giovedì 30 marzo 2017

Le politiche di Trump non salveranno il carbone - dal Sole 24Ore

Si sta parlando molto in questi giorni degli atti del presidente USA Trump contro le precedenti scelte di Obama in tema di ambiente e clima. Ma di che si tratta veramente? Quali possono essere gli effetti?
Riporto di seguito un interssante articolo di Sissi Bellomo del Sole24Ore (leggibile qui).

Buona lettura

Non saranno gli editti di Donald Trump, ma le leggi dell’economia a decidere il destino del carbone e degli altri combustibili fossili. È questa l’opinione prevalente nel mondo dell’energia all’indomani del colpo di spugna alle politiche ambientali negli Stati Uniti.

Il nuovo presidente americano, proclamando la «fine della guerra contro il carbone», ha avviato un processo che negli Usa potrebbe effettivamente prolungare la vita a qualche vecchia e inquinante centrale. Le sue mosse non sembrano però sufficienti ad alterare in modo decisivo gli scenari di domanda e offerta, né a livello nazionale, né tanto meno su scala globale. Non a caso i mercati non hanno avuto reazioni rilevanti agli ultimi sviluppi della politica Usa.

La reazione del mercato 
I titoli di alcune società carbonifere – reduci da una crisi drammatica, che ha provocato numerosi casi di bancarotta e migliaia di licenziamenti – si sono rafforzati a Wall Street: in particolare Peabody Energy ha registrato un rialzo di oltre il 10% nelle ultime due sedute. Ma le quotazioni del carbone non hanno registrato grosse variazioni, salvo che in Asia, dove però sono in rialzo per via del ciclone Debbie, che ha costretto a chiudere diverse miniere in Australia.

Il gas, diretto concorrente del carbone nella generazione elettrica, si è mantenuto ai massimi da oltre un mese al Nymex, oltre 3 $/Mtbu, mentre il petrolio – anch’esso in rialzo, sopra 49 $/barile nel caso del Wti – sta rispondendo soprattutto al crollo della produzione in Libia, cui si è unito ieri un forte calo delle scorte di benzina negli Usa.

I rischi – non solo per gli scenari previsionali, ma anche e soprattutto per l’ambiente – diventerebbero molto più concreti se scattasse un effetto emulazione, ossia se altri Paesi decidessero di abbandonare la lotta contro il cambiamento climatico.

Washington non ha ancora deciso se ritirare ufficialmente l’adesione agli Accordi di Parigi, come Trump aveva promesso di fare in campagna elettorale: un passo che persino il gigante del petrolio ExxonMobil esorta ad evitare. Comunque sia, una volta smantellate le misure di Obama per la riduzione dei gas serra, è ben difficile che riesca a rispettare gli impegni di Parigi (gli accordi peraltro non prevedono sanzioni).

Tempi lunghi 
Il Clean Power Plan, in particolare, imponeva alle utilities di ridurre le emissioni di Co2 delle centrali elettriche del 32% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. Trump comunque non ha potuto abrogarlo per decreto, ma solo avviare la sua revisione. «Questa è solo la prima mossa di una lunga partita a scacchi, che durerà anni – avverte Richard Revesz, giurista della New York University – La questione potrebbe non essere risolta prima del 2020, quando ci saranno nuove elezioni presidenziali». Sarà infatti necessario avviare nuovi processi di consultazione, complicati dall’opposizione degli ambientalisti e di molte forze politiche, ed è probabile che ci saranno anche numerose battaglie in tribunale.

Nel frattempo difficilmente le utilities cambieranno i piani di investimento, che rispondono a strategie economiche di lungo periodo. Il ceo di Duke Energy Corp, Lynn Good, è stato molto chiaro in proposito: «Visto il prezzo competitivo del gas e la discesa dei costi delle rinnovabili continuare a tagliare le emissioni di Co2 per noi ha senso». La società non rinuncerà quindi al piano decennale, che prevede di investire 11 miliardi di dollari in centrali a gas o fonti rinnovabili (a scapito del carbone).

Quello di Duke Energy è un orientamento molto diffuso nel settore, rafforzato dal fatto che alcuni Stati – come la California e lo Stato di New York – non hanno alcuna intenzione di fare passi indietro nelle politiche contro il climate change. Anzi, proprio in questi giorni le hanno rafforzate.

La chiave è nei prezzi 
Al di là degli aspetti regolatori, le variabili chiave sono comunque da un lato il prezzo delle risorse e dall’altro il costo e il grado di sviluppo delle tecnologie. Del resto è stato durante la presidenza di Obama, più sensibile ai temi ambientali, che la produzione di idrocarburi negli Usa ha vissuto uno dei periodi di maggiore sviluppo nella storia, grazie allo sfruttamento dello shale gas e dello shale oil. E negli stessi anni il carbone ha perso terreno nella competizione tra fonti: la sua quota nel mix di generazione Usa è scesa dal 50% di una decina di anni fa al 30% nel 2016, quando è stato superato dal gas, che essendo più economico è salito al 34%.

La produzione di carbone negli Usa – non certo per colpa di regolatori occhiuti – è crollata ai minimi da quarant’anni nel 2016 e dal 2011 l’industria ha perso circa 60mila addetti, vittime della crisi ma anche dell’automazione dei processi estrattivi. Ora restano appena 77mila minatori nel Paese e nonostante la propaganda di Trump è improbabile che il loro numero crescerà. Anche la rimozione della moratoria sulle licenze minerarie in terreni federali per ora non interessare a nessuno: le società carbonifere assicurano di avere riserve più che sufficienti per molti anni a venire.

mercoledì 1 febbraio 2017

Benefici ambientali ed energetici dell'auto elettrica

La mobilità elettrica può garantire sostanziali benefici ambientali ed energetici, soprattutto in ambito urbano, e può costituire nel medio periodo un’importante leva per il conseguimento degli obiettivi che l’Italia condivide con l’Unione Europea dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Parigi sul cambiamento climatico.
Il sistema dei trasporti si inserisce infatti nel più ampio target della decarbonizzazione assunto dall’Europa e dai paesi europei. Per raggiungere tale obiettivo, è necessario incrementare in maniera sostanziale il livello di elettrificazione dei consumi finali, in particolare nel settore termico e dei trasporti.  

La mobilità elettrica consente in sostanza di riportare anche nei trasporti le riduzioni di intensità di emissioni di anidride carbonica, che derivano dallo sviluppo di impianti termoelettrici ad alta efficienza ed a gas naturale, dallo sviluppo delle fonti rinnovabili, dalla preferenza accordata a meccanismi di mercato come l’ETS. I benefici che deriverebbero da una crescita significativa della mobilità elettrica si possono quantificare in maniera precisa. Il basso impatto ambientale derivante dall’utilizzo di un veicolo elettrico è infatti dovuto alla disponibilità di energia necessaria al suo funzionamento che ha ormai limitati impatti ambientali e climalteranti. Infatti il settore elettrico italiano sta attraversando una fase di profondo cambiamento, caratterizzata da un forte aumento della quota di produzione da fonti rinnovabili e questo trend è destinato a continuare in futuro, in linea con i nuovi obiettivi europei al 2030, che prevedono un incremento del peso delle fonti rinnovabili destinate alla produzione di energia elettrica, fino al 45% del consumo finale lordo. Il risultato è che, per il 2015, il fattore medio di emissione sui consumi finali è stato pari a 316 gCO2/kWh (-45% rispetto al 1990!), mentre è ragionevole ipotizzare al 2030 un fattore medio di emissione sui consumi finali dell’ordine di 280 gCO2/kWh.
In questo contesto, la diffusione dei veicoli elettrici – proprio perché accoppiata alla crescente generazione da fonti rinnovabili e da un impianti termoelettrici ad alta efficienza – contribuirebbe sia alla riduzione nell’utilizzo di fonti primarie fossili (e quindi ad un miglioramento della “bolletta energetica”) sia al raggiungimento degli obiettivi afferenti le emissioni climalteranti.
Il veicolo elettrico è già oggi in vantaggio rispetto alle altre tipologie di veicoli: sulla base delle emissioni 2015, un veicolo elettrico emette indirettamente tra 40 e 60 grammi di CO2 per chilometro, a fronte dei 115 grammi medi dei veicoli mossi da motori a combustione interna, mentre sulla base delle emissioni al 2030 questi valori saranno pari, rispettivamente, a 30/40  e 95 grammiCO2/km (quest’ultimo è l’obiettivo europeo sulle emissioni di CO2 del parco veicolare nuovo a partire dal 2021). .
Altro sostanziale vantaggio è quello assicurato sulla qualità dell’aria, che assume importanza fondamentale nei centri urbani e nelle are densamente popolate. I veicoli elettrici allo scarico semplicemente non emettono nessuno degli inquinanti atmosferici che hanno diretto impatto sulla salute come il particolato (PM10, PM 2,5), gli ossidi di azoto (NOx), gli ossidi di zolfo (SOx), gli idrocarburi incombusti (THC), il monossido di carbonio (CO) e i composti organici volatili (COV).
Infine, si deve sottolineare la   forte riduzione dell’impatto acustico, scomparendo quello dovuto alla combustione e che quindi  limitato unicamente a quello dovuto  al rotolamento dei pneumatici.In sostanza  i benefici ambientali in ambito urbano, dove più pressante è il problema dell’inquinamento atmosferico, sarebbero consistenti e migliori anche rispetto ai più moderni veicoli EURO 6.

In questo quadro, vale la pena di sviluppare un esercizio di stima e valorizzazione, verificando quali effetti avrebbe la ipotetica e semplice sostituzione degli autoveicoli in circolazione “euro 2” immatricolati nel 2000 (si ipotizza una percorrenza media di 5000 km, cioè di un utilizzo in ambito urbano). Nel caso di introduzione di veicoli EURO 6 con emissioni di CO2 in linea con gli obiettivi di emissione al 2020, si avrebbe una riduzione complessiva di circa il 40% di CO2, del 70% di NOx&THC ed un risparmio energetico del 35%. Mentre nel caso di introduzione di veicoli elettrici, si avrebbe una riduzione complessiva del 70% di CO2, del 100% di NOx&THC ed un risparmio energetico di circa il 70%.


Certamente, la mobilità elettrica imporrà un significativo sviluppo infrastrutturale, ma si tratta di interventi relativamente semplici da adottare, a fronte dei quali si paleseranno importanti vantaggi rispetto ad ogni altra tecnologia, anche senza salti tecnologici, per l’assenza di emissioni di sostanze inquinanti e la costante riduzione dell’impatto climalterante dovuto  al continuo trend di decarbonizzazione della generazione elettrica.