venerdì 18 maggio 2012

Silenzio e parola

Il brano che riporto è tratto dal messaggio di Benedetto XVI per la 46° giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Non ho scritto il nome dell'autore nel titolo per evitare che qualcuno con i soliti pregiudizi evitasse di leggerlo solo per questo.
Le tematica del silenzio e la sua sacralità mi ha sempre attirato.
Spero farà riflettere anche voi.

Buona lettura.

Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. 
Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami. Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni.

martedì 15 maggio 2012

L'omelia di Sagunto contro i mafiosi - Card. Pappalardo


Leggendo un libro, ho saputo della famosa "Omelia di Sagunto" pronunciata dal Cardinale Pappalardo il 4 settembre 1982, al funerale del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie Emmanuela Setti Carraro. Uccisi dalla mafia.
La domenica successiva, la messa che Pappalrdo celebrava all'Ucciardone, fu disertata da tutti i detenuti.

Buona lettura.


Non è facile per me, pastore di questa Chiesa, dire, e per voi, alte autorità dello Stato, del parlamento e del governo – alla significativa presenza del signor presidente della Repubblica e di tutto questo popolo – ascoltare quanto la tristissima cir­costanza in cui ci troviamo comporta che si dica e che si ascolti.
Ancora un delitto, come se i tanti che si sono succeduti non bastassero, un delitto che ha colpito a morte un perso­naggio qualificatissimo, non solo nella nostra città ma in tutta la nazione, ricolmo di riconosciuti meriti per i molteplici servizi resi alla società italiana: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, uccidendone anche la gio­vane consorte e ferendo gravissimamente l’agente di scorta: vittime tutte dell’adempimento del loro dovere.
Che dire? Mi pare che altro non possiamo se non ripetere e fare nostro il brano del libro delle Lamentazioni del profeta Geremia che abbiamo letto: Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… la continua espe­rienza del nostro incerto vagare, in alto e in basso… del nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno… (cfr. Lam., 3, 17-19). Subiamo tutti la stessa pericolosa tentazione del Profeta medesimo: che il nostro spirito si deprima e si accasci dentro di noi!
Dinanzi al ripetersi di tanti delitti, e così efferati, in tutto il suolo della nostra Italia, ed in alcune regioni in modo parti­colare, dobbiamo prendere sempre più coscienza, ognuno per la parte e per la responsabilità che lo riguarda, di quanto presenti, forti e tracotanti siano le forze del male che operano nella nostra società, per tutelare e difendere i loschi interessi di potenti fazioni, variamente denominate, terrorismo, ca­morra, mafia… che possono permettersi di affrontare aperta­mente lo Stato, offendere ed umiliare le sue istituzioni, col­pire i suoi uomini migliori.
Forze del male che non sono realtà astratte… non fantastici organismi ma persone vive e reali, possedute internamente dal Demone dell’odio, quasi incarnazione di quel Satana, nemico di Dio e dell’uomo, che nella Scrittura è detto «Omi­cida fin dall’inizio» (Gv., 8, 44) ed ispiratore di tutti gli omi­cidi che si sono effettuati sulla faccia della terra, da quel primo di Caino sino ai tanti dei nostri giorni. «Chi non ama» ci ha ricordato l’Apostolo Giovanni (Gv., 3, 44) «rimane nella morte» e diventa operatore di morte sulla faccia della terra, destinato anche lui alla morte eterna se, rigettato l’odio, non ritorna al culto dell’amore cristiano dei fratelli e al rispetto per la vita.
Si sta sviluppando invece – e ne siamo costernati spettatori – tutta una catena di violenze e di vendette tanto più impor­tanti perché, mentre così lente ed incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti – siano privati cittadini che funzionari ed autorità dello Stato – quanto mai decise, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti per colpire… Sovviene e si può applicare una nota frase della letteratura latina, di Sallustio, mi pare: «Dum Romae consulitur … Saguntum expugnatur», mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici! E questa volta non è Sagunto ma Palermo. Povera Palermo!
È morto il prefetto Dalla Chiesa, è morta con lui la sua giovane consorte, a lui recentemente unitasi più per condivi­dere l’atroce immediata fine che non per passare insieme tranquilli anni di vita; è anche questo un aspetto che mostra la spietatezza, la durezza di cuore di chi ha deciso e di chi ha agito: insensibilità e durezza che potrebbero passare anche in una opinione pubblica talmente assuefatta a sì atroci delitti, da non più reagire col raccapriccio per l’accaduto e con la dovuta pietà nei riguardi delle vittime e dei loro sconsolati parenti!
Ma io vorrei che tutti, a cominciare dalla venerata mamma del generale, dai figli, dai fratelli, da tutti gli altri congiunti: anche della gentile signora, fossimo capaci di formulare in questo drammatico momento un grande, anche se difficile e sofferto atto di fede, sempre riferendoci alle parole del pro­feta Geremia che abbiamo prima ascoltato: «le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassio­ne, ma sono rinnovate ogni giorno… grande è la sua Fedeltà…, buono è il Signore con chi spera in lui… con l’anima che lo cerca… È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore…» (cfr. Lam., 3, 22-26).
Ecco il grande silenzio della morte… Ecco anche la grande nostra intima e silenziosa attesa della fede… capaci tutti di ripetere al Signore, anche se con l’ultimo straziante grido di chi muore su una croce: Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno… ed aspettare la sua immancabile risposta, quella che noi auspichiamo sia stata già riservata agli spiriti eletti del fratello nella fede Carlo Alberto e della sorella Emmanuela: «oggi sarete con me nel Paradiso» (Lc, 23, 42).

venerdì 11 maggio 2012

Essere competenti, con ironia.


Qualche giorno fa, preparando un'attività per gli scout, ho trovato questo racconto ironico.
Il tema generale è quello della competenza, comunque si possono trovare diverse chiavi di lettura, secondo me.

Buona lettura


In una nota azienda multinazionale un sistemista è stato chiamato per aggiustare un computer molto grande ed estremamente complesso… un computer del valore di 12 milioni di Euro.
L’esperto di informatica, seduto di fronte allo schermo, preme un paio di tasti, asserisce con la testa, mormora qualcosa a se stesso e spegne il computer.
Poi estrae un piccolo cacciavite dalla tasca e dà un giro e mezzo ad una minuscola vite.
A questo punto, accende il computer e verifica che funziona perfettamente.
Il presidente dell’azienda è felicissimo e si offre di pagare il conto immediatamente.

“Quanto le devo?” chiede.
“Sono Mille Euro, per cortesia” risponde il sistemista.
“Mille Euro? Mille Euro per pochi minuti di lavoro? Mille Euro per stringere una semplicissima vitina? Mi rendo conto che il computer vale 12 milioni di Euro, ma mille Euro mi sembra una cifra veramente esagerata. Pagherò solamente se mi manderà una fattura dettagliata che giustifichi una cifra del genere.”

Il sistemista acconsente con un cenno e se ne va.
Il mattino dopo il presidente riceve la fattura, la legge attentamente, asserisce con la testa e la paga immediatamente, senza una lamentela.

Sulla fattura è scritto:
Servizi effettuati:
– Avvitamento di una vitina: EURO 1
– Sapere quale vitina avvitare: EURO 999.

mercoledì 9 maggio 2012

Per Peppino, da Pino Manzella (9-11-78).

Oggi è il 9 maggio, e vorrei essere lì a Cinisi anche quest'anno.
Voglio tenermi lontano dalla retorica che ho letto in questi giorni.

Solo questa poesia, senza altre parole.

Buona lettura.

Oggi hanno deciso
che sei stato ucciso.
Per tre mesi 
ti hanno trattato 
da terrorista,
suicida
per i più generosi. Oggi
ero quasi allegro,
soddisfazione amara
saperti accettato
morto ammazzato.


domenica 6 maggio 2012

O fumarazz - Tanino Platania

Continuo con il gallo-italico.
Ho passato l'ultima ora a leggere poesie a mia nonna, e, ad ogni due versi, mia nonna aveva altri mille ricordi e mille cose da aggiungere.
Ne pubblico una che ci ha fatto veramente ridere. Ed è perfettamente attuale.
Mi spiace davvero che la fruizione sia riservata quasi esclusivamente ai piazzesi, ma ancora di più mi spiace che, anche tra gli stessi piazzesi, molti non la potranno comprendere, visto che la nostra lingua va perdendosi ogni giorno (e non può non tornare in mente quello che ci diceva Buttitta a proposito).


Buona lettura. 


Cuncè….Cuncè…!

Fulì..ch ggh’è…?

T’r’gordi, quann carusgetti,
Annav’mu a z’rchè
Nu fumarazz ‘mpuru i cauzzetti?
Beddi tempi…Cuncè!

Beddi tempi, ‘na cucca…Fulì!
Ungh z’rcava e f’rriava
F’rriava e z’rcava
Còm s’avèa sfamè,
e tu m’ veni a dì: beddi tempi..Cuncè!?!

Je t’vulea di “beddi tempi”,
p’rchè èr’mu tutti döi carusgetti,
e tutt era ‘ngiö d’frretti.
Öra ch’avöma a nostra età
Tutt par ch passà:
fàm, stenti e puv’rtà!

Fulì…! O sì sturdù
O nan ggh smecchi ciù!
S’ sbaracchi l’öggi, pöi ved ch
Fàm, stenti e puv’rtà
I trovi ancöra zzà!
Mönn ha stàit e mönn è…

A propos’t…Cuncè,
l’autra giurnàda
“sta bedda giuv’ntù”
Z’rànn e f’rriànn,
z’rcava p’Ciazza ‘n Sinn’ch
valent e cingh d v’rtù…

Fulì, u ponu annè a z’rchè
Unna iè iè: o mont, o ciàngh
O mpuru nu palazz…………
A basta ch nan vanu o fumaràzz!

giovedì 3 maggio 2012

U Tre d' Maju - Pino Testa


Oggi è il 3 maggio, e per Piazza Armerina ed i Piazzesi, è un giorno di festa molto importante, la festa paesana, la festa della Madonna. Il 3 maggio di oggi è molto diverso da quello di alcuni decenni fa, oggi siam tutti chiusi tra le recinzioni delle nostre belle villette e campagne.
Ma prima non era così, si stava tutti insieme: "S'gnöri e no, tutti 'mp'rp't'gghiadi..."
Allora sono andato a tirar fuori un poesia in gallo-italico (l'antica lingua Piazzese), scritta da Pino Testa.
La comprensione del testo non è semplicissima, soprattutto per chi non è di Piazza Armerina (ancora meno per chi non è siciliano).
Ma questa è una poesia che parla al cuore fatalista, malinconico e romantico del Piazzese " 'ca rad'cada".

Buona lettura


S’ pènz au trè d’ maiu d’ na vota,
Na s’l’nziösa ddàrma p’cchiulia
Pr’ cösta festa sculurùa e morta,
d’ cödda età ch’ ormai nan è ciù mia.

Putèva avèr…na d’sgina d’anni;
I cauzi curti e ca sciaccazza ‘ncù,
senza i p’nzeri d’öra e i malanni
ch’fannu vègghi e cini d’ bubù.

Trivulu ‘ncasa e spass d’vanèdda,
festa nan ggh’era ch’nan era mia.
E ddà, ni fumarazzi, gadd’nèdda,
‘nfina ch’u sö st’nnèva a so pùdia.

Menzaöst, Natali, Carr’ver…
A Santa Pasqua, e dönca U Trè d’ Maju,
Festi ch’scavrninu nu p’nzer,
com a dd’picchch’ nan tröva u taiu.

Ma U Trè d’ Maju, pr’ mì era l’evènt
Ch’ m’ ncastràva tutta na giurnàda,
o ggh’era tèemp böngh o tèmp tènt,
nan ma p’rdeva mai sta scampagnàda.

Darrera du st’nnard da V’gnera,
cu m’caör o codd e u brannunett,
giava ‘nzemu aal’autri na priora
cu tutta a vösg ch’ggh’era nu mi pett.

Scaccià da födda e cua buzzetta cina
d’calia, d’lupini e m’nnulicchi
au sö d’maju, l’arma mia sc’ntina,
ggh’cunf’dava tutti i soi sv’rticchi.

Öra taliava a cörsa inta i sacchi,
cödda di scecchi cu l’öggi ‘ntuppadi…
a gioia ca st’gghiola e i barracchi
cini d’calia e pupi ‘nzuccaradi.

“Ma quant’ è bedda sta cauda calia!
T’ squagghia ‘mböcca…chi beu t’rröngh’…!
Pupi d’zzuch’r’…cosi d’vaglia”
Era M’nnedda, p’cöss, maströngh’!

U volu di baluni, i fiacculadi
e i tavuladi’nterra o nu bancöngh’.
Ch’tarri e m’nnuòi menzi scurdadi
T’cumpagnav’nu a sol’ta canzöngh’:

sciuri, sciuri…
sciuri di tuttu l’annu,
l’amuri ca mi dasti
ti lu tornu…

Caccaciuliddi, frosgi, övi bugghiui,
cavagli d’ ‘nzaladi, i saschi u vingh’…
brusgiul’tini chi sardi rustui
e rr’tt’venti cöiti a do mattingh’.

S’gnöri e no, tutti ‘mp’rp’ttghiadi,
garagghiuleddi cu sciallet a picch’…
carusgi schietti tutti ‘mpumatadi
ch’ scaluriav’nu cini d’lamich.

Festa nostrana, festa d’culöri;
p’ ‘ngiörn tutt’Ciazza era o ‘Ndrizz
unna scacciava i last’mi e i d’löri,
mannann tutt e tutti ad a gaddizz.

Quant’ r’gordi trivuli e sf’ziösi
Ch’ scritti sunu zzà, n’ cöst cör!
Ciù tèmp passa e ciù sunu d’siösi
Com a ddi zitti quann su n’amör.

E quann all’angiu sunava a vamarìa,
sf’rrà d’sonn, nan ggh’a fasgèva ciù,
‘nsurdina m’giungeva u grìa grìa
Du mastr a calia cu l’urt’m salù:

“Ma quant’ è bedda sta cauda calia!
T’ squagghia ‘mböcca…chi beu t’rröngh’…!
Pupi d’zzuch’r…cosi d’vaglia…
Dama ch’è l’urt’ma du caudaröngh’!”




Guida da te la tua canoa - Robert Baden Powell


Quando ero giovane c'era in voga una canzone popolare:
«Guida la tua canoa» con il ritornello»
«Non startene inerte, triste o adirato
Da solo tu devi guidar la tua canoa».
Questo era davvero un buon consiglio per la vita.
Nel disegno che ho fatto,
sei tu che stai spingendo con la pagaia la canoa,
non stai remando in una barca.
La differenza è che nel primo caso tu guardi dinnanzi a te,
e vai sempre avanti, mentre nel secondo non puoi guardare
dove vai e ti affidi al timone tenuto da altri e perciò
puoi cozzare contro qualche scoglio, prima di rendertene conto.
Molta gente tenta di remare attraverso la vita in questo modo.
Altri ancora preferiscono imbarcarsi passivamente,
veleggiando trasportati dal vento della fortuna o dalla corrente
del caso: è più facile che remare, ma egualmente pericoloso.
Preferisco uno che guardi innanzi a sé e sappia condurre
la sua canoa, cioè si apra da solo la propria strada.
Guida tu la tua canoa.