta" (se guerra giusta esiste).

L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i "regolari"? E' una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. [...] Poi, per Grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo, dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.


sabato 16 aprile 2022

Guerra, Fede, Resistenza: cosa ci dice Don Milani

In queste settimane di guerra in Ucraina, e soprattutto negli ultimi giorni, da più parti si sono sentiti appelli contro la guerra "senza se e senza ma" (qualche vecchio e marcio bolscevico ha anche scritto "senza Ze e Vla"...).
Anche il Papa ha giustamente affermato più volte il concetto. Da cattolico (o meglio, da uno che tenta di esserlo) mi sono chiesto cosa fosse "giusto"? Mi sono chiesto se in una situazione di evidente "aggressore e vittima" come nella guerra Russia vs Ucraina, ci possa essere spazio per un concetto di guerra "giusta", con riferimento alla Resistenza Ucraina (non me ne voglia l'ANPI che invece continua a fare distinguo tra la "nostra" e la "loro" Resistenza). Se questo spazio c'è, allora non posso più dire che da entrambe la parti sbagliano nell'utilizzo della violenza. D'altronde, è più o meno il concetto che sta alla base della famosa "legittima difesa", no?

In cerca di risposta a queste mie domande, ho preso dalla mia libreria un libretto comprato ormai dieci anni fa durante gli anni universitari e di impegno scout, che raccoglie alcuni tra gli scritti principali di Don Lorenzo Milani. Il titolo del libro è "A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca" (espressione di don Milani stesso), editrice ChiareLettere.
Per chi non lo ricordasse, Don Milani difendeva la causa dell'obiezione di coscienza in quanto rappresentazione della capacità di discernimento rispetto alla cieca obbedienza. Per difendere la scelta dell'obiezione scriss una lettera ai cappellani militari italiani, i quali avevano invece affermato che consideravano "un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano del'amore, è espressione di viltà".
A causa della lettera di risposta che scrisse, fu incriminato per apologia di reato (correva l'anno 1965). Durante il processo, Don Milani con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana scrisse quella che poi divento la famosa lettera intitolata "L'obbedienza non è più una virtù".
Evidentemente quindi, non era assolutamente uno a cui piaceva la guerra, anzi la "ripudiava" proprio. Ciononostante, si possono ritrovare in alcuni passaggi dei suoi scritti delle affermazioni che, tipiche della sua libertà di pensiero, arrivano a discernere tra guerre totalmente sbagliate e guerre che, se non giuste, quantomeno non erano sbagliate.

Di seguito riporto alcuni passaggi tratti dalla prima lettera che Don Milani, insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana, inviò ai cappellani militari, cioè la "lettera incriminata" che fu poi alla base del successivo processo. La lettera, tra le altre cose, effettua un'analisi di cento anni di storia italiana, in cerca di qualcosa che possa essere definita una guerra "giusta" da combattere alla luce degli art. 11 e 52 della Costituzione.

Buona lettura.


Era nel 1922 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza "cieca, pronta e assoluta" quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina, e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non in mente e sulla bocca che la parola sacra "Patria", quelli che di quella parla non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come fate voi, fecero un male immenso alla Patria (e, sia detto incidentalemente, disonorarono anche la Chiesa).

[...]

Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevno certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

[...]

Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra "giusta" (se guerra giusta esiste).
L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i "ribelli", quali i "regolari"? E' una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. [...] Poi, per Grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo, dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare.

[...]

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.


PS:
Forse pochi lo hanno notato, ma circa dieci giorni fa il presidente del consiglio europeo Michel ha invitato i soldati russi a disertare (proponendo di concedere loro asilo in Europa), per non partecipare ai crimini di guerra che stiamo purtroppo scoprendo in questi giorni.


domenica 3 aprile 2022

L'ultimo delitto d'onore fu in Sicilia nel '64: la tresca tra il professore universitario e Maria Catena Furnari, di Piazza Armerina.

Il "delitto d'onore" è qualcosa che sembra rimandare a tempi lontani, lontanissimi. Eppure tale fattispecie di omicidio - con le relative attenuanti dovute proprio alle ragioni "d'onore" - è stato presente nel Codice Penale italiano fino al 1981, anno della sua abolizione.

Oggi mi è capitato di leggere sul sito "Balarm" un interessante articolo di Maria Olivieri, che mi ha fatto scoprire che l'ultimo delitto d'onore (ufficialmente riconosciuto come tale in esito ad un processo) è stato commesso a Catania da un abitante di Piazza Armerina, la mia città natale. Di seguito riporto per intero l'articolo citato.

Buona lettura


L'ultimo delitto d'onore fu in Sicilia nel '64: la tresca tra il professore universitario e Mariatena

- di Maria Olivieri -

È un'Italia in rapida trasformazione quella degli anni Sessanta: gli italiani sperimentano grandi cambiamenti nel loro stile di vita e nei loro consumi. Sono gli anni del boom economico, del progresso e del benessere alla portata di tutti, ma sono anche gli anni della feroce critica sociale.


Nel 1961 esce nelle sale cinematografiche “Divorzio all’italiana”, graffiante pellicola di Pietro Germi candidata a tre premi oscar che ridicolizza il delitto d’onore: un reato con pena ridotta, commesso per vendicare l'onorabilità del proprio nome o della propria famiglia (art. 587 del codice penale). Alla commedia fa seguito nel 1964 un altro film al vetriolo di Germi “Sedotta e abbandonata”, analisi impietosa dell'ipocrisia di una Sicilia dominata da un grottesco senso dell'onore.

L’opinione pubblica è divisa; come emerge in un’inchiesta di AZ, un noto rotocalco del 1969, per la maggior parte degli anziani “l’onore è sacro”, è un valore profondamente radicato nella psicologia del popolo siciliano, va difeso sempre e comunque, anche a costo di compiere gesti estremi. I giovani invece considerano l’onore come qualcosa di legato solo a un concetto morale, non fisico e giudicano il delitto d’onore una forma di arretratezza culturale. In questo acceso dibattito che infiamma gli animi a metter legna sul fuoco è il discusso caso Furnari.

La sera del 20 Ottobre 1964, intorno alle ore 18,00 all’università di Catania, in un’aula affollata da numerosi studenti per gli esami della sessione autunnale, il professore Francesco Speranza che ha 48 anni ed è titolare della cattedra di geografia presso l’istituto di magistero, presiede la commissione esaminatrice. I docenti hanno appena finito di interrogare uno studente quando improvvisamente la porta dell’aula si spalanca e tra lo stupore e la curiosità dei presenti un uomo maturo si dirige con piglio deciso verso la cattedra. È magro, stempiato, pallido… è vestito di nero e tiene una mano in tasca. Si ferma di fronte a Speranza, estrae una beretta 7,65 (che come si scoprirà veniva detenuta illegalmente) e la punta contro il docente esclamando: “La conosci questa?”

Prima che Speranza riesca anche solo a esclamare qualcosa, l’uomo preme il grilletto e spara cinque colpi, uccidendo il docente. Gli studenti sono in preda al panico: si odono grida, vi è un gran trambusto. Qualcuno cerca invano di soccorrere il professore, che si è accasciato in un mare di sangue, ma ormai non c’è più nulla da fare…

A compiere l'insano gesto è stato il padre di una studentessa, il maestro elementare Gaetano Furnari, che ha voluto punire il seduttore che ha “disonorato” la sua figliola. Nella confusione generale Furnari fugge a precipizio dal palazzo e poi vaga senza meta per una decina di minuti; infine si costituisce in una caserma dei carabinieri: “L’ho ucciso per vendicare l’onore della mia figliola” dichiara ai militari che cercheranno di ricostruire l’antefatto del delitto.

Furnari abita a Piazza Armerina, in provincia di Enna, nella palazzina di famiglia dove sul portone vi sono ancora le iniziali di suo padre: Filippo Furnari. Da due anni la figlia diciannovenne Maria Catena, che tutti chiamano Maritena, si è trasferita a Catania per poter proseguire gli studi all’Università e vive in una pensione.

La studentessa teme a causa di un ritardo del ciclo di aspettare un bambino e lei stessa rivela al padre, di ritorno da scuola, di essere stata sedotta contro la sua volontà dal professore Speranza. La ragazza parla di un unico episodio di violenza. Il genitore rimane stravolto, piomba nella più cupa disperazione, si mette le mani sul viso e poi le dice “Vestiti e andiamo a Catania. Dato che tu si stata posseduta dal professore Speranza è giusto che io vada da lui e che ti consegni a lui perché si prenda cura di te.” I piani di Furnari tuttavia sono diversi da quelli che espone alla figlia, probabilmente per non metterla in allarme.

Il maestro e la figlia partono nel primo pomeriggio, prendono un’automobile a noleggio e chiedono all’autista di dirigersi direttamente al Magistero, dove nel pomeriggio Speranza deve fare gli esami. Poi l’arrivo in aula e la tragedia che la figlia non aveva previsto né immaginato. L’imputato, che presta fede al racconto di Maritena atteggiatasi a vittima di violenza carnale, durante il processo scoprirà che i fatti sono andati diversamente e che la ragazza era consenziente: tra il professore e la sua studentessa Maritena c'era una relazione.

Speranza era un uomo affascinante, elegante, dimostrava meno dei suoi 48 anni, ci sapeva fare con le studentesse (e ne aveva sempre qualcuna intorno); tra queste c’era la Furnari ragazza esuberante, spigliata, fuggita dalla vita del paese e da una famiglia troppo all’antica.

Maritena si è concessa volentieri quando si è accorta di aver suscitato l'interesse del professore e i due si sono incontrati in una stanza dell'hotel Paradiso dell'Etna, “per ottenere un 30 e lode sul libretto” aggiungono i maligni. Scoperta la verità sulla tresca lo stesso Furnari, pentito del suo gesto, esclama con amarezza: «Se l'avessi saputo, non l'avrei fatto!»

Il maestro di Piazza Armerina viene processato nel novembre del 1965 per omicidio volontario. Furnari cerca di spiegare al processo la sua posizione: “Quello che per me era un dubbio il giorno successivo quando mia figlia mi ha fatto la confessione è diventata una realtà… Mia figlia aveva 19 anni, era una signorina, era l’ultimogenita, l’unica figlia femmina… era tutto per me! Era quella che alimentavo direi quasi con il mio alito per portarla avanti. Avevo contato nello studio perché si portasse avanti, senza pretese comunque: quando lo vuoi fare l’esame lo fai, se non sei sufficientemente preparata ci rinunci, tanto il tempo non ha valore nel raggiungimento di uno scopo.”

La stampa mostra comprensione per l’assassino dai modi pacati e dalla voce flemmatica. I giornalisti scrivono che Furnari è un insegnante severo ma buono che viene guardato con rispetto a Piazza Armerina dove lo definiscono leale, equilibrato, comprensivo. Persino il pubblico ministero, il giovane Lorenzo Inserra, sembra cercare delle attenuanti al delitto e definisce il maestro «l'unico vero galantuomo del processo», colpevole solo di non aver saputo controllare la sua ira.

Giuseppe Alessi che regge il collegio di difesa afferma in modo teatrale che “Il peccato e il delitto sono nati ed esplosi nella scuola: insegnante è l'omicida; docente universitario l'ucciso; studentessa del Magistero la sedotta; il banco, la cattedra, gli esami sono stati l'occasione e la degradante condizione del disonore e dell'omicidio! Ebbene, il Furnari, primo gradino della scala, ha incarnato la norma morale; ai vertici di quella piramide il professore di Università la ha infranto!».

La colpa moralmente più grave secondo la difesa è dunque quella di Speranza, che ha abusato della sua posizione per poter soddisfare le sue voglie.

Alcuni giornali invece attaccano Maria Catena, definita “la ragazza trenta e lode”, che avrebbe ceduto alle avances del professore solo per ottenere un buon voto e che non ha esitato ad armare la mano dell’assassino, ricorrendo a una menzogna: ai giornalisti non è sfuggito lo schiaffo del giovane Dario Speranza, figlio del professore, alla studentessa nell’aula del processo. Del resto quando di questione di onore trattasi è opinione diffusa che la donna non sia mai esente da colpa…

Il 23 dicembre 1965, dopo 12 udienze, l'imputato viene riconosciuto colpevole ma i giudici gli concedono tutte le attenuanti del delitto d’onore: Furnari viene condannato a due anni e undici mesi di reclusione. Una pena mite, che fa del maestro di Piazza Armerina l' ultimo giusto vendicatore dell' onore. Il pubblico applaude la sentenza eppure l' avversione per l’art. 587 lentamente comincia a farsi strada. Nel clima crescente di indignazione di una parte dell’opinione pubblica interviene anche Leonardo Sciascia per esprimere un giudizio critico sull'assurdità e stupidità del delitto d'onore e sulla inciviltà dell'articolo di legge che lo contempla.

La sentenza Furnari del 1965 fu "l'ultima volta" del delitto d'onore in Italia: l’art. 587 non verrà più applicato, nel 1981 finalmente verrà abolito.

venerdì 4 febbraio 2022

Buon compleanno Grand Central

Dopo tanto tempo, ritorno a pubblicare qualcosa su questo blog. Da un po' ne sentivo il richiamo e oggi ho finalmente trovato il tempo e (spero) la storia giusta.

Si tratta del 109° "compleanno" della stazione Grand Central di New York City. 

Chiunque sia andato a New York ci sarà passato almeno una volta, e anche chi non ha mai visitato la città, l'avrà quasi sicuramente vista in uno dei tanti film - anche animazioni, per esempio Madagascar - ambientate in questa suggestiva stazione ferroviaria.

Di seguito vi riporto l'interessante racconto pubblicato in proposito da Mario Calabresi nella sua newsletter Altre/Storie (alla quale vi consiglio di dare un'occhiata cliccando qui)

Buona lettura (e spero a presto!)


Buon compleanno Grand Central

di Mario Calabresi

Da 109 anni (il compleanno è stato proprio due giorni fa) è attraversata da un instancabile flusso di persone: ondate di passeggeri, pendolari, turisti, che si ripetono sistematiche e costanti da prima dell’alba fino all’ora di cena. Per anni ho coltivato il rito di andare ad osservare questa massa, ad un primo sguardo indistinta, di persone. Affascinato, per usare le parole di una canzone meravigliosa di Franco Battiato (Gli uccelli), dalle “traiettorie impercettibili” e dai “codici di geometrie esistenziali” con cui si muovono. Ognuno alla sua velocità, dettata dagli appuntamenti, dalla fretta, dai ritardi, ma nessuno mai si sfiora o si scontra, proprio come gli uccelli dai “voli imprevedibili e dalle ascese velocissime”.

Da più di due anni, da quando la pandemia ha fermato le nostre ali e non ho più attraversato l’Oceano, il mio rito di osservazione è sospeso e questo luogo del cuore lo visito solo nella memoria.

Sto parlando di Grand Central, una stazione, anzi un Terminal come lo chiamano i newyorkesi, che abita nel cuore di Manhattan, in una casa meravigliosa che mescola stili architettonici completamente diversi e che nell’eleganza del suo marmo era nata per essere “il salotto dei viaggiatori” e la porta d’ingresso dell’America.

Il primo treno che partì 109 anni fa era diretto a Boston e da qui si saliva su convogli che attraversavano tutti gli Stati Uniti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale ha cambiato funzione, diventando la casa per eccellenza dei pendolari che ogni giorno vanno a lavorare a New York dalla valle del fiume Hudson, da Long Island o dal Connecticut. Ma il cambio dei nomi sul tabellone, dove non ci sono più Miami, Washington o Chicago ma Yonkers, New Canaan e Poughkeepsie (sede negli Anni Venti e Trenta del secolo scorso dell’unica fabbrica americana della Fiat) non ha minimante scalfito il suo fascino e nemmeno diminuito il numero di coloro che l’attraversano. Resta la stazione con più binari al mondo, sono ben sessantasette disposti su due livelli, e nelle ore di punta arriva un treno ogni 58 secondi.

Grand Central è un posto speciale, che si ribella alle regole stabilite dalla sociologia per stazioni, aeroporti, autogrill, che vengono considerati luoghi di passaggio senza identità dove non si socializza e non si costruiscono relazioni. È stato l’antropologo francese Marc Augè a codificare queste regole in un libro fondamentale pubblicato trent’anni fa e intitolato per l’appunto “Nonluoghi”. 

Ma Grand Central non è un nonluogo, se potesse parlare ve lo racconterebbe l’orologio d’ottone a quattro facce che segna l’ora esatta dalla mezzanotte del 2 febbraio 1913: quanti incontri, appuntamenti, baci rubati, scambi di fiori, di regali, litigate, abbracci, pianti sono avvenuti in questo secolo sotto le sue lancette.

Non solo ci passano 750mila viaggiatori al giorno, ma anche più di venti milioni di turisti e curiosi ogni anno.

I nonluoghi sono caratterizzati dalla precarietà e dalla mancanza di storia, perché sempre condannati all’attimo presente, all’istante. Ma a Grand Central la storia invece si forma e si ferma, qui si radunavano i soldati che dovevano partire per il fronte europeo nella Seconda Guerra Mondiale, qui trovarono rifugio i senzatetto durante la feroce crisi che colpì New York negli Anni Settanta, qui è stato aperto uno dei primi centri vaccinali d’America, qui si trova uno dei più caratteristici e tradizionali ristoranti di Manhattan (l’Oyster Bar, dove si può mangiare la New England Clam Chowder, la famosa zuppa di vongole, cipolle e latte che il marinaio Ismaele mangia nel Moby Dick di Melville) e qui si può fare la spesa, comprare un mazzo di fiori, una bottiglia di vino e trovare un regalo.

Ma non solo, secondo Marc Augè nei nonluoghi le persone transitano ma nessuno vi abita, qui invece per alcuni decenni i tunnel sono stati la casa di homeless che vivevano di tutto ciò che la stazione poteva offrire e la loro presenza è sempre stata il sismografo delle crisi, l’indicatore dello stato di salute della città e dell’America tutta.

Sotto questo cielo, è il caso di dirlo perché l’immenso soffitto rappresenta una volta stellata con i segni zodiacali, la vita è reale e prende infinite direzioni.

Proprio in questi giorni del compleanno sono tornato a Grand Central grazie a un libro (Grand Central dream) uscito da pochi mesi, scritto da due giornalisti appassionati di arte cinema e letteratura, Stella Cervasio e Alessandro Vaccaro, che sono stati capaci di raccogliere una straordinaria quantità di storie e informazioni piene di fascino. 

Ho scoperto il reparto oggetti smarriti che si trova al binario 100, dove ne vengono raccolti ventimila l’anno e dove è arrivato di tutto: da una gamba di legno a una tartaruga, da un certificato di matrimonio a un gatto. O la storia di Lester Onderdonk, il responsabile del tabellone ferroviario che ogni giorno si posizionava con gessetto e microfono davanti a una lavagna e scriveva a mano con una bellissima grafia gli orari degli arrivi e delle partenze ma anche una serie di note come le previsioni metereologiche avverse a causa delle quali le corse sarebbero state soppresse. All'età di 58 anni la sua carriera terminò in virtù del processo di automazione: Grand Central adottò nel 1967 un display a cristalli liquidi prodotto da un’azienda italiana, la friulana Solari che ha fatto anche i tabelloni dell’aeroporto JFK di New York.

Degli uomini che scrivevano gli orari a mano resta traccia in una bellissima copertina del New Yorker del maggio del 1933, di un tempo in cui donne e uomini portavano il cappello e l’attesa si ingannava leggendo i giornali e non chini con gli occhi sugli smartphone.

Il più illustre e sofisticato settimanale americano ha dedicato tantissime copertine a Grand Central, a partire da quella del 1927 realizzata da Theodore Gilbert Haupt, pittore di matrice surrealista che regalò una visione completa del Main Concourse, l’immenso salone delle partenze, mostrando anche il cielo stellato. Cervasio e Vaccaro raccontano nel loro libro che lo stesso pittore realizzò anche un murale per lo zoo di Central Park che purtroppo fu distrutto dai lavori di restauro.

La copertina più potente è però la più recente: pubblicata il 30 Marzo del 2020, durante il primo lockdown, è il simbolo di ciò che abbiamo vissuto negli ultimi due anni. Si vede il grande atrio della stazione completamente deserto, unica presenza quella di un uomo delle pulizie che sta lavando il pavimento. L'orologio, solitario e quasi sperduto, sembra interrogarsi su ciò che sta succedendo. Mai nella sua storia aveva visto quello spazio vuoto e desolato, mai i treni si erano fermati, mai i negozi, i bar e i ristoranti non avevano aperto all’alba. Non è un caso che per raccontare il momento più drammatico della storia della città dopo l’11 settembre il New Yorker abbia scelto proprio Grand Central.

Ora la vita è tornata, lo smart working ha diminuito la forza delle ondate di pendolari e i turisti sono pochi, mancano gli europei, gli asiatici e i sudamericani, ma ogni giorno si aggiunge qualcuno. L’Oyster Bar ha sfruttato questo tempo per ristrutturarsi e modernizzare i suoi 440 coperti, anche se un negozio su tre nell’area intorno alla stazione non ha più riaperto. Ma chi ha memoria e conosce la storia della città sa che si rialzerà anche questa volta. 

Intanto per festeggiare il 109esimo compleanno, questa settimana in ogni bar della stazione una tazza di caffè americano costava solo 1,09 dollari. 

Io aspetto fiducioso di tornare a scegliere un angolo delle scale o di una delle balconate, prendere un caffè e mettermi a osservare la folla indistinta e cercare di intuire storie, vite e incontri. E di tornare a salutare l’orologio.