venerdì 26 febbraio 2016

Il puzzle del sistema elettrico tra rinnovabili, reti, costi e CO2

Per raggiungere la famosa decarbonizzazione del settore energetico e, più in generale, dell’economia di un Paese, le infrastrutture elettriche di rete sono fondamentali. Infatti, l’integrazione nel sistema delle fonti rinnovabili, e soprattutto della produzione da fonti rinnovabili non programmabili (come il sole e il vento), ha necessariamente bisogno di adeguate infrastrutture di rete. Ciò al fine di permettere l’ottimale sfruttamento della produzione elettrica da tali fonti ed evitare sprechi dovuti a insufficiente (o inesistente) magliatura di rete. Una rete magliata e sviluppata in maniera ottimale potrebbe anche rendere meno necessario il ricorso ai costosi (per ora) sistemi di storage.
I precedenti concetti sono piuttosto noti, e si adattano perfettamente a famose situazioni italiane, come il “famoso caso del Sorgente-Rizziconi”, ovvero il raddoppio del cavo di collegamento tra Sicilia e Calabria, che permetterebbe di sfruttare molto meglio la produzione rinnovabile (e non solo) sia in Sicilia che in tutto il Sud Italia. Ma questa è un’altra storia.
Come si diceva, per decarbonizzare il settore energetico, ovviamente si può ricorrere alla produzione di energia da fonti rinnovabili: tal energia (soprattutto l’energia solare ed eolica) ha però costi di produzione (Levelised Cost Of Electricity - LCOE), in generale, maggiori dell’energia prodotta da fonti fossili tradizionali. Ciò è dovuto in parte al basso capacity factor di questo tipo di tecnologie (soprattutto se gli impianti sono ubicati in maniera sub-ottimale). Per chi se lo stesse chiedendo, il capacity factor è il rapporto tra la produzione annua effettiva e la produzione teorica ottenibile se l’impianto lavorasse ogni ora dell’anno al massimo della sua capacità. Non sfugga il dettaglio che tale capacity factor è basso anche a causa di una scelta non ottimale della localizzazione dell’impianto (ad esempio perché la scelta dell’ubicazione è fatta in funzione della rete di trasmissione esistente). Incrementando l’utilizzo di tecnologie con alti costi di produzione, aumenterebbero di conseguenza i costi generali di tutto il sistema elettrico.
Ricapitoliamo i pezzi del puzzle: energia solare, energia eolica, localizzazione degli impianti, capacity factor, costi di produzione, costi di sistema, infrastrutture di rete. Il problema è ricomporre questo puzzle trovando la soluzione ottimale, cioè tale da massimizzare la produzione da Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) e contemporaneamente minimizzare i costi di sistema. Questo è quello che ha provato a fare un team di ricercatori del NOAA e dell’Università del Colorado, in USA: i risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati da poco su Nature.
In premessa, lo studio* evidenzia che negli Stati Uniti non c’è un sistema elettrico unico, quanto piuttosto diversi sistemi regionali interconnessi, gestiti però in maniera autonoma l’uno dall’altro. Altro elemento peculiare degli Stati Uniti è l’ampia estensione territoriale, che comprende quindi sia ampie zone ottimali per la produzione fotovoltaica, sia altrettanto ampie zone ottimali per la produzione eolica.
Secondo lo studio, le infrastrutture di rete andrebbero decisamente sviluppate, creando un sistema unico nazionale costituito da collegamenti HVDC, che rispetto alle reti HVAC consentono una più agevole trasmissione dell’energia sulle lunghe distanze. In questo modo, si riuscirebbe a sfruttare in maniera ottimale la produzione da FER: infatti la variabilità e l’intermittenza di tali produzioni si riduce all’aumentare dell’area territoriale coperta dalla rete di collegamento. Con un efficiente sistema unico di trasmissione su tutto il territorio degli USA, si riuscirebbe quindi ad attenuare fortemente tale intermittenza, ottenendo, utilizzando termini più affascinanti, una de-correlazione temporale delle produzioni da FER. A tale ridotta variabilità si aggiungerebbe la scelta ottimale della localizzazione degli impianti, finalizzata ad ottenere i più alti capacity factor possibili. Ecco che il puzzle (almeno teoricamente) è risolto: sfruttamento massimo delle FER grazie alla ridotta intermittenza su ampia scala geografica e minimizzazione dei costi grazie all’ottimale localizzazione degli impianti.
I ricercatori hanno elaborato un complesso modello di simulazione/ottimizzazione, partendo da un’estesa base pluriennale di dati metereologici orari, aventi la risoluzione territoriale di una griglia con celle di 13 km di lato. In questo modo sono stati ottenuti i valori di capacity factor per ogni cella della griglia territoriale, individuando così le aree potenzialmente ottimali per l’installazione di impianti FV ed eolici (vedi figura 1).


Obiettivo del modello è stato quello di individuare lo schema della rete di trasmissione e dell’ubicazione di impianti FER e tradizionali che fosse ottimale sia dal punto di vista ambientale (riduzione della CO2), sia dal punto di vista dei costi (minimizzazione costi di sistema), e sia dal punto di vista della gestione in sicurezza del sistema elettrico (dispacciamento degli impianti).
Nel modello sono stati inseriti i possibili trend della domanda elettrica e gli scenari di evoluzione dei costi delle tecnologie e del gas, e sono stati considerati molti vincoli, come l’esclusione di aree protette e urbanizzate per l’installazione di impianti FV o eolici, la costruzione di nuovi impianti nucleari o fossili solo in corrispondenza di siti già esistenti, ecc. Ovviamente un tale modello, nonostante la sua complessità, ha dovuto prevedere varie semplificazioni: non è considerato il pompaggio idroelettrico, le tecnologie di produzione ancora in fase di sviluppo (CSP, moto ondoso, geotermico), le tecnologie di storage.
Sono stati considerati tre scenari evolutivi al 2030: High-cost Renewables Low-cost Gas (HRLG), Low-cost Renewables High-cost Gas (LRHG), Mid-cost Renewables Mid-cost Gas (MRMG). Le emissioni di CO2, secondo il modello, con le tecnologie attuali potrebbero essere ridotte del 33% (HRLG), del 61% (MRMG) e addirittura del 78% (LRHG) rispetto ai livelli del 1990. Il tutto mantenendo un costo medio LCOE di sistema in linea con quello del 2012: 8.6 c$/kWh (HRLG), 10,2 c$/kWh (MRMG), 10,0 c$/kWh (LRHG), rispetto ai 9,8 c$/kWh del 2012.
Inoltre, un migliore sfruttamento delle fonti rinnovabili avrebbe un ulteriore  effetto di decarbonizzazione sull’economia in generale, tramite l’utilizzo delle elettro-tecnologie attualmente esistenti (pompe di calore, veicoli elettrici, cucine a induzione).
Gli autori sottolineano che nello scenario migliore (LRHG) i risparmi annui totali di questo sistema di trasmissione unico rispetto agli attuali sistemi regionali sarebbe pari a 47 mld di dollari, cioè circa il triplo del costo annuo dell’infrastruttura di rete HVDC ipotizzata. Mi permetto di evidenziare che, probabilmente non a caso, gli autori non riportano quali sarebbero i risparmi annui negli altri due scenari, forse perché, in effetti, il costo annuo della rete HVDC sarebbe maggiore.
Le figure seguenti, tratte dall’articolo pubblicato su Nature, sintetizzano i risultati ottenuti.






Una domanda però mi rimane: come si potrebbe tradurre e perseguire in pratica la localizzazione ottimale degli impianti prevista dal modello e riportata in figura 3? Escludendo la totale nazionalizzazione/monopolizzazione, lo Stato dovrebbe elaborare meccanismi tali da guidare in maniera molto precisa l’installazione dei nuovi impianti solo nelle aree geografiche previste al fine di un’ottimizzazione di sistema. Compito molto molto difficile, secondo me. Di sicuro, però, lo storage di energia elettrica non sembra l’unica strada da percorrere verso una completa integrazione delle FER nel sistema, parallelamente al miglior sfruttamento della loro produzione e mantenendo alti i livelli di sicurezza della rete.
Sulla difficoltà di mettere in pratica tutto questo, anche gli stessi autori dello studio sono d’accordo: ma con il tipico spirito ottimista americano, che condivido pienamente anch’io, ricordano che la sfida per la creazione di un sistema elettrico unico nazionale è simile ad altri progetti (portati a termine) di infrastrutturazione nazionale, come le ferrovie transcontinentali nell’800 o le autostrade interstatali nel ‘900. Adesso è giunto il turno del sistema elettrico. Staremo a vedere.


*Future cost-competitive electricity systems and their impact on US CO2 emissions, Alexander E. MacDonald, Christopher T. M. Clack, Anneliese Alexander, Adam Dunbar, James Wilczak & Yuanfu Xie. Nature Climate Change (2016) doi:10.1038/nclimate2921

lunedì 8 febbraio 2016

NOma: l’app che racconta i luoghi e le persone morte per combattere la mafia

“Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”

Ormai oggi esistono app di tutti i tipi e per tutti i gusti, ma a me non m’è n’è mai fregato granché. Ma stavolta PIF mi ha fatto cambiare idea. Sì, perché insieme all’associazione “Sulle nostre gambe”, ha realizzato un’app veramente interessante: “NOma”.  Il nome sta per NO mafia, ed è un progetto che si pone l’obiettivo di divulgare le storie delle tantissime persone (siciliani e non solo) che hanno combattuto la mafia fino a sacrificare le proprie vite. In che modo?
L’applicazione è una guida virtuale per chiunque voglia visitare (realmente o virtualmente) i luoghi delle stragi mafiose e, soprattutto, per scoprire le storie che quei luoghi raccontano. Nell’app troverete un elenco di personaggi, e per ognuno sarà raccontata la sua storia e i luoghi in cui furono ammazzati. Ogni storia è raccontata attraverso documenti storici, animazioni digitali, note biografiche, video, fotografie d’epoca e interviste inedite ai familiari. Le storie sono raccontate da tanti personaggi siciliani di oggi (lo stesso PIF, Beppe Fiorello, Pippo Baudo, Giuseppe Tornatore, Luigi Lo Cascio e tanti altri). Tutti i luoghi descritti sono georeferenziati e quindi si può anche essere guidati sui percorsi da seguire per visitarli realmente.

Nell’app (scaricabile gratuitamente) è anche presente un elenco degli esercenti siciliani che aderiscono ad Addiopizzo: distinti per categoria e tutti ovviamente georeferenziati.

Buona lettura e buon ascolto a tutti.

giovedì 21 gennaio 2016

Legge “Collegato ambientale”: non solo acqua e mozziconi di sigaretta...

Il 18 gennaio 2016 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un’importante legge riguardante molti temi ambientali: "Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali", meglio nota come “Collegato ambientale”.

Molti di voi saranno subito interessati al tema dell’acqua: in questo provvedimento si stabilisce, infatti, la Tariffa sociale del servizio idrico integrato (cioè una tariffa idrica per utenti in condizioni di disagio economico) e si affronta il tema della morosità degli utenti. Questi temi sono agli artt. 60 e 61, quindi andiamo con ordine, e vediamo in sintesi tutti i principali contenuti di questa legge.

L'articolo 1 interviene in materia di responsabilità per danni all'ambiente marino causati dalle navi e dagli impianti, nel caso di avarie o incidenti, anche prevedendo che il proprietario del carico si munisca di una polizza assicurativa a copertura integrale dei rischi anche potenziali. L'articolo 2 riguarda la destinazione delle somme corrispondenti all'incremento delle royalty annualmente versate per la concessione di coltivazione di idrocarburi in mare. L'articolo 5 destina 35 milioni di euro per un programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro nell'ambito dei progetti a cui destinare i proventi - di competenza Minambiente - delle aste CO2. In particolare, si propone l’istituzione della figura del “mobility manager” negli istituti di ogni ordine e grado.

All'articolo 8 del collegato ambientale invece si interviene sulle procedure delle autorizzazioni ambientali riguardanti lo scarico in mare di acque derivanti da attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi o gassosi in mare.
Ancora, all'articolo 12 l'eliminazione del tetto dei 20 MW per i Seu e il rilascio dei certificati bianchi ai sistemi di autoproduzione di elettricità con ciclo Orc (Organic Rankine Cycle) alimentati dal recupero di calore prodotto da cicli industriali e da processi di combustione. L'articolo 13 amplia l'elenco dei sottoprodotti di origine biologica utilizzabili negli impianti per la generazione a biomasse e biogas ai fini dell'accesso agli incentivi.
All’art. 21 si istituisce lo “Schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell'impronta ambientale” dei prodotti.

L’art. 40 prevede il divieto di abbandono nell’ambiente di mozziconi di sigaretta e altri piccoli rifiuti come scontrini, fazzoletti e gomme da masticare (ma non era vietato già prima??) con multe che possono andare da 30 a 300 euro. Ovviamente tra il dire e il fare…

All’art. 56 è previsto un credito d’imposta del 50% delle spese che le aziende sosterranno per eseguire interventi di bonifica su immobili e strutture contenenti amianto.

Interessanti sono anche i provvedimenti contenuti nella parte VII “Disposizioni per garantire l’accesso universale all’acqua”. Vediamo le principali.

Con l’art 58 è istituito presso la Cassa conguaglio per il settore elettrico un Fondo di garanzia per gli interventi finalizzati al potenziamento delle infrastrutture idriche, ivi comprese le reti di fognatura e depurazione, in tutto il territorio nazionale, e a garantire un'adeguata tutela della risorsa idrica e dell'ambiente secondo le prescrizioni dell'Unione europea. Il Fondo è alimentato tramite una specifica componente della tariffa del servizio idrico integrato, da indicare separatamente in bolletta, determinata dall'Autorita' per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico.

L’art. 60 prevede la Tariffa sociale del servizio idrico integrato: l'Autorità, al fine di garantire l'accesso universale all'acqua, assicura agli utenti domestici del servizio idrico integrato in condizioni economico-sociali disagiate l'accesso, a condizioni agevolate, alla fornitura della quantità di acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, sulla base dei principi e dei criteri individuati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro dell'economia e delle finanze.

All’art.61 si affronta il tema della morosità nel servizio idrico: l’Autorità, di concerto con i Ministeri, emanerà delle direttive per il contenimento della morosità degli utenti, assicurando che sia salvaguardata, tenuto conto dell'equilibrio economico e finanziario dei gestori, la copertura dei costi efficienti di esercizio e investimento e garantendo il quantitativo minimo vitale di acqua necessario al soddisfacimento dei bisogni fondamentali di fornitura per gli utenti morosi. L’Autorità è altresì comunque incaricata di definire le procedure per la gestione della morosità e per la sospensione della forniture, che non potranno più quindi essere definite autonomamente dalle aziende che operano negli ATO.

giovedì 17 dicembre 2015

Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Il 12 dicembre si è conclusa a Parigi la 21° Conferenza delle Parti (COP21) sui cambiamenti climatici. Dopo giorni di trattative, è stato finalizzato un documento condiviso da tutti i 195 Paesi presenti a Parigi. L’accordo è stato presentato come un passo storico per tutta l’umanità, un passo decisivo per il futuro del nostro pianeta.

Dal mio modesto punto di vista, l’accordo presenta luci e ombre, un po’ come affermato, in maniera estrema, da George Monbiot sul Guardian: “By comparison to what it could have been, it’s a miracle, by comparison to what it should have been, it’s a disaster”.

In generale, comunque, mi sento tra coloro i quali vedono il bicchiere mezzo pieno. Vediamo più in dettaglio alcuni aspetti, positivi e negativi (sempre dal mio modesto punto di vista).

Partiamo dagli aspetti positivi: per la prima volta, praticamente tutti i Paesi della Terra (anche quelli in via di sviluppo), hanno condiviso l’obiettivo di limitare l’innalzamento della temperatura media globale al 2100 “ben al di sotto” di 2°C, impegnandosi per non andare oltre 1,5°C. In effetti, già il solo fatto che tale obiettivo sia stato condiviso da tutti, è un buon segnale che fa ben sperare. Tale obiettivo è stato portato avanti in particolare da una High ambition coalition, costituita dai paesi più minacciati dagli effetti dei cambiamenti climatici, dall’Unione Europea e, finalmente, anche dagli USA.

Un altro aspetto positivo è che dal 2020 i Paesi firmatari dovranno obbligatoriamente aggiornare i propri impegni nazionali di riduzione ogni 5 anni, e le modifiche potranno essere fatte solo al rialzo, cioè migliorando il livello di ambizione. A partire già dal 2018 e poi ogni 5 anni, inoltre, i Paesi dovranno riferire riguardo ai progressi fatti per raggiungere i propri obiettivi.

Passiamo ora agli aspetti che, a mio parere, non sono “completamente positivi”: nel documento non si cita mai in maniera diretta il concetto di carbon pricing, inteso come carbon tax, ma si parla però della possibilità per i Paesi di collaborare con meccanismi di mercato (e non). Questo è un riferimento a meccanismi simili al sistema ETS implementato in Europa per lo scambio di permessi di emissione, con modello cap and trade. Tale sistema non ha funzionato granchè, poiché per varie ragioni il prezzo della CO2 è a livelli bassissimi (circa 7 €/ton) non dando così un segnale di prezzo efficace per investire in tecnologie e processi a basso contenuto di carbonio. Inoltre, col sistema europeo ETS, in effetti, si è alimentato un processo di delocalizzazione delle attività industriali senza dare alcuno stimolo ai paesi emergenti ed in via di sviluppo nel processo di decarbonizzazione delle loro economie. E’ ormai chiaro che è indispensabile fissare un sistema di “carbon pricing” coerente con le regole del WTO che faccia pesare in modo uniforme a livello globale il contenuto di emissioni gas serra dei prodotti che circolano nei mercati internazionali. In un mondo con economie globalizzate, per un determinato Paese, l’unico modo per intercettare correttamente la CO2 relativa alla produzione/consumo del bene è quella di tassare il consumo del bene, visto che, come si è visto, la produzione può tranquillamente avvenire al di fuori del Paese stesso, eludendo quindi la tassazione sulla produzione. Ma in un periodo di stagnazione dei consumi come quello odierno (per noi europei), la tassazione sui consumi suona forse più come un’eresia che una vera proposta politica.
Tutto il testo dell’accordo è informato dal concetto di differenziazione degli impegni, ovvero il fatto che i Paesi in via di sviluppo possono impiegare tempi maggiori per raggiungere il picco di emissioni e hanno obblighi minori riguardo al reporting dei progressi conseguiti. Questo aspetto, seppur corretto in una certa misura poiché tali Paesi hanno il diritto di procedere nel loro sviluppo, potrebbe rivelarsi uno dei più grossi ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di contenimento del riscaldamento: tra i Paesi in via di sviluppo ci sono infatti alcuni tra i maggiori emettitori di CO2 al mondo, come Cina e India.

Passiamo infine agli aspetti negativi: salta subito all’occhio che nell’accordo non ci sono percorsi e obiettivi quantitativi definiti di riduzione delle emissioni di CO2, ma si parla di raggiungere il picco delle emissioni “al più presto possibile” considerando la differenziazione per paesi, e raggiungere un equilibrio tra emissioni e assorbimento/rimozione di CO2 nella seconda metà del secolo (cioè tra il 2051 e il 2099), cioè la c.d. “Carbon neutrality”.
Inoltre ogni Paese può fissare i propri obiettivi di riduzione liberamente e senza una struttura standard che li renda facilmente confrontabili tra Paesi diversi. L’accounting delle riduzioni conseguite potrà essere fatto con metodologia a scelta del Paese poichè la metodologia di calcolo elaborata dalla Convenzione è facoltativa.
Infine, non sono previsti meccanismi “sanzionatori” per chi non raggiunge gli obiettivi prefissati. Quindi l’impegno di ogni singolo Paese sarà meramente volontario e non vincolante.

Rispetto a Copenaghen nel 2009, stavolta l’invio degli impegni da parte dei Paesi prima dell’inizio della Conferenza, l’assenza di meccanismi sanzionatori ed il principio di differenziazione sono stati elementi chiave per raggiungere un accordo.
In conclusione (considerando che questo appuntamento di Parigi era “too big to fail”) l’accordo è un buon punto di partenza che si spera sarà seguito da azioni coerenti, trasparenti, verificabili e che ognuno faccia veramente la propria parte.


Sull’obiettivo dei 2°/1,5°, si potrebbe aprire un’altra discussione, anche alla luce di un recente articolo apparso su Nature, di cui, per concludere, condivido la frase finale: “we need to agree how to start, not where to end mitigation”.

venerdì 30 ottobre 2015

Raggiunto nel 2014 l’obiettivo nazionale del 45% di raccolta differenziata

È stato presentato il nuovo Rapporto ISPRA sui Rifiuti Urbani, in cui si evidenzia il raggiungimento dell’obiettivo nazionale del 45% di RD, ricordando però che questo era un obiettivo europeo da raggiungere teoricamente entro il 2008. È comunque una buona notizia, come il anche il 14% in meno di rifiuti urbani smaltiti in discarica.

Disponibile, e aggiornata al 2014, la raccolta completa di open data sulla produzione e gestione dei rifiuti urbani nazionali a livello comunale. Per sapere quanti rifiuti produce il proprio comune o se li differenzia, basta collegarsi alla piattaforma  http://www.catasto-rifiuti.isprambiente.it e selezionare il proprio tra gli oltre 8000 comuni italiani. Il valore aggiunto di questa nuova banca dati è il raggiungimento del massimo livello di disaggregazione, che va dal singolo comune al dato nazionale (meno del 4% sono aggregati per comunità montana). Le informazioni sono suddivise anche per frazione merceologica (carta, legno, plastica, rifiuti elettronici ecc.) e la copertura temporale  parte  dall’anno  2010.  Tali  informazioni  sono  acquisite,  elaborate  e  pubblicate dall’ISPRA grazie al contributo delle sezioni regionali del Catasto e, in generale, di tutti i soggetti pubblici  detentori  dell'informazione,  nonché  attraverso  il  Modello  Unico  di  Dichiarazione ambientale (MUD).

Questi dati su produzione e raccolta differenziata si uniscono a quelli contenuti nel Rapporto Rifiuti Urbani dell’ISPRA, presentato a Roma presso il Ministero dell’Ambiente. Tra le tante informazioni  contenute  nel  report,  anche  i  dati  relativi  alla  gestione  dei  rifiuti  urbani  e,  in particolare, al compostaggio, alla digestione anaerobica, al trattamento meccanico biologico, all’incenerimento, allo smaltimento in discarica ed all’import/export.

La produzione dei rifiuti urbani cresce, nel 2014, di un +0,3% rispetto al 2013, parallelamente all’aumento dei consumi delle famiglie e dopo un triennio in cui si era osservata una riduzione complessiva di circa 2,9 milioni di tonnellate (-8,9%). 

Pur con 6 anni di ritardo, l’Italia ha raggiunto nel 2014 l’obiettivo del 45,2% di raccolta differenziata (13,4 milioni di tonnellate), segnando un aumento del 3% rispetto al 2013. È Confermato  il  primato  del  Nord,  ma  i  dati  mostrano  una  riduzione  del  divario  fra  le  tre macroaree del Paese: infatti, rispetto ai dati del 2013, la crescita maggiore si rileva per le regioni del Centro Italia con un aumento percentuale, tra il 2013 e il 2014, pari all’11,7% (+283 mila tonnellate); al Sud la crescita è del 7,5% (+203 mila tonnellate) mentre al Nord del 5,6% (+412 mila tonnellate).

Ben 14 province, nel 2014, presentano livelli di raccolta al di sopra del target del 65%. 11 sono localizzate nel Nord Italia, 1 nel Centro, e 2 nel Sud. I livelli più elevati di raccolta differenziata si rilevano per la provincia di Treviso, che nel 2014 supera l’80% (81,9%), e per quella di Pordenone, con il 76,8%. I più bassi livelli di raccolta differenziata, inferiori al 10%, si osservano, invece, per le province siciliane di Enna (6,1%), Palermo, Siracusa (entrambe al 7,8%) e Messina (8,4%). Si ricorda però che questi sono dati aggiornati al 2014: riguardo alla provincia di Enna, nel comune di Piazza Armerina la situazione nel 2015 è estremamente migliorata, raggiungendo una RD di oltre il 50%.

Parallelamente alla raccolta differenziata aumenta la percentuale di rifiuti riciclati. Si ricorda che la direttiva 2008/98/CE prevede un target del 50% da conseguire entro il 2020.
Nel 2014, la percentuale di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio risulta pari a 45,2% con un aumento di 3,4 punti percentuali rispetto al 2013.

L’analisi dei dati sulla gestione dei rifiuti evidenzia che lo smaltimento in discarica interessa ancora il 31% dei rifiuti urbani prodotti, tuttavia, il riciclaggio delle diverse frazioni provenienti dalla raccolta differenziata o dagli impianti di trattamento meccanico biologico dei rifiuti urbani raggiunge, nel suo insieme, il 42% della produzione: più del 16% è costituito dal recupero di materia della frazione organica da RD (umido+verde) e oltre il 25% dal recupero delle altre frazioni merceologiche. Il 17% dei rifiuti urbani prodotti è incenerito, mentre circa il 2% viene inviato ad impianti  produttivi,  quali  i  cementifici,  per  essere  utilizzato  come  combustibile  per  produrre energia; l’1% viene utilizzato, dopo adeguato trattamento, per la ricopertura delle discariche, il 2%, costituito da rifiuti derivanti dagli impianti TMB, viene inviato a ulteriori trattamenti quali la raffinazione per la produzione di CSS o la biostabilizzazione, e l’1% è esportato (321 mila tonnellate).  Il 56,6% dei rifiuti esportati (182 mila tonnellate) viene avviato a recupero di energia, il 41,6% è recuperato sotto forma di materia (134 mila tonnellate) e solo l’1,9% (6 mila tonnellate) è sottoposto ad operazioni di smaltimento.
La percentuale di rifiuti sottoposti a trattamento prima dello smaltimento in discarica passa dal 58% del 2013 a circa il 70% del 2014; nel caso dell’incenerimento, circa il 50% dei rifiuti trattati nel 2014 è costituito da Combustibile Solido Secondario (CSS) o frazione secca.

Riguardo ai costi, nel 2014, il costo medio annuo pro capite di gestione del servizio risulta di 165,09 euro/abitante per anno, di cui 60,41 euro per la gestione dei rifiuti indifferenziati, 44,79 euro per la gestione delle raccolte differenziate, 22,39 euro per lo spazzamento stradale. Le medie dei costi sono differenti da regione a regione. A livello di macroarea geografica risultano di
148,28 euro al Nord, 208,94 euro al Centro e 165,21 euro al Sud.
Il costo unitario nazionale medio per kg di rifiuto risulta, invece, di 0,23 euro/kg per la gestione dei rifiuti indifferenziati e di 0,19 euro/kg per la gestione delle raccolte differenziate. A livello di area geografica, il costo per kg di gestione dei rifiuti indifferenziati è di 0,22 euro al Nord e al Centro e di 0,25 euro al Sud, mentre il costo di gestione dei rifiuti differenziati è di 0,15 euro al Nord, 0,22 euro al Centro e 0,26 euro al Sud.
Quindi, secondo i dati al 2014, al SUD il costo unitario per la gestione delle raccolte differenziate risulta ancora leggermente superiore al costo per la gestione dell’indifferenziato.
Se a tali costi si aggiungono i costi generali del servizio, il costo medio di gestione di 1 kg di rifiuto risulta di 0,33 euro/kg (0,30 euro al Nord, 0,37 euro al Centro e al Sud).
Estrapolando i dati dei costi unitari per abitante, si può stimare per il 2014 un costo complessivo nazionale di gestione dei servizi di igiene urbana di 10 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi per la gestione dei rifiuti indifferenziati, 2,7 miliardi  per le raccolte differenziate e 1,4 miliardi per lo spazzamento stradale.

domenica 6 settembre 2015

Il verbo Potere - discorso del Generale dalla Chiesa

1 maggio 1982, Il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Prefetto di Palermo, incontra i Maestri del Lavoro a Palermo il giorno dopo l’assassinio di Pio La Torre.
La parte centrale del discorso, quella sul "potere", mi fa semplicemente venire i brividi.

Buona lettura. 


Signori, come titolare dell'organizzazione di questa manifestazione e non come padrone di casa, perche' il padrone di casa e' la Camera di Commercio, avrei dovuto parlare per primo per dare non solo il benvenuto ma anche l'augurio per una festa, per una manifestazione di gioia; parlo per ultimo perche' avrebbe dovuto essere tra noi il rappresentante del Governo nella persona dell'On. Mannino che, all'ultimo momento, non ha potuto venire. Parlare per ultimo non significa parlare meglio perche' molto bene hanno parlato tutti coloro che mi hanno preceduto e, per ultimo, il rappresentante della Regione, che, con tanta semplicita', con tanta vibratilita', ha detto quello che e' nell'animo di tutti noi. Avrei voluto che questa manifestazione, la prima alla quale nella mia veste nuova vado partecipando, significasse, veramente e soltanto, gioia; gioia per chi ha raggiunto un traguardo fatto di sacrifici, di rinunzie e di lavoro.
Purtroppo dobbiamo avvertire, e cogliere, e sottolineare questa atmosfera che certamente ci rende consapevoli della gravita', del gravissimo episodio che, come episodio, turba, ma, come episodio inquadrato in qualcosa di più vasto, deve scuoterci, deve renderci veramente coscienti che dobbiamo stare uniti e insieme, tutti. Se e' vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere ne' ai prevaricatori, ne' ai prepotenti, ne' ai disonesti. 

Potere puo' essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma e' anche un verbo, un verbo al quale ho sentito attingere sia dal Cavaliere del Lavoro Spadafora, sia dal Presidente dei Maestri, sia da tutti.
Potere; l'ho sentito questo verbo. Ebbene, io l'ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che cosi' estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l'interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che e' fatta, e' fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti, operai, impiegati, dirigenti, che qui oggi assommano in numero in sessanta, ma che rappresentano tutta la Sicilia, rappresentano non solo la città di Palermo, non solo questa capitale bellissima dell'isola, ma rappresentano gli angoli piu' remoti di questa Sicilia, che vuole essere buona, che vuole essere sana, che vuole essere difesa, vuole progredire, non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra.
E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perche' anche chi e' animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillita', la serenita'.

Ma non voglio dimenticare i festeggiati perche' e' da loro, dalla loro lunga parentesi di vita, dai 25 ai 40 anni, so che saranno premiati, e so cosa significano anche i 40 anni perché sono lunghi da passare, sono fatti di tormenti, di ansie, di preoccupazioni, anche di gioie e di soddisfazioni sempre piu' rare che non le prime. Ma alla fine esiste un patrimonio da trasmettere, quel patrimonio che e' fatto di sacrificio, che e' fatto di rinunzie, di tormenti, ma e' fatto anche di qualcosa che si e' costruito per gli altri, che si e' donato, che deve essere trasmesso, e che deve essere recepito nella veste migliore.
Io dico grazie, a nome del Governo, a questi bravi Maestri del Lavoro, a quelli che li hanno preceduti, a quelli che li seguiranno, perche' sul loro esempio, sul loro donare senza chiedere, sul loro procedere senza avanzare né iattanza né ribalta, noi sappiamo di poter contare su una convivenza davvero fattiva, ma anche producente di quei valori morali di cui qua oggi si e' discorso.
Non vado avanti, vi dico bravi e vi invito a credere.

venerdì 4 settembre 2015

Accogliere - di Giovanni de Mauro

Articolo di Giovanni De Mauro, sull'Internazionale.
Storie che restituiscono un senso all'idea di Europa.

Buona lettura.

Padre Efstratios Dimou è un prete ortodosso di 57 anni. Tutti lo chiamano Papa Stratis. Vive nel villaggio di Kalloni, sull’isola di Lesbo, in Grecia. “Ogni giorno arrivano tra le cento e le duecento persone”. Rifugiati che hanno bisogno di aiuto. Papa Stratis, insieme a un gruppo di volontari, gli dà pane, acqua, latte, scarpe, vestiti, coperte, lenzuola. 

Dominique Mégard ha 66 anni. È un informatico in pensione e vive nel nord della Francia. Va tutti i giorni nell’accampamento di Calais con un paio di generatori elettrici, così i migranti che vivono lì possono ricaricare i loro telefoni e restare in contatto con le famiglie.

Sarah Morpurgo coordina a Londra The bike project, un gruppo di meccanici che ripara vecchie biciclette per i rifugiati che arrivano nella capitale britannica. 

Angelique e Onno Bos erano in vacanza a Lesbo con i quattro figli. La sera prima di tornare a casa, in Olanda, hanno deciso di cancellare il volo per restare ad aiutare i rifugiati che per tutta l’estate sono sbarcati sull’isola. 

Jaz O’Hara ha 25 anni e fa su e giù tra il Kent, dove vive, e Calais, in Francia. Porta gli aiuti che raccoglie tra i suoi amici su Facebook.

Food not bombs è un gruppo di volontari che preparano da mangiare per le famiglie di migranti che arrivano a Budapest: cucinano con gli ingredienti donati dai mercati della città. 

Szeged è una città nel sud dell’Ungheria, al confine con Serbia e Romania. Decine di abitanti si sono organizzati per dare assistenza legale ai rifugiati di passaggio. Il gruppo si chiama MigSzol Szeged.

Da mesi decine di volontari si danno il cambio per preparare da mangiare al Baobab di Roma, l’unico centro d’accoglienza in Europa gestito dagli stessi migranti. 

Mareike Geiling e il suo fidanzato, Jonas Kakoschke, vivono a Berlino. Hanno lanciato un sito, Flüchtlinge willkommen, per mettere in contattoi migranti con i berlinesi che vogliono ospitarli. Più di settecento persone hanno già deciso di aprire le loro case. Fethullah Üzümcüoğlu ha 24 anni, 

Esra Polat ne ha 20. Si sono appena sposati e hanno deciso di usare tutti i soldi della lista di nozze per dare da mangiare ai rifugiati siriani di passaggio nella loro città, Kilis, nel sud della Turchia, al confine con la Siria. Nelle foto del loro matrimonio li si vede ancora vestiti a festa mentre servono da mangiare a una fila di persone. Quattromila in un pomeriggio.

In tutta Europa si moltiplicano le storie di comuni cittadini che decidono di accogliere i migranti e di aiutarli, di organizzarsi per fare quello che politici e governi dovrebbero fare ma non fanno. Sono storie che non finiscono in prima pagina e non aprono i telegiornali, ma restituiscono un senso all’idea di Europa.