domenica 14 aprile 2013

Impianti eolici, petrolio, immobili stranieri all'assalto dell'Isola low cost


Propongo questa interessantissima inchiesta di Lorenzo Rotondo apparsa qualche giorno fa (31/03) su Repubblica.

Buona lettura.

E' boom degli investimenti esteri in Sicilia ma l'occupazione rimane ferma. Quanto e cosa resta dei capitali stranieri spesi in Sicilia? L'Isola offre una reale opportunità economica o è solo un trampolino di lancio verso i Paesi dell'Africa e del Medio Oriente?

Secondo i dati dell’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), il numero delle imprese a partecipazione estera in Sicilia è aumentato di quasi il 200 per cento negli ultimi 6 anni, passando dalle 59 del 2006 alle 163 del 2012. Crescono di poco invece i nuovi addetti nelle aziende “straniere”: appena 800 impiegati in più che portano da 2600 a 3400 il numero dei dipendenti. 

Low Cost Sicily 
Ma cosa spinge gli imprenditori stranieri ad investire qui piuttosto che altrove? 
Confindustria Sicilia parla di un «nuovo scenario economico che vede l’Africa e il Medio Oriente come prossimi obbiettivi delle multinazionali. In questo contesto, l’Isola svolgerebbe il ruolo di testa di ponte, un rifugio sicuro per studiare e ottenere le risorse necessarie prima della nuova espansione». Un rifugio, però, che in molti casi diventa solo una breve sosta. I soldi arrivano, stazionano, e dopo un po’ se ne vanno. Ma c’è di più. Secondo i dati di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, investire in Sicilia costa meno che nelle altre regioni. Un esempio? Il costo medio per l’acquisto di un capannone industriale in Lombardia è di 1300 euro al metro quadrato mentre a Palermo sfiora appena gli 800 euro. Prezzi ancora più allettanti per uffici e strutture logistiche dove il risparmio sfiora il 50 per cento: 450 euro al metro quadrato contro gli 850 della Lombardia. Stesso discorso per il costo medio di un operaio. Assumerne uno a Catania piuttosto che a Bergamo può far risparmiare all’impresa più di 7 mila euro all’anno per ogni dipendente. 
«La crisi ha svalutato il mercato siciliano — afferma Cleo Li Calzi, manager palermitana, presidente di Sviluppo Italia Sicilia — un mercato che vantava già dei prezzi più vantaggiosi rispetto al resto del Paese. I costi d’insediamento per le imprese estere presentano degli “sconti” anche del 70 per cento. E non dimentichiamoci dei contributi europei, più facili da reperire qui rispetto alle altre regioni». Ma chi sono gli “stranieri” nell’Isola e dove investono? 

Il ritorno degli spagnoli 
In testa a tutti ci sono gli spagnoli con i nuovi “vicerè”, ricchi imprenditori pronti a trasformare le campagne siciliane in giganteschi impianti per la produzione d’energia rinnovabile. L’Iberdrola ad esempio, colosso mondiale dell’eolico con a capo l’imprenditore Ignacio Sanchez Galan e un fatturato annuo di 3 miliardi di euro, ha avviato un progetto per la costruzione di 4 mega impianti (Nebrodi, Alcantara, Lago Arancio e Rocca Ficuzza) per un totale di 178 Megawatt di potenza. Un investimento di circa 300 milioni di euro che permetterà di fornire energia rinnovabile a più di 150.000 abitazioni. Decine di impianti fotovoltaici e 17 milioni d’investimento è il fantaprogetto siciliano della AG-Solar, azienda spagnola controllata dalla Gestamp Corporacion, la più grossa holding iberica nel campo della lavorazione dell’acciaio. Sono invece baschi gli autogeneratori di due impianti eolici, quello di Cattolica (Agrigento) e Lercara (Palermo), grazie all’accordo tra l’iberica Gamesa e l’Enpower 3 Srl del Gruppo Moncada Costruzioni. 
Fiumi di investimenti che all’Isola però lasciano poco o nulla (qualche migliaia di euro per l’affitto dei terreni ai proprietari). In alcuni casi la regione arriva addirittura a pagare di tasca propria i vicerè spagnoli nell’Isola. Molte delle multinazionali iberiche operano in Sicilia tramite delle piccole aziende satellite, rigorosamente a responsabilità limitata, con circa 20 dipendenti e ammini-stratori delegati con cariche nella società madre spagnola. Alcune ne contano una per ogni progetto. Una strategia aziendale che spesso permette ai vicerè di addossare ai siciliani i costi di produzione e spedire gli utili a Madrid. Terminato il progetto, la società satellite potrà tranquillamente liberarsi della manodopera siciliana lasciando allo Stato le spese contrattuali dei licenziati (cassa integrazione e mobilità). Cataldo Salerno, vicepresidente di Confindustria Sicilia, parla di «mancanza di regole che rischiano di trasformare l’Isola in un oggetto low cost da affittare e sfruttare a proprio piacimento ». «Ben venga il denaro straniero — aggiunge Salerno — ben vengano i loro investimenti. Ma è difficile immaginare una regione che possa trarre vantaggi economici per i suoi abitanti se poi queste società formulano i loro bilanci in altre aree più convenienti per loro». 
Tempi duri invece per la più celebre delle aziende spagnole nell’Isola: Caltaqua spa, proprietà di Aqualia, filiale del gruppo Fcc. Sono ben ventidue i comuni della provincia di Caltanissetta serviti dalla società iberica, dallo scorso anno alle prese con lo spettro dei licenziamenti, evitati in extremis, e per ben due volte, lo scorso anno grazie ai contratti di solidarietà con i quali tutti i lavoratori del gruppo (181 in totale) accettavano un taglio dello stipendio del venti per cento. E’ spagnolo anche il gas distribuito in 45 città dell’Isola dalla Gas Natural, appartenente alla Gas Natural Fenosa del magnate Salvador Gabarrò, che opera in Italia in regime di concessione pubblica dal 2004. L’investimento degli spagnoli, in questo caso, avrebbe favorito solo una persona: Massimo Ciancimino, accusato di aver sottratto allo Stato il “tesoro” del padre, Don Vito: quei 126 milioni di euro ottenuti dalla vendita della Gas Gasdotti Siciliana (azienda che negli anni Ottanta si aggiudicava la gestione della rete di distribuzione del metano a Caltanissetta e Alcamo, con il benestare di Bernardo Provenzano) agli spagnoli della Gas Natural. 

Dai russi ai Simple Minds 
Il più «ricco» degli investimenti stranieri in Sicilia resta quello dei russi della Lukoil, compagnia petrolifera con a capo Vagit Alekperov e un fatturato che sfiora i 50 miliardi di dollari. Nel 2008 la società creò una joint venture con Erg per la gestione della raffineria Isab di Priolo nel siracusano. Costo dell’operazione: 1,3 miliardi di euro. «Ma anche in questo caso — sottolinea Nino Salerno, vicepresidente di Confindustria Sicilia — si tratta più di un passaggio di consegne che di un vero e proprio investimento, visto che i lavoratori e gli impianti esistevano già da prima». E poi c’è la salute, quella dei lavoratori impiegati negli impianti controllati dai russi e quella degli abitanti dei comuni limitrofi. Nel 2005, tra Priolo e Melilli, il 5 per cento dei bambini è nato con malformazioni genetiche, numeri cinque volte superiori alla media nazionale. Mentre sono del 20 per cento maggiori rispetto al resto del Paese i decessi per tumore ai polmoni. 
Russi che hanno messo gli occhi su un altro settore in crescita dell’Isola, quello immobiliare, dove i prezzi di ville e appartamenti sono più bassi del 30 per cento rispetto alla Toscana e fino al 40 per cento nelle zone d’Oltralpe. Secondo i dati della Engel & Volkers, leader internazionale nell’intermediazione di immobili, nel 2012 gli investimenti nel settore in Sicilia da parte di stranieri hanno raggiunto gli 84 milioni di euro con aumento del 4 per cento rispetto a 3 anni fa. Tedeschi, francesi e maltesi i nuovi proprietari delle residenze siciliane. Ma anche americani e scozzesi. Questi ultimi vantano la presenza nella regione del leader di una delle più famose rock band, Jim Kerr dei Simple Minds, che a Taormina ha acquistato l’hotel Villa Angela: splendida struttura a meno di 800 metri dal teatro antico con camere superlusso anche di 45 metri quadrati. 
Parlano inglese anche altri imponenti investimenti sempre nel settore turistico. Quello della catena americana Orient Express che a Taormina ha acquistato gli hotel Villa Sant’Andrea e Timeo per 80 milioni di euro e quello del Lord inglese Rocco Forte, che nel marzo del 2010 trasformò un pezzo di costa tra Sciacca e Ribera nel gigantesco resort Verdura. Tre campi da golf e una mega struttura alberghiera per un investimento complessivo di oltre 100 milioni di euro. 

L’invasione delle trivelle 
Ma è soprattutto sul mare che l’invasione straniera si fa sempre più spregiudicata. Decine le compagnie petrolifere estere impegnate nella ricerca di idrocarburi nei fondali siciliani. Texani, canadesi, inglesi, irlandesi e olandesi. Tutti a caccia dell’oro nero. L’australiana Transunion ha già iniziato a sondare il fondale dello specchio d’acqua davanti a Pozzallo, a 27 chilometri dalla costa. L’Audax di Kingston (Inghilterra) di sonde invece non ne ha più bisogno. A breve potrebbe già cominciare a trivellare a 13 miglia da Pantelleria. E non molto lontano da lì, nei dintorni delle Isole Egadi, la londinese Northern Petroleum scalda i motori delle sue piattaforme. Proprio quest’ultima, lo scorso anno, faceva sapere di poter estrarre dai giacimenti siciliani ben 4 miliardi di barili che tradotti in quattrini significano 400 miliardi di euro nelle tasche dei petrolieri. Briciole o nulla per la Sicilia dove le royalty che le compagnie minerarie lasciano al territorio senza imporre franchigie arrivano a malapena al 4 per cento contro l’85 di Libia e Indonesia e l’80 di Russia e Norvegia. Forti delle agevolazioni fiscali italiane, le società le decantano ai loro investitori esteri. A pagina 7 del rapporto annuale della Cygam (società petrolifera con sede a Calgary in Canada) si parla della Sicilia come un paradiso «per l’estrazione di petrolio off-shore», sottolineando la totale «assenza di restrizioni e limiti al rimpatrio dei profitti». «Al di là dell’aspetto ecologico, per l’Isola le trivelle sono anche antieconomiche », spiega Mario Di Giovanna, portavoce di “Stoppa la Piattaforma”. «Se ci adeguassimo agli standard delle royalty degli altri paesi, facendo i conti della serva, potremmo estinguere, solo con una minima parte del canale di Sicilia, il 25 per cento del debito pubblico italiano». 

Star Wars Sicily 
Il caso più eclatante di investimenti esteri senza alcun beneficio per l’Isola è quello relativo alle attività militari americane. Una valanga di dollari per la realizzazione di radar, aerei spia e nuove basi che, secondo gli esperti, rischiano di trasformare la Sicilia in una sorta di mega portaerei al servizio di Washington, dove atterrare e decollare a proprio piacimento e soprattutto a costo zero. Dal tanto chiacchierato 
Muos di Niscemi, il gigantesco radar a stelle strisce nel cuore dell’Isola (vale 43 milioni di dollari), al potenziamento della base di Sigonella, per la quale Washington, dal ‘96 ad oggi, ha speso oltre un miliardo di dollari. E ancora la paura che diverse aree a verde agricolo siano trasformate in zone edificabili per fare spazio a nuovi residence per ospitare i militari e le loro famiglie, come l’agrumeto di contrada Scirumi, a Lentini. Anche in questo caso ricavi nulli per la Sicilia che arriverebbe addirittura a pagare le salatissime bollette dei residenti militari. I conti in tasca agli States dispiegati in Sicilia li ha fatti il Comitato per la smilitarizzazione della base di Sigonella: quasi un miliardo di litri d’acqua all’anno, più di 400 litri di benzina al mese per ogni militare e più di 388 mila euro erogati dalla Regione agli inizi del duemila per la costruzione delle nuove linee di trasmissione elettrica tra la centrale Enel di Pantano D’Arci e la base. Una buona parte del totale a spese dei siciliani. L’Italia infatti paga dal 37 al 40 per cento dei «costi di stazionamento» delle forze armate Usa nel nostro paese sotto forma di contributi diretti e agevolazioni. 
A circa 20 chilometri dalla base di Sigonella, si concentrano gli interessi di un altro illustre straniero. Si chiama Eduardo Ernukian, argentino di origini armene, a capo della Corporacion America, multinazionale sudamericana specializzata nel settore degli scali aeroportuali. Ernukian avrebbe creato un fondo in Lussemburgo intitolato “Catania”. Dentro, il denaro che l’argentino sarebbe disposto a sborsare per accaparrarsi la gestione dell’aeroporto Fontanarossa. Cento milioni di euro per la realizzazione di una nuova pista da 3 mila metri per i voli intercontinentali. 
Ma l’Argentina non è l’unico giocatore in campo. Secondo alcune indiscrezioni, su Fontanarossa ci sarebbe anche l’interesse di alcuni sconosciuti buyer cinesi. Da qualche anno l’Impero Celeste è al centro di un tam tam mediatico su possibili investimenti in yuan nell’Isola. Dal polo automobilistico di Termini, ad aeroporti nuovi di zecca fino all’incredibile progetto del Ponte sullo Stretto. Ma ad oggi, dall’Impero Rosso, solo chiacchiere e illusioni. 

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